Ovvero delle Famiglie Nobili e titolate del Napolitano, ascritte ai Sedili di Napoli, al Libro d'Oro Napolitano, appartenenti alle Piazze delle città del Napolitano dichiarate chiuse, all'Elenco Regionale Napolitano o che abbiano avuto un ruolo nelle vicende del Sud Italia. 

 Famiglia Abenante

Arma: inquartato, nel 1° e 4° d’oro all’aquila imperiale austriaca, nel 2° e 3° di nero al leone d’argento.


Corigliano Calabro, palazzo Abenante, stemma

Gli Abenante giunsero in Italia, a Venezia, maestri nell'arte della guerra, uomini valorosi in battaglia, giunsero in Calabria, a Corigliano Calabro in provincia di Cosenza da Venosa, città della Basilicata, nella seconda metà alla del XII secolo.
Nicola Abenante, frate e santo francescano, nel 1227 con altri sette confratelli del protoconvento di Castrovillari (comune vicino Corigliano) decisero di recarsi in missione tra le popolazioni islamiche, i sette, guidati dal frate Daniele Fasanella da Belvedere Marittimo, dopo aver ricevuto il consenso dal padre provinciale Pietro Cathin
(1) con gli altri confratelli di missione: Samuele Giannitelli, Angelo Tancredi e Donnolo Orinaldi (di Castrovillari), Leone Somma (anch'esso di Corigliano) e Ugolino da Cerisano; si recarono prima ad Assisi, poi raggiunsero la Toscana per imbarcarsi verso la Spagna, qui ricevettero la benedizione di frate Elia; raggiunta Tarrogona si imbarcarono per il Marocco e sbarcarono a Cueta; appena le autorità locali seppero il motivo della loro venuta in città li fecero arrestare, furono invitati a rinnegare la loro fede, al rifiuto vennero condannati a morte per decapitazione; furono proclamati santi, nel 1516, da papa Leone X, al secolo Giovanni di Lorenzo dé Medici.


San Nicola Abenante, martire di Cueta, opera del pittore Guido Faita del 1971

Sertorio e Luca (de Rosis scrive Riccardo) li troviamo al seguito di Antonio Sanseverino che si portò in Francia per convincere Carlo I d'Angiò (1226-1285, figlio di Luigi VIII re di Francia) a conquistare il Regno di Napoli, il quale mosse guerra contro Manfredi, ultimo re Svevo, e né uscì vincitore, sconfiggendolo, nel 1266, a Benevento; gli Abenante furono ricompensati  da Carlo I d'Angiò con la baronia di Sarano in terra d'Otranto.
Baldassarre sposò la nobildonna Aurelia Pipino con la quale ebbe: Barnaba, Andronico e Teseo, i quali crearono tre rami: di Corigliano, Cosenza  e Rossano.

Piane Crati (a pochi chilometri da Cosenza), palazzo Abenante del ramo di Cosenza; la lapide è in ricordo dell'eroina
Virginia Abenante durante l'assedio del paese del 1869.

Agli inizi del Cinquecento si diramarono a Cosenza, il primo che troviamo annoverato tra i nobili di questa città fu Nicola Angelo Abenante di Cesare e nipote del citato Andronico, suo figlio fu Alessandro; nel 1726 Gennaro Abenante di Cosenza lasciò una raccolta di dipinti: due di grandi dimensioni e tre medi rappresentanti la storia di Susanna, San Giuseppe, Gesù e Maria, un Crocifisso, un Sant'Antonio, una Maddalena; e ancora un quadro piccolo con cornice dorata con l'immagine di San Gaetano, altri due, di piccole dimensioni del SS.mo Rosario e una natura morta con frutta. Marzio Abenante da Piane Crati fu Gran Croce del Sovrano Ordine di Malta e priore della chiesa di Santo Stefano di Pisa. Successivamente con Teseo si radicarono nella vicina Rossano.


Corigliano Calabro (Cosenza)

Il citato Barnaba in Corigliano fece fortuna continuando a  sostenere gli interessi dei  principi Sanseverino feudatari del grande feudo di Bisignano vicino Cosenza; per questo motivo ottenne  il feudo di Bruchetto (presso Cassano all'Jonio) nel 1483, il feudo di Martinetto nel 1484 e nel 1485 il castello e il feudo di Calopezzati divenendone il 1° barone. Suddito devoto della casa regnante degli Aragonesi di Napoli non esitò a schierarsi contro gli antichi benefattori ovvero contro  Girolamo Sanseverino (nato nel 1448) di Luca, 2° principe di Bisignano, Gran Camerlengo, il quale aveva capeggiato la “Congiura dei Baroni”  tra il 1485 e il 1486 contro re Ferdinando (Ferrante) I d'Aragona .
Barnaba sposò la principessa Polissena di Tarsia con la quale ebbero Ottavio e il primogenito Mario (o Mariano); quest'ultimo alla morte del padre fece erigere un mausoleo nella chiesa di Sant'Antonio in Corigliano con il seguente epitaffio:
“ A Dio Ottimo e Massimo. A Barnaba Abenante, padre molto buono, stimatissimo in patria e fuori, signore di Calapezzati, che i re aragonesi di Napoli, Ferdinando e Alfonso, memori della sua devozione, fedeltà e diligenza nell'aspletamento degli incarichi, hanno onorato di uffizi e arricchito di molteplici privilegi, il figlio Mariano pose nel 1522 dal parto della Vergine”.


Corigliano Calabro, Chiesa di Sant'Antonio, sepolcro di Barnaba Abenante.
Foto tratta dal sito dell'Arcidiocesi di Rossano Cariati.

Mario, 2° barone di Calopezzati, cavaliere di Malta, servì con fedeltà Carlo V il quale gli confermò il titolo e i feudi posseduti, inoltre, per fronteggiare le incursioni dei turchi gli affidò l'incarico della guardiania dei porti e delle spiagge della Calabria Citra e Ultra. Nel 1525 fu investito per ordine del vicerè don Pietro Consaga della baronia di Casabona e di S. Morello (in provincia di Crotone) per aver sedato le rivolte della popolazione contro l'eccessiva fiscalità spagnola; le citate baronie, erano state devolute al fisco per la fellonia (2) di Scipione e Diomede Antinori; inoltre, nel 1528 fu investito dal vicerè don Pietro de Calon anche del feudo di Zinga e Massanova (in provincia di Crotone), devoluti al fisco per il delitto di fellonia dai crotonesi Giovanni  Pipino e Ferrante Materdoni.
Mario fu un valoroso combattente, si distinse nella battaglia di Siena e in  quella del Ticino nel 1532 nella quale lo colse la morte; sposò Eleonora de Gennaro, contessa di Martirano ed ebbero: Bernardino (fu cavaliere di Malta), Alessandro e il primogenito Pietro Antonio.
Il citato Pietro Antonio Abenante divenne il 3° barone di Calopezzati; sposò la nobile napoletana Laura della Tolfa, con al quale ebbero: Claudia (sposò Tiberio Barracco), Lelio, Ottavio, Mario (generale dell'armata spagnola sotto le mura di Barletta) e il primogenito frà Marzio (priore di Santo Stefano in Pisa e ammiraglio della flotta, fu cavaliere di Malta).
Pietro Antonio ottenne diversi incarichi da Carlo V, fu condottiero valoroso, si distinse nell'assedio di Catanzaro  nel 1528 contro le truppe francesi guidate dal generale Lautrec; partecipò alla spedizione di Tunisi al seguito dell'imperatore; per questo servizio gli concesse, nel 1536, il feudo di Ypsigrò nei pressi di Catanzaro. Successivamente fu nominato capitano d'armi di Rossano da Carlo V e da sua moglie Bona, regina di Polonia principessa di Rossano, con ordine di fortificarla e di munirla di vettovaglie perchè si temeva un attacco dei turchi, in questa occasione fu restaurata  porta Melissa e le venne dato il nome di Bona con la seguente iscrizione: “Quincti Caroli Cesaris invicti fedelitati, Bonaeque Poloniae Reginae urbis Principessae Antonius Abenantius Hipsicronis Calopetiatique Dominus dicavit, et quae olim Melissa vocabatur postae ex principessae nomine Porta Bona nuncupuri jussit.  An. 1552.”
Nel 1543, Pietro Antonio era stato investito del feudo di Cirò, da questo momento iniziò un periodo nefasto per tutta la sua famiglia;  la popolazione si dimostrò ostile in quanto non volevano essere infeudati; inviò sua moglie con un numeroso seguito a prenderne  possesso ma, la popolazione si sollevò in armi tanto da non permetterle di entrare in città e fu costretta a rifugiarsi nel vicino convento di San Francesco d'Assisi fuori le mura. In seguito ci furono aspre lotte e il barone Pietro Antonio fu costretto ad essere molto duro con la popolazione; ma vi fu lo scontro anche con il clero locale che riteneva il feudatario colpevole di ingerenze e soprusi tanto da essere accusato presso il Santo Uffizio di eresia, bestemmia e altri reati; subì l'arresto e fu condannato dal tribunale della Santa Inquisizione di Roma per eresia; da questo momento non si seppero altre notizie sul suo conto né la data di morte. Furono colpiti anche i suoi figli di analoghe accuse, costretti a rendersi irreperibili furono condannati in contumacia.


Corigliano Calabro, Palazzo Abenante, Portale. Foto tratta da Google Earth

Giovanni Battista Abenante fu cavaliere di Malta; colonnello della fanteria di Carlo V, militare valoroso ebbe la concessione dell'insegna gentilizia nella quale figurano due aquile austriache e due leoni.
Eleonora Abenante, nata a Corigliano nel 1689; ricordata per il suo ardore verso la fede cristiana e il suo zelo per l'opera caritatevole istituita nel 1607 dalla sua famiglia ovvero del “Monte di maritaggio”, attraverso il quale annualmente, il 10 di ottobre, giorno in cui si festeggia San Nicola Abenante, la famiglia si impegnava a costituire la dote a due donne vergini bisognose e prossime alle nozze; altra opera pia fu istituita dagli Abenante presso la parrocchia di San Pietro a favore di otto ragazze povere estratte a sorte su un numero di venti e vestite nella sagrestia.
Eleonora sposò Giovanni Leonardo Oliviero di Cutro (Crotone), anche ai suoi figli insegnò la carità cristiana.
Giovan Battista figlio della citata Eleonora, sacerdote, erede universale dei beni della famiglia Oliverio in Corigliano, Cutro, Crotone e Rocca Bernarda, istituì, nel 1783, il “Monte dei poveri di Gesù Cristo”, la più alta e benefica istituzione privata creata nei secoli in Corigliano.
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GLI ABENANTE A ROSSANO


Rossano Calabro (Cosenza)

Teseo Abenante di Baldassarre e fratello del citato Barnaba decise di investire acquistando grandi latifondi per destinarli alla coltura di arboree e orticole su vasta scala, ben presto diventarono, a metà del Cinquecento una delle famiglie più ricche di Corigliano; questa espansione si prolungò anche nella vicina Rossano in quanto presentava le stesse caratteristiche di terreno, nella prima metà del Seicento riuscirono a radicarvisi come imprenditori agricoli con Lelio e Orazio; Lelio morì nel 1668, l'anno seguente sua moglie Isabella acquistò a nome dei figli la tenuta di Volimento in Rossano. Orazio sposò la nobile Cherubini che gli portò in dote anche delle proprietà terriere, ma, nel giro di pochi anni, morirono i tre figli, per questo motivo Orazio  fece testamento a favore dei nipoti, figli di Lelio: Ottavio, Cesare, Barnaba e Federico; gli ultimi tre si occuparono dell'attività imprenditoriale; trasportavano per conto proprio verso il porto di Napoli ciò che producevano, Barnaba fu stabilmente a Napoli per curare gli interessi, ben presto, a causa del suo alto tenore di vita, causò problemi finanziari in famiglia, lo colse la morte lasciando 3600 ducati di debiti e un figlio, Lelio (1702 1765), gli zii riuscirono a ripianare i debiti e Lelio ingrandì con profitto l'attività, sposò la patrizia di Rossano Serafina Malena con la quale generarono sedici figli; dei cinque maschi solo tre si occuparono delle attività a tempo pieno ovvero Barnaba, Emanuele e Gaetano; saltuariamente Paolo (che diverrà avvocato in Napoli) e Francesco.
Barnaba divenne il capo famiglia, fece educare tutti i suoi fratelli, diede un nuovo assetto finanziario alle attività, comprò il feudo di Monastarace (nel basso Jonio) nel 1785 ca. che, pur essendo molto lontano da Rossano procurò agli Abenante il titolo di barone, e che si aggiunse a quello di San Morello; dopo dieci anni si trasferì a Napoli per meglio gestire gli interessi di famiglia e lasciò Emanuele in Calabria; quest'ultimo, sposato con Maria Francesca Giannuzzi Savelli dei principi di Cerenzia, fece degli investimenti in latifondi su tutta la costa Jonica tra le province di Cosenza e Crotone, ma anche dal punto di vista edilizio, il  più significativo fu la realizzazione del “casellone  per comodo de' marinati” l'attuale “Casello Martucci”; la masseria  nei primi anni dell'Ottocento si presentava con un corpo di fabbrica accresciuto sull'antica torretta, un concio per la liquirizia, una cappella, magazzini per il grano, la forgia, le stalle, il forno, casette per il  personale; le produzioni primarie nella masseria furono: olio, liquirizia e sapone esportati nel Regno ma anche a Livorno, Genova e Lisbona.


Rossano Calabro (CS), Arco d'ingresso del Teatro Nazionale


Rossano Calabro (CS), Palazzo Amarelli già Abenante

Barnaba decise di restare celibe, si concentrò nel gestire l'impresa di esportazioni in Napoli, responsabilità accresciuta anche dal fatto che tutti gli altri fratelli rinunciarono alla loro parte dell'asse ereditario, tranne l'ultimo fratello, Gaetano, cavaliere, sposato con Concetta de Mauro.
La rivoluzione del 1799 causò notevoli perdite, sia perchè i debiti non furono più esigibili (anche a causa di morte nella rivoluzione), drastica diminuzione delle attività economiche ma, anche perchè  Emanuele ne fu protagonista attivo parteggiando per i rivoluzionari, tanto da essere nominato presidente del comitato provvisorio repubblicano, questo gli costò il sequestro di alcuni beni, subì il carcere, riuscì a salvarsi con atto di pentimento, anche Gaetano fu costretto a rifugiarsi a Roma; inoltre nel 1802 Barnaba morì, l'amministrazione delle attività fu gestita in due sedi per cui a Rossano rimase Emanuele, a Napoli curò gli interessi Gaetano dando vita nel 1804 ad una nuova società mercantile; ma la crisi fu irreversibile, il figlio di Emanuele, Lelio, morì a soli dodici anni il quale era stato nominato erede universale dallo zio Barnaba; Gaetano accumulò 70.000 ducati di debito e fu costretto a riparare a Rossano tanto che nel 1810 la società andò in crisi e lasciò una strascico finanziario per diversi decenni; nel 1813 Emanuele rese l'anima a Dio lasciando eredi le tre figlie femmine sposate con altrettanti nobili rossanesi e i beni confluirono in queste casate: Serafina sposò Nicola Falco, Maria Rosa sposò Pietro Antonio Toscano nel 1823, rimasta vedova nel 1830, sposò in seconde nozze Raffaele de Mauro; Nicoletta sposò Fabio Martucci, ai quali verrà successivamente assegnato dal tribunale la masseria del Casello dalla quale per molti decenni (fino alla seconda metà del Novecento) uscirà la famosa liquirizia Martucci.
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Il ramo si estinse in Rossano  ma continuò a fiorire in Napoli con Francesco Abenante dei baroni di Calopezzati.
In Napoli gli Abenante possedevano una cappella gentilizia che nel 1545 fu acquistata da Cosmo Pinelli;
Pietrantonio Abenante vendette a Giuseppe Vespasiano Spinelli ( 1618), barone di Calopezzati dal 1589, patrizio napoletano, il feudo di Tarsia con Terranova e Spezzano per la somma di 12.500 ducati.

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Note:
(1) - Beato, compagno di San Francesco d'Assisi, costruì il primo convento francescano in Calabria, nel 1220, a Castrovillari e ivi morì, nel 1264, per mano degli ebrei del luogo.
(2) - Nel diritto feudale era il delitto tradimento degli obblighi esistenti tra il signore feudale e il suo vassallo, giurati durante l'investitura; il reato veniva punito con la confisca del feudo che veniva restituito al sovrano.
(3) - Enzo Cumino in “Veteranova” Anno I N.° 5, giugno/luglio 2013.
(4) - Luigi Piccioni “Sulle attività economiche degli Abenante di Rossano nel Settecento dall'archivio Abenante-Martucci di Rossano Calabro”, in “Daedalus”,  2006.

Bibliografia:
- Egidio Mezzi in “Calabria Letteraria” n.ri 10-11-12 del 2001 - Rivista edita da Rubbettino.
- Frà Girolamo Sambiasi “Ragguaglio di Cosenza e di trent'una sue famiglie nobili”- Napoli MDCXXXIX.
- Cav. barone Luca de Rosis “Cenno storico della città di Rossano e delle sue nobili famiglie” - Napoli, 1838.
-
Alessandra Anselmi "Collezionismo e politica culturale nella Calabria vicereale borbonica e postunitaria" - Gangemi Editore.


Continua sul quinto volume in preparazione di "LA STORIA DIETRO GLI SCUDI"

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