Ovvero delle Famiglie Nobili e titolate del Napolitano, ascritte ai Sedili di Napoli, al Libro d'Oro Napolitano, appartenenti alle Piazze delle città del Napolitano dichiarate chiuse, all'Elenco Regionale Napolitano o che abbiano avuto un ruolo nelle vicende del Sud Italia.   

 

Don Giovanni Giuseppe d’Alessandro:
"Il duca poeta e la tradizione ippica del Casato"

(di Ettore d’Alessandro di Pescolanciano)
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Giovanni Giuseppe
, nato a Pescolanciano il 25 marzo 1656, terzogenito del duca Fabio Junior, successe al fratello Geronimo morto prematuramente
(1).

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Incisione del ritratto del duca Giuseppe

Egli in data 4 giugno 1689, con decreto di preambolo della Gran Corte della Vicaria (2), venne dichiarato erede universale da testamento, rivestendo il titolo di VIII barone e III duca dei vari feudi e beni burgensatici costituiti da:   "Peschiolanciano", "Carovillari", Castiglione, Civitanova, Civitavetere, Valle, Cocozzoli, Roccalametta, Schenaforte. A queste località si aggiunsero, infine, i paesi di (Roccaraso), Castel del Giudice(3), Roccacinquemiglia e Vicennapiane, ereditati con il matrimonio contratto nel 1686 (alcuni autori riportano la data del 1675)  con la cugina, Anna Maria Baldassarre Marchesani, figlia del barone Gio. Tommaso Marchesani (“famiglia di probabile origine salernitana”) e Margherita d’Alessandro, sua zia paterna(4).
Giuseppe, uomo all'antica, visse preferibilmente nel feudo di Pescolanciano (nonostante i continui spostamenti a Napoli per i molteplici impegni) con tutta la sua numerosa famiglia, dedicandosi ad attività tramandata tra i d'Alessandro quale la cura e l'allevamento di cavalli.
Dedito a queste “gran professioni di cavallo e spada” mantenne e si attenne a quei simbolici, leali valori ideali provenienti dalla tradizione cavalleresca, ormai in fase di dissolvimento sul finire del XVII secolo
(5).
Ciò spiega, tra l'altro, il suo interessamento per il riassetto delle pertinenze del castello, sistemandovi scuderie, stalle i cui ambienti si presentano ancora di rilevante dimensione.

Gli abbellimenti del maniero riguardarono anche l’arredamento che si arricchì di una galleria di quadri firmati (circa 209).
Lo stesso continuò
altri lavori nel maniero e di ciò non pago, donò nel 1696 alla chiesetta del San Salvatore, nel borgo di Pescolanciano, una sua cappella privata sottostante il castello promovendo e partecipando all'ampliamento strutturale di detto luogo sacro, a prova della sua devozione alla fede cristiana.

Questo evento viene ricordato dalla lapide posta sul portale della suddetta chiesa(6):
 

D.    O.    M.
 HAS VALVAS CUM SCALA,
 EORUMQUE CONTENTA:ET ECCLESIAE SPECIALIORA,
VERUM ETIAM ANNOSUM CASTELLUM SUAM CAPPELLAM ADIUNGERE,
RESTAURARI FECIT
D. IOSEPH DE ALEXANDRO
DUX PESCHILANCIANI
NON SINE AMPLIATIONE REFACTIONE ORNAMENTO DICTAE TERRAE BREVI TEMPORE EIUSDEM VI CLAUSAE AC TERMINATAE
ANNO DOMINI M.C.L.XL.VI
VITAM DE GENTE  P.INNOCENTIO XII CAROLO II REGE EPISCOPO
IN HAC DIOCESI
F.ANTONIO TORTORELLI.

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© Pescolanciano-
chiesa di S. Salvatore  con portale e lapide marmorea soprastante a ricordo del Duca

In questo periodo Giuseppe risulta occuparsi dell’ordinamento erariale e della organizzazione governativa dei suoi feudi. Nel 1691, ad esempio, fu stabilito un sistema di pagamento/riscossione di dazi su alcune terre.
Mentre nel feudo di Sprondasino, sul ponte omonimo sembra essere stata collocata lapide relativa ad un editto di re Carlo II, su cui veniva sancito quanto segue
(7):

"PANETTA SEU TARIFFA DELLI DERITTI DEL PASSO DI SPERONASINO DELL’ILLUSTRE DON GIUSEPPE D’ALESSANDRO DUCA DI PESCOLANCIANO. PER QUALSIVOGLIA SALMA DI ROBBE, MERCANZIE DI QUALSIASI SORTE E VALORE CHE PASSA PER DETTO PASSO, GRANO UNO E MEZZO PER QUALSIASI PERSONA A PIEDI ED A CAVALLO GRANO UNO E MEZZO. PER CENTENARO DI PECORE, CASTRATI, PORCI, CAPRE ED ALTRI ANIMALI MINUTI GRANA 25, E SE SARANNO DI MAGGIORE O MINOR NUMERO SI PAGHERA’ PRO RATA A DETTA RAGIONE PER CENTINARO, PERO’ SE DETTI ANIMALI SARANNO DEI LOCATI DELLA REALE DOGANA, SI ESIGGA SOLAMENTE A RAGIONE DI UN CARLINO PER MORRA E NON PIU’. SENZA PREGIUDIZIO PER L’IMMUNITA’ PRETESA PER LI LOCATI PREDETTI. PER CENTINARO DI ANIMALI VACCINI ED ALTRI ANIMALI GROSSI CHE PASSERANNO PER DETTO PASSO, CARLINI 5 E SE SARANNO DI MAGGIORE O MINOR NUMERO SI PAGHI PRO RATA A DETTA REGIONE DI DENARO. DATUM NEAPOLIS EX REGIA CAMERA SUMMARIA, DIE 20 OCTOBRIS 1691 D. SEBASTIANO DE CORTES, ANDREAS GUERRERO DE TORRE, SCUS IANUARIUS CECERE ACTERARIUS."

Il primo agosto 1695 fu spedita significatoria di ducati 23.1.10 (23.110) per la morte del fratello
Geronimo avvenuta nel 1689, vedendolo così impegnato nelle pratiche successorie.

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Mappa del Contado di Molise all'epoca del Duca con i Feudi dei d’Alessandro


Qualche anno dopo, nel 1704, invece lo stesso ordinò l’incisione di tutti gli alberi esistenti nel feudo di  Civitanova per dimostrare il proprio possesso su questi boschi e terreni  (Scandiglieri, Forconi, Monticello, Selvapiana, Spelonca, Castelluccio, Pescovenafro) contese dal comune di Civitanova, onde far valere i propri diritti dominicali
(8).
Oltre alle continue e numerose liti giudiziarie, il duca Giuseppe fu impegnato nella gestione fruttifera del patrimonio feudale. Documenti datati 1695, 1696, 1697 e 1704 testimoniano l’esistenza di affittanze anche degli erbaggi per il pascolo sui feudi rustici di Scandiglieri e Spronasino.
Egli, tra l’altro, si interessò ad alcune proprietà locali. Possedeva, ad esempio, lungo il tratturo che allora costeggiava l’esterno dell’abitato di Pescolanciano un fabbricato denominato “Taverna del duca”, luogo per la sosta e ristoro di forestieri in transito nel paese e degli addetti alle greggi, durante i periodi della transumanza. Inoltre, poco lontano e fuori dal borgo, sorgeva la “Casina del duca” (in prossimità dell’attuale ferrovia) ove si radunavano i partecipanti alle battute di caccia organizzate dal feudatario.
Altresì, pure due mulini funzionanti ad acqua, siti nelle vicinanze da quell’abitato (uno vicino alla zona dell’attuale cimitero in Pescolanciano e l’altro prossimo al bosco di S. Onofrio, attiguo ad una fonte di acqua sorgiva ora sfruttata per altri scopi), che dovettero appartenere all’amministrazione ducale con tanti altri mulini sparsi nei vari feudi.
Oltre a questa immagine di aristocratico attivo ed operoso nella gestione del patrimonio feudale, si rinvengono altre notizie storiche circa la presa di posizione del duca nei confronti della società spagnola in auge a quel tempo. All’oppressiva, corrotta, inefficiente dominazione spagnola nel Vice-Reame di Napoli, sempre più gravato da tasse, il duca Giuseppe opponeva un atteggiamento critico, conservatore, di reazione.

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© Poesia manoscritta del Duca 

Manifestò pubblicamente questi suoi sentimenti contrari verso aspetti della vita ed usanze deplorevoli, comuni agli invisi dominatori. In una quartina della sua opera biasimò, perfino, l’uso iberico del “Don” praticato dai cavalieri napoletani. Scrive all’uopo il duca  Giuseppe:

“Circa il don praticato dai cavalieri…

altro non è che un donativo

che, molt’anni non ha, l’Iberia fece

Ai nobili d’Italia, e questi in vece

                               Gli dier saluti col superlativo”.

In questo periodo finale del 1600, trovandosi a Napoli (ove alloggiava nella sua sontuosa dimora sita in via Nardones-Sant’Anna di Palazzo, zona via Toledo) egli venne arrestato e fatto imprigionare in Castel Nuovo, perché sospettato di partecipazione e coinvolgimento in una congiura anti-spagnola (congiurati di Macchia-1705) 
(9).

Il d’Alessandro, in alcune sue rime autobiografiche pubblicate nella postuma opera “Selva Poetica”, si difese sostenendo di essere stato vittima di un’invidiosa calunnia: “(…)da l’invidia a tal segno io son ridotto”.

Durante quell’infausto periodo della prigionia nacquero altri figli, oltre ai cinque già in vita, tra cui il secondogenito maschio Consalvo ed Antonio. Unico conforto per il nobile personaggio, rinchiuso nelle carceri, restò -oltre alla lettura di libri- quello di contemplare le bellezze naturali, che lui riusciva a scorgere dalla sua cella sita nel suddetto castello angioino. Suoi sono questi versi, tratti dalla “Selva Poetica”:

“Questa stanza felice altresì rende

Del mar la leggiadrissima veduta

Vicin’è il porto, e godo se l’occhiuta

     Sua rete il pescator raccoglie e stende”    

Nel 1707 il duca fu liberato dalla prigione e graziato dal maresciallo conte di Daun, comandante delle truppe ispano-asburgiche, insediatesi vittoriosamente in Napoli. Nuovamente, tuttavia, dopo poco tempo egli si trovò ancora ad assaporare l'amarezza di essere imprigionato proprio dallo stesso Viceré Daun per altre implicazioni (sembra, forse, derivanti dalla sua opposizione ad imporre nuove gabelle verso la popolazione anche nei suoi feudi). Comunque, grazie all'intervento successivo del generale Heindel(10) ed alla  difesa eloquente del giurista Giuseppe Sparano, suo difensore, il malcapitato feudatario riuscì a venir fuori da tali intricate vicende ed ottenere finalmente la libertà. Ciò malgrado nell’agosto del 1712, dimorando il duca Giuseppe con i propri familiari nel castello in Pescolanciano, visse fastidiose traversie ad opera dell’Autorità asburgica (intervenuta colà con scorta di soldataglia tedesca al comando del Real Consigliere Francesco Condè), che tentava di ridurlo in cattività.
Egli allora, per sfuggire alla cattura, risulta che trovò rifugiò nella locale chiesa, fruendo del dritto di asilo.
In quel subbuglio, la sua famiglia sotto la guida del figlio Ettore si trasferì all’improvviso ad Isernia.

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© Ritratto pittorico del Duca Giuseppe

Il duca però sotto la minaccia dell’arrivo di ulteriori rinforzi, si decise allora a lasciare il sacro luogo, ma venne obbligato dagli alemanni ad allontanarsi immediatamente dal suo feudo. Condotto dai suoi “seggettari”, benchè malfermo in salute, egli affrontò questo forzato e pericoloso trasferimento raggiungendo in giorni diversi la terra di Sessano e poi di Carpinone, concludendo il suo viaggio a Pettorano, dove si aggravò la sua malattia. Contemporaneamente, si ritirarono dal luogo anche le truppe imperiali. Questo episodio potrebbe essere scaturito dai sospetti che, talora, l’amministrazione straniera nutriva sulla scarsa fedeltà del duca verso l’asburgico dominio(11).
In seguito poté dedicarsi nuovamente ai suoi studi ed esperienze per i cavalli, giungendo a sintetizzarli con il primo capolavoro. Nel 1711, presso la tipografia di Domenico A. Parrino, Giuseppe d’Alessandro faceva pubblicare il suo lavoro "Pietra di Paragone dei Cavalieri" o “Arte del Cavalcare”.
Tale componimento scientifico-letterario fu il prodotto di conoscenze teoriche e di esperienza pratica dell’autore, dedito all’attività equestre fin da giovane età. In quanto cresciuto, come lo stesso ricorda in una pagina di detta opera in occasione di una ricostruzione sommaria della sua ascendenza, nel contesto familiare ove la tradizione ippica era ben consolidata e affermata, sin dai tempi dell’antenato Fabio Senior
(12), vissuto nel XVI secolo.
Fu suo padrino, tra l’altro, il cavalier napoletano Cesare Frezza, il quale viene ricordato nell’opera “Arte del Cavalcare”
. Ma fu soprattutto lo zio paterno, il cavaliere Giovanni, a trasmettergli la sentita passione per i cavalli. Costui allevò ed addestrò una razza di cavalli “saltatori”, molto richiesti dai nobili cavalieri del tempo. Tutti familiari longevi poiché, come scrive il d’Alessandro, praticavano “ l’esercitio di cavalcare e della caccia ”.
Il duca Giuseppe, comunque, al tempo della pubblicazione era “(…) ben noto nella cerchia della nobiltà meridionale, che aveva in pregio ideali e professioni cavalleresche d’antico stampo”(13).
In proposito il d’Afflitto scriveva, sul finire del XVIII secolo, nella sua opera: “Memorie degli scrittori” “(…) ho inteso a dire da’ nostri vecchi cavalieri, che nelle contese di spada, e del merito di un cavallo, a Lui come ad oracolo si ricorrea”
(14). Non fu l’unico erudito, di lui contemporaneo, a ricordarlo quale noto scrittore di cose cavalleresche. Viene fatta menzione del d’Alessandro e della sua opera anche dal Gimma e dal Mazzucchelli.
Questa ben diffusa conoscenza tecnica equestre, frutto della personale esperienza nel suo feudo di Pescolanciano, fu supportata da un’insieme di nozioni accademiche di influenza letteraria barocca, acquisite dal duca negli anni della sua formazione. Fu, così, ispirato da quella “fastosa iconologia secentesca dei cavalli” che ebbe le massime espressioni nel Preti, in Antonio Bruni e soprattutto in Giambattista Marino.
 Il duca Giuseppe, molto legato alla corrente poetica del Marino, espresse “(…)con una poetica barocca quella iconologia dei cavalli, con un amore quasi sensuale che fu comune a diversi autori nel 600”. Nell'opera diversi sonetti e madrigali (forma poetico - musicale, nata a metà del trecento, destinata ad ambienti colti e raffinati dell’epoca. Vedi Gesualdo) inneggiavano ed esaltavano le glorie e virtù del cavallo. Egli, però, non si limitò a poetare sul nobile quadrupede (significativi i sonetti dedicati “Al Cavallo” o “Ad un velocissimo e nobile Cavallo”), ma espresse anche opinioni polemiche contro l'agonizzante filosofia astratta delle scuole di tendenze “crepuscolari”(con uno schema formale e sillogistico del mondo e della vita) esaltanti “l'ente di ragione”, molto diffuse in Napoli, a quell'epoca.

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Prima edizione opera “ARTE DEL CAVALCARE”
(Anno 1711)

© Proprietà Casa d'Alessandro
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IMMAGINE DESCRITTIVA SULLO STUDIO ANATOMICO DEL CAVALLO,TRATTO DA “ARTE DEL CAVALCARE”
 

Il d’Alessandro, inoltre, doveva ben conoscere una serie di importanti trattati di illustri accademici, a lui contemporanei o vissuti in epoca precedente, i quali scrissero sull’equitazione, sul maneggio, sull’anatomia e malattie del cavallo. Alcune opere compaiono, tra l’altro, nell’inventario del 1715, redatto a morte del Giuseppe d’Alessandro. Vi compare, in ordine cronologico di data di edizione, il libro di Rusio(15), del Corte(16), del Liberati(17), del Santapaulina(18). Alcune di queste fonti compaiono, poi, tra gli autori citati nel secondo libro dell’opera.
Il cavallo, argomento ispiratore dei cinque libri componenti la “Pietra di Paragone”, venne studiato nelle sue variegate componenti come per lo più attuato in altri trattati ippici. Del resto il cavallo rimaneva ancora per tutto il XVII e XVIII secolo l’animale necessario all’uomo per i suoi spostamenti e per i combattimenti durante le guerre, come testimoniato nell’opera. Questa è pertanto così composta e divisa:

Nel libro primo, vari capitoli si alternano dopo che l’autore, rivolgendosi ai “Baroni del Regno”, motiva tale suo sforzo letterario:
“Ho cercato fare con la penna non senza gran studio qualche piccolo giovamento a vostri figli, ed a i posteri loro ch’emulando la virtù de loro Genitori, e de loro Avi cercano in quest’onorato mestiero a buon segno avanzarsi”. Nel capitolo 1° del suddetto libro la disquisizione verte sulle modalità di stare a cavallo, mantenendo una certa equilibrata posizione sulla sella, con i piedi ben nelle staffe e sull’uso degli speroni. Precise indicazioni sono poi date nella fase di montare in sella.

Nel 2° capitolo intitolato “Degli aggiuti e castighi” si insegna al cavaliere l’uso appropriato di parole, con varie tonalità e termini fonici, per incitare o ammonire il cavallo allo scopo di abituarlo a precisi segnali. Si passa poi ad un (III) capitolo, ove emergono precise regole su come “preparare la bardella, e sbardellare i polledri”. Consigli sull’addomesticamento dell’animale con l’utilizzo del “capezzone senza briglia”(19), del “nerbo e bacchettone” per abituarlo all’andatura, alla museruola (da ungerla di miele per farla meglio accettare dal puledro). Il duca Giuseppe, poi, passò a descrivere nel capitolo IV la fase di posizionamento della sella, delle redini e morso sul puledro, da ammaestrare. Infine, come da insegnamenti ricevuti dal maestro dell’autore, Carlo Christallino, venne trattata la salita in sella del cavaliere, il controllo del cavallo con bacchetta, le redini e gli speroni: argomenti questi del V capitolo.

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IMMAGINE DESCRITTIVA SUI TRATTAMENTI DI CURA PER IL CAVALLO, DA “ARTE DEL CAVALCARE”

Il secondo libro è invece improntato ad affrontare l’attività o “mestiere dell’imbrigliare”, partendo da una rassegna di contributi letterari sull’argomento ricavati da “antichi autori”. Rifacendosi a costoro, il d’Alessandro intese darne ulteriore aggiornamento con un suo contributo.
I personaggi citati, con riferimento alle loro specifiche opere ippiche, appartengono a varie epoche e provengono da varie regioni d’Italia. Si parte da Gio. Battista Galiberti, da D. Giovanni Gamboja cavaliere napoletano, Lorenzino Palmieri cavallerizzo fiorentino del Gran Duca di Toscana, Cesare Fiaschi nobile ferrarese, Federico Grisone cavaliere napoletano, Antonio Pirro “ferraro” napoletano, per finire a Diego Cardua ed altri. A conclusione di detto libro furono inserite delle osservazioni “sopra la cavalleria, effetto, e giustezza della briglia Ginetta”. L’autore conclude con sue osservazioni e suggerimenti anche contrari ai postulati, espressi dagli accademici chiamati in causa. L’autore conclude con sue osservazioni e suggerimenti anche contrari ai postulati, espressi dagli accademici chiamati in causa.
Il terzo libro contiene 92 tavole, su cui sono incise figure di “briglie” e di “guardia” con rispettive spiegazioni. Il quarto libro, invece, è diviso in due parti. La prima tratta con rappresentazioni geometriche (“circoli”) “(…) il modo di cambiar e ricambiar le mani per di fuora col Circolo ove il Cavalcatore starà travagliando il suo cavallo”.

Tale tecnica di equitazione, sostiene l’autore, è trattabile con elementi di matematica, come avviene per l’attività di scherma. Viene in questa parte dell’opera allora introdotto il suddetto argomento, con descrizione delle varie mosse da fare con l’arma “bianca”, dalla “sbracciata” alla “scoccata”, la “botta dritta” e la “imboccata”. Vengono, poi, descritte cinque posizioni di spada e pugnale (“guardia di sotto”, “guardia di sopra”, “guardia per dentro l’armi” e “a mezza resta”). Diversi tecnicismi, dimostra il duca Giuseppe, sono quasi simili in equitazione e scherma. In merito vengono pure citate delle lezioni del maestro di scherma, “maestro de’ Maestri”, Sig. Giovanni Battista Marcelli.
Continuando in questo confronto, vengono inoltre proposti sonetti dedicati ad un “perfetto Cavaliere” e ad un “buon Schermitore”, così come al “cavallo” ed alla “spada”. E’ intenzione del d’Alessandro dimostrare il rapporto simbiotico esistente tra le due discipline, che fanno capo alla cavalleria. Il perfetto cavaliere doveva essere capace di condurre e mantenere un cavallo nonché a tirare di spada, elementi questi alquanto enfatizzati dalla dottrina araldica nello studio delle origine delle nobili Casate.
All’ideale figura del cavalcatore, cantata nel citato sonetto con le seguenti rime:

“Gran Domator del Generoso Armento,

Scelto Rettor de’ nobili Destrieri…

Con man leggiera, e col minor tormento

Sai ben frenar i docili, e gli altieri…

Col petto avanti, immobile, e costante

Con gamba assai leggiadra, e piè garboso

Reggi qual sia Cavallo strepitante…”

              fa riscontro quella del “buon schermitore”, così descritto:

“Intento, e cauto a  riparar se stesso,

Con se fatto Balestra di se stesso,

Il colpo scaglia, e poi torna in se stesso…

Con spada appropriata per se stesso,

Molti giochi propone, e fra’ se stesso…”

              All’immagine esaltata del cavallo nelle note dedicate:

“Accorto imitator del genio umano,

Veloce Corridor, Corsier volante,

Attento Esecutor di dotta mano…

Rapido brio, che al Martial nitrito

Accordi il suon della tua man serrata…”
segue il sonetto alla spada:

“Gran Regina de l’Armi, Arme fatale

Ottima in Guerra, e necessaria in Pace…

Dell’Innocenza protettrice invitta,

Inimica de l’odio, e del livore

Sempre l’invidia fu da te trafitta…”.

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IMMAGINE DESCRITTIVA SULLE BRIGLIE DA "ARTE CAVALCARE"

Questa tematica del cavallo e della spada, ricorrente nella lirica seicentesca, viene proposta poi in alcuni madrigali, quali quelli intitolati “Gloria del Cavalcare e Schermire”, “Bel Cavaliero a Cavallo”, “Bel Cavaliero Spadaccino”, “Per chi brama saper di Spada e Cavallo”).
Nel libro terzo, inoltre, il d’Alessandro passa ad una presentazione di personaggi alquanto famosi nel Regno, gli “Huomini Illustri”, di cui propone una scheda biografica e il rispettivo ritratto. Tra i “Ritratti di Personaggi Eroici intorno al mestiere di Cavalcare” figurano ben tredici famosi “cavalcatori”, quali il Giovan Battista Caracciolo, Carlo Miroballo, Oratio Carrafa, Paolo Franceschillo ed il citato cavalier Giovanni d’Alessandro, zio del duca Giuseppe. Mentre tra i tredici “Giocatori di Spada” figurano Marcello Lettieri, Ottavio Caracciolo, Giovanni Cicinelli, Carlo Capecelatro ed altri. Il terzo libro si conclude con una coloratissima “Ode per il Torneo, che nelle funzioni Regali suol farsi nella Sala del Regio Palazzo in Napoli”
(20).
Quest’antica costumanza cavalleresca, ancora sentita ed apprezzata nel XVIII secolo nel Viceregno spagnolo, viene presentata in più pagine con specifica descrizione dei particolari sull’avvenimento. Paragrafi quali sul “correr la Lancia”, “dell’Anello”, delle “Regole per il Torneo”  riportano il lettore alle tematiche della ben nota letteratura epico-cavalleresca.

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IMMAGINE DESCRITTIVA DELLA TECNICA DI CAVALCARE, TRATTA DA “ARTE DEL CAVALCARE"

In queste pagine del terzo libro viene così descritta l’antica nobile usanza della Giostra con le sue pompose parate, la sfrontatezza eroica dello sfidante, la presenza cortese della donna.
Quest’ultima figura traspare nel corso di tutta l’opera non solo per la costante presenza a simili tornei, ma anche per la condivisa passione per l’attività equestre. Non mancano, così, quei sonetti dedicati al personaggio femminile, come nel caso di “Bella donna a cavallo” o del “Cavallo frenato da bella donna”. Infine, nel quinto libro l’autore tratta “intorno alla Preservativa, Conservatione, e Medicina per Cavalli”. E’ la parte più scientifica dell’opera, in cui si studiano ed analizzano le diverse casistiche d’infermità del cavallo, nonché i rispettivi rimedi medici, quale quello circa “i giorni critici e buoni per salassare i cavalli” o lo “zoppicar del cavallo”, il “ciamorro”, la “tosse secca”, la “colica”, la “storta”, la “gamba rotta”, la “inchiodatura”.
Il trattato “Arte del Cavalcare” termina con un sonetto dedicato alla “Nobile Gioventù napolitana”:

“Di Partenope bella a l’armi, a l’armi

 Incliti Eroi, Superni Cavalieri,

Deh sul dorso guerrier de’ bei destrieri…

E che per voi la gloria impenn’il volo

A sparger fama eccelsa, e memoranda”.

Il 7 marzo 1713 risulta il duca essere a Napoli per affidare, con atto legale a D. Giuseppe Mezzacapo, procura a rappresentarlo nel disbrigo di tutte “le liti e cause attive, passive, civili, criminali(...) in ogni corte, luogo, foro ed avanti qualsivoglia giudice, ufficiale e magistrato”.

Nel 1714, a seguito del successo ottenuto nel Regno, la sua prima opera fu ristampata da Michele Luigi Muzio. Un anno prima, invece, nel 1713 lo stampatore napoletano Felice Mosca prese l’incarico di pubblicare un altro lavoro del duca Giuseppe d’Alessandro, intitolato: “Selva Poetica”.
Dedicato al viceré conte Daun, l'autore in tale libro, assumendo un atteggiamento severo e pessimista, elevò note di sdegno contro la società del ‘700,che a suo avviso stava progressivamente abbandonando quelle virtù e costumi del secolo passato.
I
l duca-poeta subiva la tremenda insofferenza e noia di fin de siecle, con i suoi tramonti malinconici di un mondo che, ora, popolavasi di gente opaca e tetra, di perfidi, pettegoli (“raro è quel che non cela i fatti suoi”), di persone false ed invidiose, di ingrati di giovani oziosi (“nobil gioventù non si diverte in nobil esercizi e nelle scienze”), di causidici(21). Non è escluso neppure un “certo vecchio di cattivi costumi, millantatore dell’antica sua stirpe”(22).

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FRONTESPIZIO OPERA  “SELVA POETICA” (Anno 1713)

Questa insofferenza pessimistica che traduce nelle righe del sonetto “Per l’Umanità”:

“Nacque l’Uomo infelice in fragil polve,
che si disperde al respirar del Vento (…)
Ogni cosa qua giù diventa polve (…)”

e tutta la tematica critica verso la società contemporanea risultano argomenti tipici della produzione letteraria seicentesca, con le sue forme barocche ispirate ad una “vena sincera di tetra malinconia”(23). Altresì, il duca nella sua opera attacca “(…)tutte le argomentazioni cavillose e convenute, i sofismi, i sillogismi(…)le ambilogie, le vulpecule, i cridalesimi (…) le dispute di lana caprina, tutto l’immenso mondo astratto dell’estrema scolastica aprioristica e deduttiva”.
Altri sonetti della “Selva Poetica”, invece, scorrono con toni meno negativi, poiché sono ricordati ed esaltati taluni personaggi alquanto stimati ed apprezzati dall’autore, quali Giuseppe Piccolomini principe di Valle, il virtuoso P. Frà Giuseppe Parascandolo, Francesco de Liguori, il Conte Daun, Francesco Tomacelli e tanti altri. Tali sonetti e madrigali riferiti a personaggi, usi e costumi di un’epoca contemporanea al d’Alessandro costituiscono una ricca ed interessante fonte d’informazione sulla società barocca di fine XVII secolo.

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MARCHIO USATO SUI CAVALLI DELLA SCUDERIA DEI d’ALESSANDRO PESCOLANCIANO

Di detta società, egli non accettò quei costumi e le maniere della moda francese, che negli allora lontani tempi stava diffondendosi pure nella società italiana (la donna presente nei trattenimenti civili e mondani; l'uso della polvere di Cipro che rendeva l'aspetto dei vecchi più giovanile e viceversa). Addirittura, nella “Selva Poetica” riguardo all’arte del guerreggiare, il duca Giuseppe arrivò all'esaltazione di arnesi ormai inutili ed armi emblematiche (cimiero, scudo, picca da torneo, pugnale, spadone a due mani), sorpassate “dall'inferno portatile”, quale lo schioppo. Da queste pagine si evince come il duca amaramente accettava il nuovo , non rassegnandosi all’idea di abbandonare le antiche armi dei cavalieri, l’emozioni delle giostre, i nostalgici tornei blasonati. Argomenti, questi, che ricordano passi descrittivi del Don Chisciotte (1605) di Miguel de Cervantes Saavedra. Quel cavaliere del Cervantes, con vecchie armi e l’elmo in cartone, il quale simboleggia quel mondo epico in dissoluzione e dimentico della tradizione dei paladini, delle crociate, l’armi, gli amori e cortesie, traspare nelle pagine letterarie del duca d’Alessandro.

In particolare il Don Chisciotte si rinviene leggendo il madrigale dal titolo “Contro l’Inventore del Schioppo”, in cui emerge quella velata nostalgia di un mondo ormai tramontato nel XVIII secolo, con l’avanzare del progresso tecnico e di una civiltà improntata sulla polvere da sparo e sull’etica del profitto. Il duca Giuseppe scrive:

“Pera chi fu’l primiero
A vomitar la morte
Da concavo metallo.
Se pria prode Guerriero
Incontrava la Sorte
Sovra nobil Cavallo
Co la spada a la mano,
Oggi inutil e’l suo valor sovrano.
Malnata invenzione,
Che restringe l’Inferno in un Cannone…”
.

Lo “schioppo”, prodotto dell’età “moderna” con i suoi nuovi valori apparsi nelle società rinascimentali con la scoperta dell’America, fu ritenuto dal d’Alessandro strumento accelerante del processo di decadimento della tradizione cavalleresca di antica origine nobiliare.

Del resto il duca Giuseppe apparteneva ad un illustre Casato che contava diversi esponenti tra le fila dei cavalieri-baroni del Regno e che risultò essere vicino sin dal XII secolo ad alcuni Ordini militari Cavallereschi.
Ciò spiega, pertanto, talune prese di posizione del Giuseppe d’Alessandro, fedele ad una così antica tradizione di famiglia.
Nella “Selva Poetica” non mancano, poi, i riferimenti inneggianti al cavallo ed alla relativa attività equestre quali quelli contenuti nei sonetti “Per un cavallo frisone”
o “Per il cavallo di Dario”, “Per passare alla lancia a Cavallo” ed infine “Per un veloce cavallo” e  “Per quei ch’eternamente lezzionano il Cavallo”. E’ poi interessante la presenza nell’opera di alcuni sonetti moraleggianti su taluni costumi ed usanze della nobiltà settecentesca partenopea, tali che “(…) l’intelaiatura narrativa è press’a poco uguale a quella del Giorno pariniano”. Per taluni di questi argomenti trattati, difatti, è stato ritenuto Giuseppe d’Alessandro tra gli autori precursori del Parini. Il paragone verte sul citato sonetto “Alla polvere di Cipro”, che fa ricordare la “(…) pariniana favola di Cipro” pubblicata nel “Mattino”.

© Proprietà Casa d'Alessandro
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Iscrizione del Casato al Sedil di Porto al tempo del Duca Giuseppe

La similitudine è maggiore nel poemetto composto dal d’Alessandro sulla giornata tipica dei nobili della sua epoca, con le loro eccessive abitudini sia notturne (“verso la sera in tracannar sorbetta…”, dolci e gelati), che diurne (“ritornate ver l’alba in vostra casa…”, dopo le perdenti giocate con colazioni ad ore insolite, l’imparruccarsi per la passeggiata). Alcune rime di detto sonetto sono:

“Verso la sera in tracannar sorbetta
Acque gelate e frutta,
Con diversi canditi(…)
La notte intera a le comedie,veglie(…)
Ritornate ver l’alba in vostra casa
Talor tutti crucciati Per aver perso al gioco
Ecco che giunta già del cioccolato
E’ l’ora, e’l ripartier tutto stordito(…)
Onde tosto che levasi la tavola
S’ode gridare: Cocchiero
Poni in ordine via su
Ch’il padron vuole uscire(…)
La perrucca s’accinge
E perché in casa più non v’è la polve(…)
Ed ivi a sberrettare
Inchini e baciamani
Prendete quante dame e quanti amici
Passeggiando incontrate(…)”

L’amareggiarsi per la fine di un’epoca e l’incapacità di accettare il mondo nuovo è opera del “Tempo”, scandito - come più volte menziona il duca Giuseppe- dal muoversi delle frecce di orologi (“Per l’orologio ad acqua”, “L’orologio a sole”), dal calare della sabbia nelle clessidre (“...gemin’urna di vetro in se rattiene polve funebre...”) o dal votarsi delle ampolline ad acqua (“…da racchiuso cristal ciascuno apprende con chiarezza che l’ore del viver nostro son brevi dimore...”).

Napoli - Chiesa di S. Anna a Palazzo
Napoli - Chiesa di S. Anna a Palazzo

Nel 1714 il duca pubblicò l’ultima sua opera intitolata "L'Arpa Morale", che a detta del Camporesi trattasi di “(…) uno stanco libro di sentenze poetiche moraleggianti parafrasate in versi, con aggiuntivi sei capitoli d’intonazione sermoneggiante”.
Un anno dopo l’11 agosto 1715 (come testimonia il reverendo D. Gennaro Cappa coadiutore di S. Anna di Palazzo
(24)  , nonché il decreto di Preambolo interposto dalla Gran Corte della Vicaria del 13 agosto 1715), soggiornante nella sua dimora di Napoli, lo colse la morte, quella che Giuseppe celebrò nel sonetto “Col tempo tutto ha fine”, con queste parole: “(...)la misera de l’uom vita vien meno(...)nè v’è chi creder vuole che siam di passaggio e diventiamo alfine tributari di morte e ruine”.
Nel 1723, otto anni dopo la morte del duca Giuseppe, il figlio Ettore adempì ad una volontà testamentaria del padre
(25), facendo ristampare l’opera “Pietra di Paragone”.
Venne così pubblicata in Napoli da Antonio Muzio, erede di Michele Luigi, la “Opera di D. Giuseppe d’Alessandro duca di Pescolanciano divisa in cinque libri”.
Dedicata alla maestà di
Carlo VI imperatore, re delle Spagne, a cui il duca Ettore si rivolge nelle pagine introduttive per “(…) onorar la mia Casa del Supremo suo Patrocinio”.

L’opera venne riproposta in “quel Dialetto, che il familiar ragionamento della propria patria gl’aveva insegnato” per “farsi intendere da ogni genere di persone, e letterate, ed idiote”. Infine, nelle pagine introduttive viene ricordato che “(…) se i secoli passati, ed i futuri hanno ammirato, ed ammireranno Alessandro d’Alessandro, nel XVIII secolo ancora si sarebbe parlato di suo padre Giuseppe.

La ristampa del 1723, oltre a contenere i cinque libri della Pietra di Paragone, venne arricchita tra l’altro con altri componimenti letterari del duca Giuseppe ed altro accademico. Risultano, pertanto, stampate nella parte finale intitolata “Rime Diverse” numerose poesie tratte dai precedenti lavori della “Selva Poetica” ed “Arpa Morale”.
Vi compaiono, ad esempio, sonetti sull’Arte della Spada, tecnica gradita al duca Ettore tanto da volerne un ampliamento del trattato. Al riguardo, sono memorabili i poemi sul “Gioco di Spada sola all’uso di Napoli” o “Alla stoccata dritta”. Inoltre, in merito al suddetto argomento vennero aggiunte nove tavole illustrative con “figure di positure di scherma e d’altri Armi”.
Nella “lettera” che si accompagna a tali immagini con le diverse spiegazioni sulle tecniche di combattimento si rinviene notizia sulla provenienza di detti disegni. Scrive l’autore di aver conosciuto il “(…)pittore, chiamato il Sig. Guglielmo Borremans, da cui avendo comprato alcuni famosi quadri, ho avuto anche il piacere d’alcuni disegni presi dal naturale intorno alle positure delle Guardie della Scherma Napolitana”
.
L’opera contiene, poi, una lunga rima dal titolo “Gloria equestre”, dedicata a Nicolò Gaetano, che riassume la storia del cavallo destriero presso diversi popoli e civiltà (greca, etrusca, romana, barbarica).

© Proprietà Casa d'Alessandro
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OPERA “ARPA MORALE” (Anno 1714)

Dalle rime sul “Trattato d’imbrigliare” si passa ad una “lettera ad un Amico” sul “nobile divertimento della Caccia” di lepri, volpi e cinghiali con l’uso di armi, cavalli e cani. Trattasi di una dissertazione che ricostruisce storicamente questa usanza diffusa nei vari Regni. Altra “lettera”, invece, si rivolge più specificatamente alla “caccia dello Schiedo, o Schiedone, che in questo Regno suol praticarsi da alcuni Signori Cavalieri per lo più nella Provincia di Lecce contro il Cignale”. Seguono rime sulla “Gloria de’ cani” utili alla caccia.

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Seconda edizione opera “ARTE DEL CAVALCARE” (Anno 1723)

Seguono numerose rime che trattano svariate tematiche, quali quelle sul “tabacco”, sul “caffè” o quella sulla “risposta ad una Dama che domandò al Duca di Peschiolanciano per qual ragione più non cavalcava”. Da quest’ultimo poema, si apprende notizia sul duca Giuseppe, che in età avanzata non poté più montare a cavallo a causa di “(…)un brutto umor mi fa’ cadere al piede”. Compaiono, pure, alcune rime che trattano dei titoli onorifici, quale “Illustre”, “Messer” o quello di “Cavaliere”, sul quale viene scritto: “E’ cavalier chi prova i quattro quarti”, ribadendo l’antica regola medioevale. Tra gli illustri cavalieri del Regno, figurano citati Nicolò Mormile, Vespasiano de Liguori, Giuseppe Caracciolo “utile Sig. della Terra di Pettorano e gran Cacciatore”, Paolo Dentice, Camillo Pagano. Seguono, inoltre, con maggiori dettagli alcuni nobili cavalieri, signori di feudi nel Contado di Molise. Risultano, così, pubblicati sonetti dedicati a Sebastiano Deboli (d’Eboli) barone della Terra di Roccasicura, a Fulvio di Costanzo principe di Colle d’Anchise, ad Antonio Carafa “fratello del Sig. Duca di Rionegro”.
Altri poemetti sulla “Pantera, Tigre, Lupo”, con rispettive figure, riferiscono su questi animali. La sua passione per l’arte pittorica, di cui si è fatto cenno riferendosi alla quadreria del castello, è confermata nelle pagine di questa sua opera, in quanto esistono diversi sonetti dedicati a noti artisti. Le rime più colorite sono quelle dedicate “al Sig. Francesco Solimena i colori, ed alcune regole della Pittura”, a “l’Egregio pittore Sig. Paolo de Mattei”, nonché al Bassante e Caravaggio.

Tutti questi componimenti poetici, comunque, contengono notizie autobiografiche sull’autore sia quando trattano di passatempi, di personaggi, di cose ma anche di luoghi. Infatti, alcune rime sono dedicate a località frequentate e care al duca Giuseppe. E’ il caso del poemetto “Allo smisurato Monte Tottaro in Pescolanciano” o al “precipitoso fiume a costo alla Terra di Civitanova, chiamato il Vallone, le di cui acque freddissime bevute cagionano infermità, e spezzano qualsisia doppio Cristallo”.
Infine, è da menzionare il sonetto al “gran Poggio, da cavalcare in Peschiolanciano, fatto così ridurre dall’istesso Autore, già che prima era un Monte di Sasso, che poi ridotto in Poggi, hoggi detto Poggio grande”. Tale poemetto fornisce interessante notizia documentaria dell’intervento geo-morfologico fatto eseguire da Giuseppe d’Alessandro al monte-sasso, ove trovasi collocato il castello, al fine di rendere più facile l’accesso pedonale o a cavallo.

Potrebbe, così, trattarsi di quella parte spianata, detta “Varrata”, sottostante la rocca in direzione del cimitero di Pescolanciano, così come lo stesso cortile del castello, di cui si tramanda presso la famiglia d’Alessandro una composizione a “gradoni”.
L’edizione del 1723 fu poi arricchita di una sezione contenente “figure d’antichi celebrati personaggi con altre addotte per dimostrativa della Somiglianza di varii animali”, prese dall’opera di Giovan Battista della Porta.
Infine, a chiusura del trattato furono inserite undici tavole con impressi i marchi dei cavalli più illustri delle provincie del Regno di Napoli, tra cui si evidenzia il Contado di Molise. Tra i marchi molisani si rinviene quello del principe di Salcito, del duca di Vastogirardi, dei Carafa di Campolieto, del duca di Casacalenda, di Castel di Sangro e dello stesso duca di Pescolanciano.

© Proprietà Casa d'Alessandro
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Foto cavallo da
"ARTE DEL CAVALCARE"

Importante testimonianza della presenza in dette località di allevamenti e scuderie di cavalli appartenute a prestigiose Casate.

Il duca Giovanni Giuseppe d'Alessandro ebbe dodici figli:
  1)
Agnese, nata il 28/1/1695 † ?
  2)
Agata, nata il 23/2/1697 a Pescolanciano, Monaca, † 3/11/1766
  3) Francesca, nata il
8/9/1699 a Pescolanciano, † 1771
  4)
Ettore
  5) Marta, nata il 20/7/1702, Monaca
  6) Giulia, nata il 13/4/1707 a Pescolanciano
  7)
Isabella, Monaca
  8) Nicoletta,
† 1717
  9)
Serafina, Monaca
10) Margherita, Monaca
11) Consalvo, nato il
5/4/1705 † 14/5/1720
12)
Antonio

___________________
Note:
1) Cfr. F.F. De Daugnon, La Ducal Casa dei d’Alessandro, patrizi napoletani, Milano 1880,p.10; Giovanni GETTO, Opere scelte di Giovanni Battista Marino e dei Marinisti, Torino 1970, Vol.II.
2) G. Maselli, Come sorse la parrocchia di Pescolanciano, Isola del Liri 1938, p.23 ; ARCHIVIO STATO DI NAPOLI, Cedolario del Molise 1767-1806, ff.139-145.
3)  Il Giustiniani (L. Giustiniani, Dizionario geografico ragionato del Regno di Napoli, Napoli 1797, T.III p.287) riferisce del paese di Castel del Giudice ove “il territorio produce tutte quelle derrate di prima necessità, e vi sono luoghi addetti al pascolo di animali, onde i suoi cittadini trovansi applicati alla pastorizia ed all’agricoltura. Non vi manca caccia di lepri, di volpi, e di varie specie di volatili”.
4) C. De Raho, Peaplus Neapolitanus..patricias illustresque familias continens, Napoli 1710, p.215. L’autore scrive che “(…) Josepf Dux III Pescolanciani, egregius quidem vir, ac praefatis castris et opibus potens, cui ditionem amplificavit uxor Anna Maria Marchisana, domina Castri-Judici et Roccae Quinque Milium, ex pervetusta Marchisanorum salernitana familia..”; ARCHIVIO STATO NAPOLI (ASN), Cedolario Apruzzo Citra 1690-1791, f.413 tergo; Cedolario Contado di Molise 1696-1731, f. 454 tergo. Anna Baldassarre Marchesani risulta intestataria dei suddetti ultimi feudi dal 1693 al 1731, in quanto iscritta nel Cedolario di Abruzzo Citra per le tasse pagate: Roccacinquemiglia, ducati 9.3.15 e 14.3.4 nel Cedolario di Molise; Castroidicum, ducati 1.8.3/4.
5) L’ideale cavalleresco, tipico dell’età feudale, era riapparso in Europa con la cultura spagnola che aveva preso il sopravvento dagli inizi del ‘500 a seguito delle conquiste territoriali. Questo ideale “classico”, esaltante lo spirito militare e l’organizzazione autoritaria(che influenzerà la stessa religione cristiana con l’istituzione della compagnia del Gesù, milizia posta a difesa dell’eresia)con un forte senso di devozione ed obbedienza, si diffuse inizialmente con difficoltà in Italia, paese con tendenze anarchiche ed individualistiche, per poi divenire appannaggio nostalgico nel ‘600,secolo di gravi crisi socio-economiche e di valori in decadenza.
6) G. MASELLI, Op.cit., pp.18-19.
7) Antonino DI IORIO, Bovianum Vetus- Pietrabbondante la viabilità antica, Roma 1994, pp.61-62.
8) Francesco COLITTO, La giustizia penale nel Molise del ‘700, in Almanacco del Molise 1974, Campobasso 1974 ,pp.225-288.Il duca stesso promosse un giudizio contro il suddetto comune per i danni recati al feudo di Castelluccio. Il consigliere commissario, esaminate le prove documentarie addotte dal d’Alessandro dimostranti la fondatezza della proprietà feudale su quei terreni, ordinò il mantenimento del possesso a favore dello stesso duca. Nel gennaio 1707 venne emesso il terzo decreto di riconoscimento del possesso ducale delle terre di Scandiglieri e Forconi (facenti parte di Castelluccio). Su Spelonca e Selvapiana si dimostrò l’esistenza di relevi pagati, attestazione questa confermante che trattavasi di proprietà feudale, facendo così decadere le pretese del citato Comune, tendenti ad esercitare gli “usi civici” (diritto di pascolare, acquare, legnare etc) su tutti i fondi oggetto di controversia. L’8 marzo 1708 Giuseppe d’Alessandro presentò,poi, istanza alla Regia Camera della Sommaria per la causa di possesso dei terreni soprannominati della “Montagna”. A conclusione di questa controversia giudiziaria il duca Giuseppe si trovò, nel medesimo anno (1708), a pagare il relevio anticipato per i feudi di Pescolanciano, Civitanova, Civitavecchia, Carovilli, Castiglione. Per i feudi di Valle e Speronasino pagò ducati 300, mentre per Castel del Giudice e Vicarre Piane 79.2.11 confermando così la titolarietà delle suddette proprietà.
9) La congiura prese le mosse durante il Vice-Reame di Medinaceli, gran sostenitore dell’ascesa al trono di Spagna di Filippo V, ad opera di uno schieramento di nobili napoletani, favorevoli all’Imperatore austriaco Leopoldo di Asburgo. I nobili, capitanati dal giovane Don Iacopo Gambacorta principe di Macchia da Barcellona e Don Girolamo Capece, intendevano modificare lo Stato da provincia spagnola a regno libero, governato dall’Arciduca Carlo figlio di Leopoldo. Nel settembre del 1701 scoppiò il tumulto con l’intento di uccidere il Vicerè, sollevare il popolo contro le milizie spagnole ed occupare i castelli della città fino all’arrivo delle promesse truppe imperiali. Il tentativo di rivolta fallì per la scarsa partecipazione dei popolani, per i contrasti sorti tra le file dei nobili congiurati e per l’arrivo di un ingente milizia spagnola che espugnò i luoghi cittadini occupati dai ribelli. Molti nobili congiurati vennero decapitati ed uccisi nelle carceri ed il nuovo Vicerè duca di Ascalona ordinò il sequestro di tutti i loro beni. (Cfr. Pietro COLLETTA, Storia del Reame di Napoli, Ristampa, Trezzano 1992, pp.18-20).
10) Alcuni sonetti della Selva Poetica sono dedicati a Hendl: “In te forte Campione or le mie vere speranze fondo, E sol dal tuo favore Io mi vivo sicuro d’ottenere giustizia, libertà, grazia, ed onore” (p.356).
11) ASN, Notaio Giuseppe Maddalena, 26 agosto 1712, Rif. 394/11, pp.314-331.
12) Riferisce il Giuseppe a p. 280 della Pietra di Paragone “(…)D.Giovanni d’Alessandro, Zio carnale del Duca Fabio (Junior), mio Padre, hebbe per antecessore Fabio seniore”. Di questi si riferiva il ricordo delle sue capacità equestri e l’abilità a tirare di spada. Il Giuseppe, infatti, deve aver saputo da qualche suo precedente familiare la storia, che si tramandava nel casato, circa un celebre duello a cavallo in cui il Fabio dette dimostrazione delle sue abilità e capacità, che insegnò poi ai suoi diretti discendenti.
13) Piero CAMPORESI, Giuseppe d’Alessandro poeta barocco tra Seicento e Settecento, in Convivium, n.3, Torino 1952 Soc.Internaz., p.400.
14) Eustachio D’AFFLITTO, Memorie degli scrittori del Regno di Napoli, Tomo I, Napoli 1782, p.211.
15) Lorenzo RUSIO, Opera de l’arte del malscalcio, Venezia 1543. Trattasi di una delle opere più antiche sull’equitazione, composte in latino dal Rusio, veterinario di Orvieto, vissuto tra il XIII e il XIV secolo, con importanti annotazioni sulle “molte malattie con suoi rimedi”).
16) Claudio CORTE, Il Cavallerizzo, Venezia 1562. Opera divisa in tre libri, di cui il primo tratta dell’origine del cavallo, razze e cure, il secondo dell’equitazione e maneggio ed il terzo di dialoghi sul perfetto cavallerizzo.
17) Francesco LIBERATI, La perfettione del cavallo, libri tre, Roma 1639. Si tratta “del mantenimento del cavallo, dell’osservazioni la generazione, suoi mali, e cure di essi, buon governo della stalla, qualità delle razze antiche”.
18) Nicola e Luigi SANTAPAULINA, L’arte del cavallo divisa in tre libri, Padova 1696. “Nei primi due, che son di Nicola, si tratta l’arte di ridurre a tutta la perfettione il cavallo. Nel terzo, che è di Luigi..vi si aggiunge il modo di usarlo in guerra e in festa”.
19) Scrive il Giuseppe: “Anticamente usavano in prima il capezzone in vece di ferro, tutto di corda; ma dovevo supporre, ch’i cavalli erano più scarichi di collo, più agili, più docili, e più leggierosi di testa” (Ibid., p.9).
20) Il sonetto così comincia: “Ecco in ordin la Giostra, E a suon di Tromba l’onorata schiera De’ Cavalieri eletti Vestiti d’armi, e con chiusa visiera, Esce tutta pomposa(…)”. G. d’ALESSANDRO, Op.cit., p.328.
21) Nel sonetto “Ad un cert’Uomo Civile assai sporco pien di vizi, e perciò misero” sono riassunte tutte queste considerazioni critiche dell’autore: “Tu, che sol vanti d’essere ben noto, Ed hai la porcheria per consueta(…) Per dar ai vizj l’ultimo tracollo(…)”, Ibid. p.28. Analogo tono si rinviene nelle rime alla donna “col naso schiacciato” o alla donna “brutta, che per esser maligna vive in continuo moto”, Ibid., p.34.
22) “O Pico tu sei vecchio e vanti antica Progenie, e tutto ciò nessun tel nega (…) Dirò ben, che i trafondati Tuoi con le gesta lor iniquie, e ladre Son puntualmente in te tutti traslati”. Ibid.p.37.
23) Nelle liriche di quest’epoca il tema della morte, del tempo, della meditazione dell’umana condizione, rivelano un’epoca pensosa che evidenzia una condizione di stanchezza spirituale, di sconsolata accettazione dei limiti umani. D’altra parte si ricorda come il ‘600 fosse stato un periodo di grave decadenza per l’Italia con crisi di valori (ignoranza, superstizioni, processi di stregoneria, roghi di streghe erano diffusi) ed ideali religiosi contrastanti (il cattolicesimo integralista spagnolo in conflitto con il calvinismo francese),con una grave depressione ed arretratezza economica (carestie del 1630 e 1657),con la peste che colpisce un terzo della popolazione nazionale. Lo scenario politico è caratterizzato da continue guerre per il predominio delle grandi potenze, la Spagna, la Francia (con Luigi XIV, il re Sole) nonché l’Inghilterra e la dinastia Asburgica, tutti stati europei in forte ascesa.
24) FIDE MORTIS, Elenco Chiesa S.Anna di Palazzo, F.65.
25) Il figlio primogenito Ettore Fabio (1694-1741) nato il 13 gennaio 1694, ebbe diritto al titolo di IV duca di Pescolanciano ed erede “ab intestato” dei beni feudali (come da fede dell’attuario G.C.Salvatore da Trito, nonché con decreto di preambolo del 10 ottobre 1715).La successione alla eredità di Giuseppe si svolse con fasi intercalate da atti notarili dei coeredi. Il 13 agosto 1715 i figli “naturali e legittimi” del D.Giuseppe, cioè il duca Ettore e D.Consalvo, vennero dichiarati eredi universali e particolari dei beni burgensatici come da volontà testamentaria del defunto. Essendo, allora, D.Consalvo in età minorile, il fratello Ettore venne designato suo tutore, con l’obbligo di garantire pure la dote a tutte le sorelle. La successione, comunque, ebbe luogo il 22-25 ottobre 1715 presso la casa palaziata di via Nardò con atto del notaio G.Maddalena di Napoli.
 

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Casato inserito nel 1° Volume di "LA STORIA DIETRO GLI SCUDI"

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