Ovvero delle Famiglie Nobili e titolate del Napolitano, ascritte ai Sedili di Napoli, al Libro d'Oro Napolitano, appartenenti alle Piazze delle città del Napolitano dichiarate chiuse, all'Elenco Regionale Napolitano o che abbiano avuto un ruolo nelle vicende del Sud Italia.   

Famiglia d'Alessandro

Le ceramiche del duca Pasquale Maria d’Alessandro di Pescolanciano
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Avevo circa dieci anni, quando trovai nella biblioteca di famiglia tra i tanti faldoni impolverati la fantasiosa ricetta del giurista Guido Panciroli, autore della Raccolta breve d’alcune cose più segnalate ch’ebbero gli antichi. Opera stimolante il mio sogno di produrre pregiata ceramica. Mi s’impresse nella mente tale descrizione sulla porcellana: massa di gesso, ovo trito, scorza di locuste marine con altre simili cose che insieme strette si nasconde, da quello che le fa, sottoterra designando il luogo ai suoi figlioli o nipoti, perché ad altri non si rivela; dai quali dopo ottant’anni cavata fuori se ne fanno vasi bellissimi dandoli di più diversi colori”.
(1)

L’autore di tali note biografiche fu il sesto duca di Pescolanciano, Pasquale Maria d’Alessandro, nobile napoletano tradizionalista, illuminato ed industrioso.(2)

Dalla collezione privata di Casa d'Alessandro
© Duca Pasquale Maria d'Alessandro

Il duca Pasquale nacque il 9 giugno del 1756 nell’avito maniero di Pescolanciano sito in contado di Molise, progenie dei coniugi Nicola Maria I° d’Alessandro ed Eleonora Castromediano Limburgo Acquaviva d’Aragona. Ebbe i suoi natali in un periodo di rinascita del mezzogiorno d’Italia, allorquando l’infante don Carlo di Borbone, figlio del re di Spagna Filippo V e di Elisabetta Farnese, restaurò dopo duecentotrentatré anni l’autonomia del reame di Napoli, cingendo la corona con il nome Carlo VII (III) (3).
Il succitato padre di don Pasquale d’Alessandro, duca Nicola, memore della tradizione filo-francese del Casato, fu tra l’altro presente in data 10 maggio 1734 al solenne ingresso dell’infante Carlo, il quale attraversò il territorio napoletano senza trovare alcuno ostacolo di sorta, nonostante i 25 mila soldati tedeschi posti a presidio del viceregno di Napoli.
« La nobiltà andò ad incontrarlo a Porta Capuana, attraverso la quale erano sempre passati i Re ed i conquistatori di Napoli, e molto lentamente il corteo si mosse lungo via dei Tribunali: prima venivano cavalli coperti di ricche gualdrappe, poi gli scudieri del Principe su bei cavalli, poi il Principe che cavalcava tra Santo Stefano ed il principe Corsini, seguiti da cavalieri che gettavano denaro al popolo
(4).

Il nuovo stato, fondato allora dal Borbone, raccolse subito consensi dal popolo e dalla nobiltà, grazie a quella politica di riforme (“rinnovamento napoletano”) voluta ed attuata dal nuovo sovrano,volta a favorire le attività lavorative nei diversi settori.
Si incentivò lo sviluppo delle arti minori (porcellane, ceramiche, pietre dure, tessuti e stoffe, arazzi), nonché dell’attività musicale (opera buffa), dell’attività archeologica (scavi di Pompei ed Ercolano). Fu innovato il piano urbanistico ed architettonico della capitale (albergo dei poveri, reggia di Capodimonte e di Portici e Caserta, il foro Carolino), si sostenne l’agricoltura, il commercio interno e gli scambi di mercanzie. Nella capitale partenopea di questo regno “riformato”, pervenuta in breve tempo al pari delle principali città d’Europa, divenuta mèta anche di viaggiatori, poeti e personaggi del mondo culturale (dal Giannone al Vico, Carovita, Galiani etc.), quivi crebbe il giovane Pasquale d’Alessandro.

Nel 1764, ancora adolescente, rimasto orfano del proprio genitore, lo stesso fu avviato nel collegio dei Gesuiti in Napoli.

Arme gentilizia Famiglia d'Alessndro
© Stemma d'Alessandro
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Ebbe egli vivacità d’ingegno, nonché fu dotato in lettere e matematica, mostrando spirito d’iniziativa e perfezione sin dagli anni giovanili.

Napoli - Porta Capuana
© Napoli - Porta Capuana - qui fece
 il suo ingresso solenne re Carlo III

Quanto sopra esposto fu ricordato, pure, nell’orazione funebre, in occasione della di lui morte, recitata il 2 Gennaio 1817 dall’Arciprete Don Luigi M. Salvatore nella chiesa di Pescolanciano. Fu annotato, per la circostanza, la benemerita figura del duca Pasquale, che fin dalla sua gioventù “(…) incominciò a divenire un ottimo matematico, eccellente chimico, bravo filosofo”(5) in un epoca di tanto decantato “progresso culturale” sviluppato dai “deisti inglesi” assieme agli “enciclopedisti francesi”.

La sua formazione culturale fu quella tradizionale, basata sui classici greco-latini e religiosi, sebbene fu aperto alla conoscenza della nuova “religione della Ragione”, attraverso la lettura delle opere del Galiani, del Genovesi o del Filangeri.
A conferma di queste sue innate attitudini agli studi e bramosità di apprendere, si rinviene, anche in alcuni inventari del 1780 e 1795, un corposo elenco di libri posseduti su diverse materie, quali:  filosofia, matematica, scienze naturali, economia ed altri argomenti formanti una ben fornita biblioteca di opere di autori locali e stranieri. Il proprio fratello secondogenito, Francesco Maria (1757-1836), educato al pari di Pasquale, scelse, invece, di divenire cavaliere professo dell’Ordine di Malta, entrandovi a far parte dall’anno 1795
(6), confermando una consuetudine seguita dagli eredi cadetti del Casato dei d’Alessandro.
L’impresa più importante del duca d’Alessandro fu la direzione della “fabbrica di ceramiche”, da lui fondata e voluta nel suo feudo. Iniziata probabilmente tra il 1783-84, ma suffragata da rinvenuta documentazione certa (lettere di assunzione maestranze, note spese sostenute, un piatto di portata datato) del 1790.
A comprovare detta data si annovera il documento notarile del 13 giugno 1790, a firma del citato Moccia, in cui si evince l’accordo stipulato tra il duca Pasquale e l’Università di Chiauci, circa l’utilizzo della metà delle acque (di spettanza comunale) del fiumicello denominato “Luvienze”, confinante con i tenimenti ducali di Pescolanciano.

Napoli - Lo stemma dell'Ordine di Malta
© Napoli - via del Priorato
Lo Stemma dell'Ordine di Malta

Alla base di simile patto fu riportata la seguente motivazione: “volendo a detto Ecc. Duca costruire una fabrica di Faenza…e poter fare macinare colori ed ogn’altro occorrente per detta faenza per mezzo de molinelli costruendi dal suddetto Ecc. Sig. Duca” (7).
Fu, dunque, sulla scia delle diverse iniziative artistiche, sorte nel Regno, già dal tempo di don Carlo di Borbone, il quale intese così emulare i progetti monumentali di Luigi XIV di Francia, che a suo tempo il d’Alessandro
(8) prese spunto per realizzare la fabbrica sua di ceramiche, in Pescolanciano. Del resto, il duca Pasquale, frequentando il palazzo Reale di Napoli, molto vicino alla di lui dimora, fu alquanto aggiornato sui gusti e le passioni di re Carlo per le porcellane.

© Foto proprietà Casa d'Alessandro
© Segrete Castello d'Alessandro - deposito calchi della fabbrica


Con una certa frequenza visitò pure le prime fornaci fatte costruire “(…) nel Real Giardino presso il bastione di Santo Spirito”, nei pressi del citato palazzo
(9).

Sgrete del Castello d'Alessandro
© Segrete castello d'Alessandro
I calchi

Per realizzare quel progetto egli sostenne anche ingenti spese(60.000 ducati) senza chiedere alcuna sovvenzione o sostegno al governo, sebbene fosse vicino suddito e devoto alla regnante dinastia Borbonica.
La tradizione orale vuole la fornace ubicata nelle “segrete” del castello, forse nell’area sottostante il mastio, seguendo quasi a modello la bizzarra impresa dell’amico principe di Sangro di Sansevero. Si ipotizza, tuttavia che la collocazione nel castello delle fornaci di lavorazione della ceramica possa essere stata forse esterna ed individuata presso il cortile detto di Sant’Antonio, come da documento, datato 27 ottobre 1795, dell'Archivio d’Alessandro relativo “all’Inventario del Palazzo Ducale”.

Nei primi otto mesi del 1790, la fabbrica incontrò difficoltà a decollare ed il duca subì una perdita di 1.000 ducati, a causa dei fornaciai, inesperti nell’arte della ceramica.
Tra questi risulta tale Gabriele Castellano, ex modellatore stampatore della fabbrica Reale di Caserta, al quale il duca versò nel 1787 ducati 50 per una serie di modelli (tra cui “7 busti di figure, 8 di teste, 2 testoline, 24 bassettoni, 3 urne di una vasca per fontana con uno scoglio in mezzo con 3 scorfani, è puttini, è due leoni per piedestallo della medesima”), destinati ad abbellire il suo palazzo di Napoli.

Zuppiera
Zuppiera magnese
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Tra gli addetti “faenzari, pittori, stampatori”, provenienti dall’area napoletana, sono documentati i contratti con:
1.Giosuè Mariotti, del 24 luglio 1790, 2. Andrea Mancini e Pietro Russo del 17 gennaio 1791, 3. Gaetano Scotta, Giovanni Caputo, Carlo Casolla, Gaetano Mariotti ed il citato Mancini, del 22 marzo 1791
(10). Quest’organico, di provenienza locale e costato “più di un migliaro-a detta del duca- di ducati”, fu però licenziato tra il marzo ed aprile del 1791, in quanto composto non da “persone oneste e laboriose”. Rimasero in servizio solo “un tornante e due scultori per la terraglia e biscotto”, mentre furono ricercate ed assoldate nuove maestranze, anche fuori del Reame (11).
Si interessò, alla ricerca di artigiani da occupare, l’agente del duca, Gesualdo Mancini di Pescolanciano, residente in Venezia.

A quella data fu contattato e segnalato anche Germiniano Cozzi (fabbricante veneto di terraglie) e successivamente, il 17 aprile, altro agente segnalò la disponibilità del “fornante” Giovanni Battista Poato di Trieste, rinomato nel settore sia della maiolica e terraglia e sia della porcellana, costui accettò poi un accordo con il duca(12). Insieme alla manodopera fu ordinato della materia prima per la lavorazione, come da lettera in cui si riferisce che “la nota terra, come dissi è a Vicenza ancora, ma per ordine spero che di breve qua’ giungerà a suo conto”. Inoltre, lo stesso Poato ordinò un “migliaro uno di marmorino”.
Il duca Pasquale espresse giudizi positivi sul Poato, giudicandolo “galantuomo che mi pare onestissimo”, mentre in precedenza aveva avuto un “tornante (G.Cozzi) e due scultori” per la terraglia ed il biscotto, i quali vennero licenziati intorno al marzo del 1791, in quanto non “persone oneste e laboriose” e tali da produrre collera.

Il duca si espresse per un’ulteriore ricerca di  operai, chiedendo allo stesso di Cristofaro di procurare anche uno stampatore ed un tornitore e di informarlo sui relativi costi.
Per la preziosità delle opere prodotte e la bravura dei nuovi lavoranti occupati, la fabbrica pescolancianese ottenne ampio successo e lodi nella partenopea capitale del Regno. Si racconta che il re Ferdinando IV, veduti i saggi recatigli dal duca, ne fù tanto meravigliato  da far chiamare l’allora direttore della Reale Manifattura, Domenico Venuti, per mostrarglieli, lodandone la bellezza. Le maestranze locali, insieme a quelle napoletane e venete, produssero una manifattura diversificata con tipologie produttive, tipiche delle aree di provenienza, tra le quali emerge anche la vicina Cerreto con la sua lavorazione artistica.

Coperchio
Ceramica: coperchio
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Poiché la manifattura di Pescolanciano presentava tecnicamente il consueto “craquele”, tipico delle produzioni napoletane, si è sostenuto che ciò presenta un’impronta molto simile a quella della produzione raffinata attribuita ad Angelo del Vecchio, facente parte della Real Fabbrica di Caserta. Secondo altri recenti studi, alcune plastiche in biscuit appaiono collegabili, per certi versi, alle figure della Real Fabbrica Ferdinandea e per altri aspetti alla produzione veneta od alla manifattura romana di Giovanni Volpato. Occorre, quindi, distinguere una produzione di ceramiche pescolancianesi che presenta uno smalto ricco di stagno e risulta essere decorata, quasi sempre, con fiori tratteggiati sottilmente,  con immagini ritraenti palme ed anfore, collocate su isoletta. Taluni primordiali pezzi, tra l’altro, si tramanda portano per marca una P. Esistono vasi di conserve, campionatura alquanto importante per l’individuazione della provenienza, in questo stile e decorati con l’arme ducale di famiglia.

© Foto proprietà www.nobili-napoletani.it
© Napoli - Piazza Trieste e Trento
La dimora del duca d'Alessandro a pochi passi da Palazzo Reale

Inoltre, zuppiere con coperchi con “frutta colorita al vero e decorate con foglie di un bel verde” hanno pasta bianchissima, ornate di lavori a rilievo ed a traforo con smalto splendido e trasparente.
Per questo colore candido e per la specifica gravità si facevano rassomigliare, secondo il ceramologo G. Novi (1881), alla porcellana prodotta in Inghilterra. Comunque, altra lavorazione presentò uno stile e gusto ispirato a quello dell’arte classica, diffusa in tutta Europa sul finire del XVIII secolo e riflessa nell’arte decorativa napoletana della Reale Fabbrica, diretta dal menzionato pittore D.Venuti.
Il biscotto (biscuit) uscito dalle fornaci del castello d’Alessandro, per lungo tempo erroneamente ritenuto manufatto delle fornaci di Cerreto Sannita, presentava una tipica “impronta roccocò” per le sue decorazioni arabesche, per i motivi floreali, i paesaggi rappresentativi ed i soggetti esotici.

Questa impresa manifatturiera del duca Pasquale, inizialmente, presentò tutti gli elementi indispensabili per un futuro successo commerciale, e cioè:
-Trattavasi dell’unica attività di produzione di manifatture, presente nella zona alto-molisana
(13), tale da consentire alle popolazioni locali di non dover ricorrere più a Cerreto ed Arianoirpino per la maiolica o a Napoli per la terraglia e porcellana, gravate tra l’altro dai dazi e costi di trasporto.
-La zona alto-molisana risultava avere allora una migliorata rete stradale servita con la “strada di Abruzzo”, che collegava Napoli-Isernia-Aquila-Teramo e Chieti. Presso queste vie di comunicazione e tratturi intanto si registrò, durante la seconda metà del XVIII secolo, un aumento della popolazione indigena e dei loro trasferimenti.
-Poteva essere, facilmente, sfruttata l’abbondanza di materia prima e delle fonti energetiche (acqua e legname) sul posto. - Dicesi, al riguardo, che il duca facesse reperire il materiale da utilizzare per la manifattura nelle località limitrofe al feudo di Pescolanciano.

Il gesso proveniva da Civitanova del Sannio, da Palata, da Montecilfone, da Lupara Larino, mentre la pietra focaia e l’acido silicio da Cantalupo del Sannio.
L’ultima manifattura, prodotta dalla fabbrica, fu seguita di persona dal duca perché si trattò di ordinativo fatto dal re Ferdinando. Per tale richiesta il d’Alessandro pensò di realizzare un servizio di porcellana, su cui erano miniate le più belle vedute di Pescolanciano e di altri suoi feudi (Civitanova, Carovilli, Pietrabbondante etc.) con i diversi antichi costumi degli abitanti locali. Il duca controllò tutte le fasi della cottura, che richiedeva la massima diligenza. Secondo quanto viene tramandato, in una mattina del 1795, don Pasquale, recatosi ad osservare lo stadio finale della produzione dei suddetti manufatti, trovò -con amara sua sorpresa- disertati i fochisti e la maggior parte dei pezzi affumicati, per eccesso  di fuoco e cammino irregolare delle fiamme.

Ancune produzioni di Pescolanciano
Alcune produzioni della fabbrica
di Pescolanciano
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Si riferì che i fornaciari occupati furono assoldati dal direttore della Reale Fabbrica di Napoli, il Venuti, che, per invidia, fece sabotare la fabbrica di Pescolanciano, facendone incendiare i forni nel corso della lavorazione.

Logo della Repubblica Napoletana del 1799
Logo Repubblica Napoletana - 1799

Si è comunque ritenuto al riguardo che, sebbene la fabbrica del duca Pasquale rappresentasse una produzione ridotta ma antagonista e concorrenziale alla Manifattura Reale, operante quasi in regime di monopolio, le motivazioni della distruzione andrebbero ricercate anche nella incapacità dell’ultimo maestro Poato, su cui ricaddero però i sospetti di cui sopra.
L’idea di un sabotaggio pilotato, di natura anche politica e celato dietro una scarsa professionalità delle maestranze, è la tesi che emerse negli anni successivi. Innanzitutto, fu riscontrato che quel livornese del direttore Venuti, con l’avvento degli occupanti francesi nel 1799 e relativa repubblica napoletana, fu scelto dal generale Mac Donald alla guida della fabbrica di Capodimonte. Costui, come il Poato, animati dalle nuove idee di eguaglianza e fraternità, intesero forse colpire il duca d’Alessandro, ormai noto nell’ambito delle corti europee e del regno, quale modello di fedele aristocratico e “moderno” feudatario.
Inoltre, tale “mano invisibile” rivoluzionaria tornò a colpire in modo evidente qualche anno dopo.

L’impresa manifatturiera, come da lettera del 28 luglio 1798 del Registro dei Mandati(14), si chiuse con lo smantellamento da parte di un tale Sabbetta per vendita delle ultime fornaci presenti nelle pertinenze del castello con i rispettivi magazzini. Sul disastrato epilogo fu scritto dal duca o da suo familiare questa frase: “Deus dedit, Deus abstulit ; sit nomen Domini benedicium”.

Il 25 luglio 2014 è stato inaugurato a Pescolanciano il Museo delle Ceramiche, allestito nei locali dell’ex Taverna del Duca d’Alessandro, con la collezione appartenente ad Ettore d’Alessandro, erede della dinastia, che ha presenziato all’apertura di questo secondo museo, dopo quello delle Carrozze a Napoli, dedicato al benefattore Mario d’Alessandro di Pescolanciano.


Pescolanciano - Museo delle Ceramiche

___________________
Note:
1) Archivio Centro Studi d’Alessandro, Appunti personali, fine XVIII sec., Tom.XI.
2) Benedetto Croce, in merito alla classe intellettuale formante la nazione napoletana, riconobbe “il largo contributo che a quella classe apportò la nobiltà, la quale nella sua parte migliore…contò nelle sue file un Raimondo di Sangro, un Gaetano Filangeri, un marchese Palmieri, un Salvatore Pignatelli principe di Strongoli, un duca di Cantalupo de Gennaro, un marchese Caracciolo ed altri”.
3) Il proclama di liberazione del re Filippo V, indirizzato alle popolazioni dell’Italia meridionale al momento dell’inizio della campagna di conquista del regno di Napoli, si espresse con le seguenti parole : “han penetrato il mio reale animo i clamori delle eccessive violenze, oppressioni e tirannia che da tanti anni a questa parte ha commesso il governo alemanno…mosso da compassione, ho deciso di mandarvi personalmente a recuperare questi regni”. Difatti, i regni di Sicilia e Napoli erano rimasti per oltre due secoli sotto la dominazione iberica, che aveva affidato il governo di detti territori ad un viceré. Questa prolungata condizione della colonia spagnola produsse conseguenze nefaste per il mezzogiorno, quali: la perdita di autorità dei magistrati e ministri locali; lo scioglimento dell’esercito formato da elementi indigeni; l’esoso aumento di numerosi tributi e tasse a favore dell’erario spagnolo; le maggiori facilitazioni concesse al commercio spagnolo; l’asservimento dei feudatari e della nobiltà spogliati di poteri e ricchezze prodotte. Il popolo del vicereame era poi stanco ed esasperato per i tanti soprusi sofferti durante l’occupazione iberica ed in varie occasioni manifestò avversione con sanguinose rivolte (Masaniello, congiura di Macchia). Questo clima di lotta, per ottenere maggiore libertà e giustizia, fu poi incoraggiato ed avallato da un editto dello stesso re Filippo V di Borbone, datato 7 febbraio 1735, nonché del figlio don Carlos (marzo 1735) nel quale suo discendente diretto si affermò l’intendimento di voler liberare le Sicilie “per amor di popoli oppressi dalla durezza ed avarizia tedesca”.
4) H. ACTON, I Borboni di Napoli 1734-1825, Milano 1960 p.64
5) Archivio Centro Studi d’Alessandro, Orazione funebre per la morte di S.E. il sig. D.Pasquale d’Alessandro, Tom.XI, Pescolanciano,1817.
6) Archivio Centro Studi d’Alessandro, Manoscritto rendiconto n.106 del 1806, Tom.VIII. Il cavaliere Francesco d’Alessandro, per disposizione paterna testamentaria, ricevette una dote annua ammontante a 1.200 ducati circa che furono poi formalmente riconosciuti con convenzione presso il notaio Francesco Talamo di Napoli.
7) Archivio Stato Campobasso, Atti notarili Protocollo del notaio D. Moccia, op.cit., anno 1790.
8) Nel 1743 circa nasceva a Napoli la manifattura di porcellane per un’ambizione reale di adeguamento alle mode raffinate ed ai gusti artistici delle principali Corti europee. “Capodimonte” fu creata prendendo a modello la famosa fabbrica di porcellana di Meissen. Successivamente nel 1757 sorse il gabinetto di porcellane della “Reggia di Portici”. Tra le iniziative private, che si affiancarono alla fabbrica Reale, si annoverano: la fabbrica di Francesco Securo nel monastero di Monteverginella, del Giustiniani, quella di Salvatore Mauro o di Sebastiano Cipullo per dorare le porcellane, di del Vecchio (finanziata dal re per 18.000 ducati) per la porcellana per servizi da tavola etc. Il gusto rococò fu inizialmente predominante così come si diffuse la porcellana cinese nella Napoli borbonica della prima metà del XVIII secolo. Poi, imperò la cultura neoclassica nella manifattura.
9) V.Gleijeses, La Piazza del Plebiscito in Napoli, Napoli, 1968, p.43.
10) F. Battistella, La fabbrica di terraglie “all’uso d’Inghilterra”,maioliche e porcellane del duca Pasquale d’Alessandro a Pescolanciano, da Atti XXII convegno internazionale della ceramica. Le terraglie italiane, a cura del Centro Ligure per la storia della ceramica, Albisola 1989, pp.51-52.
11) Il Battistella (ibid, p.55) ritiene che tale ricerca di maestranze in altri stati, quale nella repubblica di Venezia, derivò dalla scarsa offerta di lavoranti nel napoletano perché in gran parte impiegati nella Real Fabbrica di porcellane o nella manifattura dei Del Vecchio. Inoltre, la ricerca di personale abile si diresse sul Veneto, ove per antica tradizione era possibile reperire numerosi lavoratori specializzati in cerca di occupazione a causa della crisi di talune locali fabbriche di manifatture.
12) Il Poato lavorò intorno al 1786 presso la fabbrica di Giovanni Maria Baccin di Nove di Bassano per poi spostarsi su Trieste, ove si occupò nella fabbrica di terraglie di Pietro Lorenzi. La mattina del 28 aprile 1791 il medesimo si presentò senza preavviso ed alcun patto stipulato. Il duca, però, lo sottopose ad una prova “di fare due cotte di Fornace, in una delle quali avesse dovuto cuocere la Maiolica e Terraglia in Biscotto, e nell’altra la Terraglia verniciata”. L’inizio della prestazione, in data 29 aprile 1791, non generò risultati soddisfacenti nelle varie prove sulla terraglia,biscotto,maiolica “perché il medesimo non seppe dare il fuoco secondo l’arte”. Diverse prove furono fatte senza buoni risultati: “quantità di robba di Maiolica rovinata…come seneveggono similmente per mostra”. Il Poato si giustificò attribuendo la responsabilità alle non perfette fabbricazioni delle varie fornaci architettate e costruite dallo stesso. Solo alla quarta prova il duca si convinse a cedere “in affitto la Fabbrica” con nuova fornace (concessa al Poato supplicante e piangente).
13) F. Longano, Viaggio per lo Contado di Molise nell’ottobre 1786. Ovvero descrizione fisica, economica e politica del medesimo, Napoli, 1788, pp.70-71. L’autore accenna nella sua inchiesta alla presenza sul territorio dei soli “vasai” di Trivento.
14) Archivio Centro Studi d’Alessandro (Buonincontri), Registro dei Mandati, 1798.
 

Pagina realizzata dal Dott. Ettore d'Alessandro di Pescolanciano
 

Indice delle pagine:
Famiglia d’Alessandro
Genealogia
Il principe dei legisti – Ambasciatore
Il principe degli eruditi
Il duca poeta e l’ippica
"La quadreria"
Le ceramiche del duca Pasquale
Simbologia esoterica
La primula rossa – parte 1^
La primula rossa – parte 2^
"Il Ramo di Civitanova"
 "Le Carrozze"
 "Gli ultimi esponenti del casato e la linea secondogenita di Fabio nel ‘900"
 "I ricordi del '900"
 "Don Ettore - note biografiche - Parte 1^
"Don Ettore - note biografiche - Parte 2^
 "Il Cavaliere e il mestiere della spada"
Il castello di Pescolanciano
Epilogo


Casato inserito nel 1° Volume di "LA STORIA DIETRO GLI SCUDI"

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