Ovvero delle Famiglie Nobili e titolate del Napolitano, ascritte ai Sedili di Napoli, al Libro d'Oro Napolitano, appartenenti alle Piazze delle città del Napolitano dichiarate chiuse, all'Elenco Regionale Napolitano o che abbiano avuto un ruolo nelle vicende del Sud Italia.   

Famiglia Cattaneo

Arma: fasciato d'azzurro e d'argento al palo troncato; sopra: di rosso alla croce d'oro accantonata da quattro B affrontati d'oro (Paleologo); sotto bandato d'argento e di rosso (della Volta), col capo d'oro carico di un'aquila nera(1).
Motto: Regi semper fidelis.
Dimora: Napoli

via san nicandro
© Napoli - Stemma Famiglia Cattaneo della Volta Paleologo su volta ingresso omonimo palazzo

La famiglia Cattaneo della Volta (in antiquo della Volta), originaria di Genova, si spostò in Asia Minore nel XIV secolo dove si imparentò con gli imperatori Paleologo e, da allora, si fece chiamare Cattaneo della Volta Paleologo; in seguito spostò i suoi interessi in Spagna e nelle Fiandre per poi stabilirsi definitivamente a Napoli alla fine del 1600.
Ingo della Volta, console di Genova, firmò a Pavia la pace tra la Repubblica genovese e l'imperatore Federico Barbarossa e da quest'ultimo fu nominato "Cattaneo (capitano) della corte imperiale" con il privilegio di inserire nell'arma il "capo dell'impero".
Nel 1557  Gio. Giacomo Cattaneo fu console genovese a Napoli (2).
Stefano Cattaneo, figlio secondogenito di Baldassare, fu tra i fondatori e primo governatore della Compagnia dei Bianchi della Giustizia nel 1520, istituzione sorta a Napoli la cui storia è legata a San Gaetano da Thiene e Giovanni Marinoni, direttori spirituali di Maria Longo e Maria de Ayerba, contessa di Termoli, moglie di Andrea di Capua.
Antoniotto, figlio di Stefano, fece costruire uno splendido palazzo a Genova alla fine del 1500, oggi palazzo Belimbau; nel 1601 fu a Napoli, dopo essere stato ambasciatore straordinario a Vienna nel 1599, per stipulare il contratto di acquisto, conservato nell'archivio storico del Banco di Napoli, di un quadro di un pittore fiammingo.

La famiglia si stabilì nel 1600 in Napoli dove nacque DOMENICO (1613 † 1676) che nel 1648 ottenne la cittadinanza napoletana, sposò, in prime nozze, la nobildonna Maria Serra e, in seconde nozze, la nobildonna Vittoria Spinola; nel 1650 fu decorato con il titolo di principe di San Nicandro, feudo acquistato dal fratello BALDASSARRE (1614 † 1649); detti fratelli erano figli di GIOVANNI BATTISTA Cattaneo (1582 † 1619 ) e di Maddalena Grimaldi. 


Giovanni Battista Cattaneo (1582
 †  1619)
Dipinto di A. van Dyck, National Gllery, Londra


Maddalena Grimaldi, moglie di Giovanni Battista
Dipinto di A. van Dyck, National Gllery, Londra

BALDASSARRE (Genova, 1660 † Napoli, 1739), figlio del citato Domenico, secondo principe di San Nicandro, rompendo la tradizione di famiglia, fu il primo a sposare una nobildonna napoletana e non una genovese, Isabella Gaetani di Sermoneta († ottobre 1703), ad Arienzo per procura nel 1691 con la benedizione del cardinale Goetz nella chiesa di Sant'Agnese in Agnone a Roma il 15 gennaio 1692.

Baldassarre fu gentiluomo di camera di Carlo d'Asburgo a Barcellona e di re Carlo di Borbone, appena arrivato a Napoli diciottenne, ed aveva un profondo legame con la nonna materna di Carlo, Dorotea di Neuburg, madre di Elisabetta Farnese e tutrice di Carlo di Borbone. Nel 1718 la famiglia venne ascritta al Seggio di Capuana.


 Domenico Cattaneo della Volta Paleologo ( 1613 †  1676),
1° principe di San Nicandro


Baldassarre Cattaneo della Volta Paleologo ( 1660 †  1739),
2° principe di San Nicandro

Il citato Domenico (1613 † 1676) era nonno di DOMENICO Cattaneo della Volta Paleologo (n. Napoli, 20.12.1696 † 2.12.1782), terzo principe di San Nicandro, che nel 1751 acquistò il feudo di Salza, comprendente anche Volturara, Parolise e Montemarano, in Principato Ultra, e il feudo di Pomigliano d'Arco in Terra di Lavoro, ambedue devoluti allo Stato per la morte senza eredi di Girolamo Strambone, duca di Salza.

Il ramo di Catanzaro della Famiglia Bilotta si estinse in Casa Cattaneo della Volta Paleologo a seguito di matrimonio tra Francesco  e Beatrice Bilotta.
Il Casato fu insignito delle più alte onorificenze: Toson d’oro, Ordine di S. Gennaro, Grandato di Spagna di prima classe, e ricoprì l’Ufficio di Gran Siniscalco del Regno.
Nel 1709 ottenne il titolo di duca di Casalmaggiore; la famiglia aggregata al Patriziato napoletano del Seggio di Capuana, dopo l'abolizione dei Sedili, fu ascritta nel Libro d'Oro Napoletano.

Barra
© Napoli - Villa Sannicandro

A seguito di matrimonio celebrato nel 1717 tra DOMENICO Cattaneo della Volta Paleologo (Napoli, 1696 † ivi, 1782), ambasciatore del re di Napoli alla corte di Spagna e decano del Consiglio di Reggenza durante la minore età di re Ferdinando IV di Borbone, con donna Giulia di Capua, i titoli di duca di Termoli (anzianità 1516) e di conte di Anversa (anzianità 1520) passarono in Casa Cattaneo; Giulia portò in dote anche i feudi di San Martino e Donna Ritella, in Provincia di Capitanata.


Domenico Cattaneo della Volta Paleologo, 3° principe
di San Nicandro, marito di Giulia di Capua


Giulia di Capua, duchessa di Termoli e principessa
di San Nicandro, moglie di Domenico Cattaneo

I coniugi abitarono prevalentemente in Napoli nella villa del principe di Sannicandro meglio conosciuta come villa Giulia; il principe, come altri rappresenti della famiglia, fu confratello dell'Augustissima Compagnia della Disciplina della Santa Croce.


Napoli, sede dell'Augustissima Compagnia della Disciplina della Santa Croce, cassonetto con stemmi nobiliari.
L'ultimo stemma, a destra di chi guarda, appartiene alla famiglia Cattaneo della Volta Paleologo.

AUGUSTO (1752 † 1824), 5° principe di San Nicandro, cavaliere del Toson d'oro, sposò Teresa Colonna dei principi di Stigliano; accompagnò la principessa de Berry in Francia(3).
Il marchese CARLO, Maresciallo di Campo dell'esercito napoletano, fu nominato Cavaliere di diritto del Real Ordine di S. Giorgio della Riunione con Real Decreto dell'8 ottobre 1816.
Nel 1845 la pronipote del principe, Giulia, sposò il duca di Monteleone Diego Pignatelli Aragona Cortes, ed apportò varie modifiche alla proprietà che prese il nome di Villa Giulia. La proprietà passò successivamente alla Famiglia De Gregorio principi di Sant'Elia.
GIUSEPPE fu prelato del Real Tesoro di S. Gennaro.
La famiglia Cattaneo della Volta Paleologo era aggregata come Montista al Real Monte di Manso, fondato nel 1608 da
Giovan Battista Manso, marchese di Villa Lago, con lo scopo di assicurare gratuitamente un’istruzione elevata ai figli delle famiglie patrizie napoletane e a quelle nobili aggregate come Montiste; tra gli altri, risultano iscritti Mariano Augusto (n. il 13 marzo 1869 † 1950  - marito di Matilde Patania), 9° principe di San Nicandro e duca di Termoli, e suo zio il conte ALFONSO (n. 1846), figlio del principe Mariano Augusto e della principessa Ippolita Sanfelice dei duchi di Bagnoli (4).
Sono viventi a Napoli alcuni discendenti della famiglia Cattaneo della Volta Paleologo.

© Foto proprietà www.nobili-napoletani.it
© Napoli - Stemma Cattaneo alla sommità della villa.


FAMIGLIE IMPARENTATE CON CASA CATTANEO

CARACCIOLO: Francesco (Napoli, 1844 † ivi, 1875), patrizio napoletano, principe di San Nicandro, duca di Termoli e di Casalmaggiore, sposò donna Agnese Caracciolo Rossi dei duchi di S. Vito.
GIUSSO: Francesco (n. 1876), conte di Anversa, sposò nel 1895 Felicia Giusso dei duchi del Galdo.
MILANO:
donna Giulia Cattaneo della Volta Paleologo, figlia di Augusto, principe di San Nicandro e di donna Teresa Colonna dei Principi di Stigliano, sposò nel 1802 il principe Giovanni Maria Milano Franco d'Aragona (1784 Napoli, 1852), principe di Ardore, duca di San Paolo, marchese di San Giorgio, marchese di Polistena e Grande di Spagna di prima classe dal 1816, patrizio napoletano.
PATAMIA: Mariano Augusto (n. Napoli 1866), patrizio napoletano, principe di Sannicandro e duca di Casalmaggiore, sposò  nel 1892 Matilde Patamia.
Pignone del Carretto: Alfonso Cattaneo della Volta Paleologo dei principi di Sannicandro sposò a Napoli nel 1873 Caterina Pignone del Carretto, figlia di Alessandro, ammiraglio della Marina Italiana.
RIARIO SFORZA: Maria Gaetana Cattaneo dei principi di Sannicandro sposò il duca Giovanni Riario Sforza; dall'unione nacque l'Arcivescovo Sisto Riario Sforza (Napoli, 5.12.1810
ivi, 29.9.1877).

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© Napoli - Stemmi Famiglie Vulpes e Patamia

MEMORIE STORICHE:

Via San Nicandro

Via San Nicandro

Napoli - altro palazzo appartenuto alla famiglia Cattaneo

Via S. Mattia
Napoli - Palazzo Sannicandro

Napoli, via San Mattia, interno palazzo, stemma Cattaneo della Volta Paleologo e stemma partito con le insegne Barberini e Cattaneo
della Volta Paleologo. Qui ha abitato la nobildonna Ippolita (n. Napoli, 1897), figlia Augusto Cattaneo
9° principe di San Nicandro (Napoli, 1869
 ivi, 1950), cugina di Corrado (Napoli, 1900 1988) 11° principe di San Nicandro,
e moglie di Francesco Barberini dei principi di Palestrina.
La targa in basso si riferisce a Francesco Cattaneo (Napoli, 1844
ivi, 1875), 8° principe di San Nicandro, duca di Termoli e di Casalmaggiore, conte d’Anversa e Grande di Spagna di prima classe, patrizio napoletano.

Via Annunziata
Napoli - antico palazzo della Duchesca (all'epoca la Duchesca era un feudo della famiglia), stemma dei Cattaneo della Volta Paleologo

Napoli - Villa Giulia. La villa era una masseria acquistata probabilmente  da Domenico Cattaneo della Volta Paleologo (1613 † 1676),
1° principe di San Nicandro. Baldassarre Cattaneo della Volta Paleologo (1660 † 1739), 2° principe di San Nicandro, la trasformò in
villa e costruì la cappella e il teatro. Fu la dimora di Domenico Cattaneo della Volta Paleologo, 3° principe di San Nicandro, aio di re Ferdinando IV di Borbone, e della moglie Giulia di Capua, duchessa di Termoli.
Nel 1845 la pronipote del principe, Giulia, sposò il duca di Monteleone Diego Pignatelli Aragona Cortes, che apportò varie modifiche.
Oggi la villa appartiene alla famiglia de Gregorio di S. Elia.

Napoli, una  delle carrozze, esposte a villa Pignatelli, proviene dalla collezione del principe di San Nicandro
don Augusto Cattaneo della Volta, con stemma gentilizio sulle portiere e sullo sportello posteriore l’iscrizione
del motto di famiglia: REGI SEMPER FIDELIS
(5).
Donna Giulia Cattaneo, con il marito Diego Pignatelli, visse a villa Pignatelli fino alla morte del marito avvenuta nel 1880.


Siena - Elmo con lo stemma dei Cattaneo di Genova (manca l'insegna dei Paleologo) e dell'insegna
dell'Ordine Reale delle Due Sicilie, rinvenuta su una spiaggia dell'isola di Pianosa.

La lettera di Camillo Cattaneo all'abate Michele Giustiniani sull'origine della famiglia Cattaneo della Volta, datata 10 gennaio 1667.

Camillo Cattaneo marchese di Montescaglioso è uomo di buona cultura e orgogliosamente attaccato alle proprie radici genovesi e alla famiglia d’origine, legato in particolare da grande amicizia a Domenico Cattaneo principe di San Nicandro. In un’epoca in cui da tempo le ricerche genealogiche e documentarie commissionate dalle famiglie genovesi non hanno più semplicemente il fine di attestare i diritto alla percezione delle rendite comuni o agli altri privilegi spettanti ai membri degli antichi alberghi, ma hanno assunto sempre di più una valenza culturale finalizzata a valorizzare le gesta dei propri avi e l’antichità della nobiltà goduta dal casato, Camillo ha studiato con cura le origini dei della Volta e le loro gesta medievali. Le sue conoscenze sono attestate da una lettera da lui indirizzata il 10 gennaio 1667 da Montescaglioso all’abate Michele Giustiniani e da questi edita nello stesso anno a Roma in una raccolta intitolata appunto Lettere memorabili dell’abbate Michele Giustiniani, patritio genovese, de’ signori di Scio, e d’altri, dedicata a Domenico Cattaneo principe di San Nicandro e signore di Casalnuovo(6). Camillo cosi scrive rispondendo a una richiesta dell’illustre erudito:

«Illustrissimo Signor Mio Patrone Osservandissimo,

Ha Vostra Signoria Illustrissima la bontà di comandarmi, che le trasmetta una Relatione, o vogliam dire una mappa de’ Dominij posseduti dalla Famiglia Cattanea della Volta. Io ben veggo, drizzarsi tutto il Suo comandamento al disegno di mettere co’ tratti maestri della Sua penna in nuova prospettiva le memorie della nostra Famiglia, e ne le rendo somme gratie. Ma non è però che io non debba dirle Magnum iubes renovare dolorem. Poiché quantunque le grandi rovine spesso si vagheggino con diletto, e sappia che i Signori Oltramontani con sensibilissimo piacere si portano a riguardare costì in Roma le Piramidi cadute, i Teatri disfatti, e gli Archi o mezzo sepolti, o in gran parte logorati da denti del Tempo, come dal ferro della Barbarie; tuttavia se i Pronipoti delli Scipioni, e de Titi, e de’ Severi fossero in piedi, o si riconoscessero per tali, non gli saprebbero risguardare con occhi asciutti. Poiché le grandezze antiche quando massimamente sono d’eccedente misura, o scherniscono, o ci rimproverano la presente fortuna.

Ora io lasciando da parte ciò che tal uno ha detto dell’estruttione di questa Famiglia facendola derivare da Ingo, pio, e celebre Re de’ Venedi nella Francia, di cui per più secoli ella ritenne il nome ne suoi Posteri, e perciò dandole un gran Regno per culla: io nondimeno non ho fatto mai l’amore con sì belle caligini. A questa Famiglia come modestissima, è sempre bastato non esserci memoria nella Repubblica più antica di lei, onde con ragione si è contentata di esser vecchia quanto sua madre. Non ha perciò mai affettato origini né reali, né straniere. Et io non posso non ridermi d’una vanità ch’è stata in tutti i tempi. Perché sì come anticamente non vi era Famiglia nobile, la quale non volesse derivare, o da Giove, o da Ercole, o da Pane, perché ammettendosi allora gli Dei per Padri d’Huomini presumevano tutti schiatte divine; la dove ora che la Religione ha spenta la superstitione vogliono tutti descender da’ Re. Quindi è che i Carli Magni, e gli Ottoni, che sono appunto i Giovi, e gli Ercoli degli ultimi secoli, si ritrovano spesso a far la Ceppaia di molti piccioli Alberi. Venendo dunque a cose manifeste, e non dubitabili, trovo che sin de novecento della nostra Redentione la Famiglia della Volta era Signora di Varagine, di Mazzone, di Tagiolo, di Lerma, e di tutto quel tratto di Paese, che dal Mare della Liguria si stende verso Terra, e pizzica oggi gli Stati della Repubblica, di Milano, e di Monferrato. Federico de’ Federici attesta di haver presso di se le carte de’ giuramenti di fedeltà fatti da quei Popoli a Signori della Casa della Volta, e sono queste oggi negli Archivij della Republica. L’Autor della Cronica Sacra di Corsica riferisce l’istesso, et io posso attestare a Vostra Signoria Illustrissima d’haver veduti, oltre i sopradetti Scrittori, gl’instromenti originali, e di vendita fatta di Mazone da Carlo et Ingo Cattanei della Volta a Raffaello Spinola; e di donatione fatta di Tagiolo alla Republica da Filippo della Volta che ne era Signore. Quest’è quel grand’Huomo, il quale, come narra il vostro Giustiniano, liberò i due Capitani Oberti, Doria, e Spinola, già in atto d’esser trucidati da Guelfi, i capi de quali havrebbe mandati a ferro, et a fuoco, se ricoveratisi questi nel Tempio maggiore di S. Lorenzo, a’ prieghi degl’Ecclesiastici, non permetteva, che nel suo animo il rispetto della pietà prevalesse allo sdegno, et a fini delle fattioni Politiche. Né potevano senza questo Stato sì vicino, e sì pieno di vassallaggio sostenere que’ della Volta le guerre, più tosto, che le discordie, le quali per due interi secoli hebbero con la Famiglia Venta, e co’ quei di Corte, rimasti in più battaglie seguite, tanto in Città, come in campo aperto perditrici.

L’altro Dominio, che trovo posseduto dalla Famiglia della Volta, fu lo Stato di Flix, o Flessia in Catalogna, il quale oltre a Balaguer conteneva un gran tratto di paese detto Terra Ancararia. Questo Dominio fu acquistato da Ingone della Volta nell’anno 1147, con occasione molto gloriosa. Poiché essendo egli uno de’ Consoli della Repubblica, et uno anche degli Almiranti di quella poderosissima Armata, di cui fu detto, che dopo quella di Augusto non ne fu veduta una maggiore ne’ nostri Mari, con la quale espugnò prima Almeria, e poi Tortosa, potentissime Regie de’ Mori; l’Ammiraglio Ingone in premio del suo valore, ne riportò quello Stato con altri beni posti ne’ Territorij di Tortosa, e di Lerida. La linea poi di questo o per ostentare il titolo d’una Signoria sì notabile, o per distinguersi, come sempre accade in Famiglie numerose, dagl’altri rami, si cominciarono a chiamare di Flessia. Onde alcuni moderni l’han reputata, ma falsamente, una famiglia nobilissima si, ma distinta. Gli convincono però i notabili Testementi d’Ingone della Volta figliuolo del sopradetto, che fu sette volte Console, et Ammiraglio contra i Pisani, e Capitano Generale vittorioso contro i Malespini, il quale si chiama in essi, INGO DE VOLTA DOMINUS FLEXIAE. Raimondo suo figliuolo, pur Console, et Ammiraglio in Terra Santa, dove ottenne gran Privilegij per la Republica. Oberto figliuolo di Raimondo Console, uno degli Otto Nobili, et Ambasciadore all’Imperatore, al re d’Aragona, et a tutti i Prencipi d’Italia, et amendue sempre si nominano DE VOLTA DOMINUS FLEXIAE. Come poi questo Stato uscisse dalla famiglia, o se più tosto la Famiglia passata in Ispagna mutasse quivi cognome, com’è consueto in quella Natione, a me non è noto. Posso ben non senza grande fondamento persuadermi, che Raimondo figliuolo di Bonifacio della Volta Signore di Flessia, perché anche in Genova i figliuoli, e posteri di questi si dissero per lungo tempo di Bonifacio, propagò in Ispagna la Famiglia de’ Bonifacij. Fu Raimondo di Bonifacio il primo Almirante de Castiglia, e perché forse nacque in Ispagna, ma di Stirpe Genovese, gli Scrittori sono discordi, altri facendolo naturale del paese, altri forestiere, et a mio credere tutti affermano parte del vero. Certa cosa è, che i Castigliani tardi appararono le Arti marinaresche, e se anche più tardi si valsero per Almiranti degli Zaccaria, e de Boccanegri Genovesi, forza è, che molto più, quando non havevano ancora assaggiata l’amarezza del mare ricorressero alla peritia di uno di essi. E perché Ferdinando il Santo fu da Raimondo con sommo valore servito nella gran Città di Siviglia, riconobbe la virtù di in tant’huomo , col dono delle Terre di Viglioueta, e di Capriata.

La terza serie di Dominij, che possedé la Famiglia della Volta, fu nell’Isola di Sicilia. Io non ho havuto sorte di vedere l’Archivio di Palermo, ma chi ha più tosto scorse, che estratte le notitie di esso, mi ha riferito, ritrovarsi quivi un gran fascio d’infeudationi di Stati fatti da re Svevi a Cavalieri della Famiglia della Volta. Né può altrimenti esser ciò accaduto. Peroché Ingo della Volta Console, quando in Pavia fermò la pace con Federico Barbarossa, et ottenne per sé la dignità di Cattaneo, e per la Republica la libera Signoria di Siracusa, con patto, che i Genovesi fossero seco in lega per la conquista della Sicilia; gli Huomini della Casa della Volta seguirono ardentemente in quella impresa gli stendardi della Casa di Svevia. Ond’è, che estinta questa Casa in Manfredi, et occupata la Sicilia da Pietro d’Aragona, quando n’era in attual possesso Federico pur di Aragona erede per la Costanza figliuola del sudetto Manfredi, udendo, che i Genovesi si accostavano a Prencipi d’Angiò, spedì un Ambasciadore a Genova, il quale riferisce il Zirita, che l’ha involato di peso da un’Istoria manuscritta, di que tempi, dice, che dovevano ricordarsi del lor amore alla Casa di Svevia, e de’ grandi beneficij ricevuti all’incontro da que’ Re, et in particolare nomina los Dorias, los de Negro, los Fliscos, los Espinolas, y los de Volta muy Nobles. Per quel piccolo Ecco però, che l’Archivio di Napoli fa a quel di Palermo, ritrovo che que’ della Volta già cominciati a nominarsi Cattanei, quando si accostarono a Carlo II Re di Napoli, e perciò privati de’ loro beni da Re Aragonesi, Virgilio fatto Maestro Rationale del Regno, hebbe in dono la terra di Biccari oggi Contea, e primo titolo della Casa del Bosco de’ Prencipi della Cattolica, col Castello parimenti di Ciminna oggi Principato nella Valle di Mazzarra. Il medesimo Napolione poi per Giacoma di Montalbano sua Moglia, possedé quivi la Terra di Tannera, e quella della Sambuca oggi Marchesato della Famiglia Bardi. Donò poi l’istesso Re a Napoleone Cattaneo eletto perpetuo Stratico di Salerno, le Terre di Abula, di Mammolina, e di Buscemi in Val di Noto. Et essendosi renduto ribelle degli Angioini Enrico Rosso gran Barone Messinese, diede il re Carlo in dono alla fedeltà del sopradetto Virgilio tutti i Feudi, e i beni confiscati a Enrico.

Ma intorno a questi tempi l’Aquila Cattanea alzò un volo come più lontano, così più alto, e si portò alla sovranità de’ Principati, e delle Corone e dall’Imperadore Michele Paleologo Andrea e Giacomo Cattaneo Signori di Galee proprie ottennero il Dominio della Vecchia Focea, e de monti circonvicini, ne’ quali havevano essi scoperto il tesoro dell’Alume, all’ora ignoto all’Europa. Il Duca Nipote nella sua Istoria ultimamente stampata spiega distintamente i fini, ch’hebbero et i Cattanei in prendere, e l’Imperatore in dare loro l’Investitura. Aggiunge appresso, come i due fratelli per difender i lavori molto importanti dell’Alume, stabilirono di fabricare una gran fortezza, la quale gli assicurasse dalle scorrerie de’ Turchi, che cominciavano a farsi sentire nell’Asia minore. Or concorrendo et i Genovesi lavoranti, e i Popoli convicini a ricovrarsi sotto l’ombra di quel gran Forte, venne a formarsi una grandissima Città, che ebbe nome Focea, o Foia nuova, onde in tempo poi di Andrea secondo Cattaneo, Figliuolo del primo, crebbe a tal segno, che fu uno delli Emporii più celebri di tutta l’Asia, e come accenna il Duca Nipote, che vi nacque, e v’hebbe casa, chiudeva in sé più di 50 mila Abitatori, et altresì nella sola fortezza, secondo che narra il Catacuzeno, vi dimoravano di presidio più di mille Soldati Latini. Quindi gli fu facile lo stendere i confini del Principato, e prendere una gran prepotenza sopra i Principi Turchi confinanti, a quali in diversi rincontri presi prigioni i loro Figliuoli, gli serbò a nome di ostaggi, ma in realtà per tenere a freno l’infedele insolenza de’ Padri. Morto Andrea (in Focea, come dimostra la memoria ch’è di lui nella prima Cappella de Cattanei in San Domenico di Genova, ove si vede ch’ebbe moglie dell’Imperial Casa de Paleologi) il Principe Domenico suo figliuolo, credendosi (tutto ciò racconta distesamente il Catacuzeno) valido per ricchezze e per forze lasciategli dal Padre, volle stendere il dominio, e gettò tutto il suo amore sopra la grand’Isola di Mettelino, che in prospettiva di Focea gli stava continuamente sù gli occhi, e portatosi a Genova messa quivi all’ordine un’armata di dodici Galee a sue spese, e venute a suo soldo le cinque de’ Cavalieri di Rodi, si gettò come un gran Falcone sopra la preda desiderata, et in pochi giorni si fece assoluto patrone dell’Isola. Come poi gli venisse contro con tutte le forse dell’Impero, l’Imperadore Andronico giuniore, e tutti i Principi Turchi vi concorsero, portando e soldati, e viveri, come egli andò in contro per combattere in mare l’Imperadore, e ne fu impedito da Rodij, che sul principio della zuffa negarono di voler servirlo contra la Persona di Cesare, come sostenesse animosamente per nove mesi gli assedij posti, et a Metellino, et a Focea, e finalmente con quali patti, e con quali stratagemme si composero le differenze dal Catacuzeno, ch’era nell’Impresa presso Andronico col posto di Magno Domestico, ne fa lungo racconto l’istesso Catacuzeno, il Gregora, il Laonico, e tutti gli Scrittori Greci di quel secolo. Il figliuolo poi di Domenico, Figliuolo però secondo genito sopranominato Gattilusio, havendo riposto nel trono di Costantinopoli con sue Galee, ma più col suo stratagemma,  l’Imperadore Calogiovanni, il fece con libera Investitura Signore di Mettelino, con darli parimente per moglie la sua sorella, da quali nacque poi Elena Imperatrice di Trabisonda. Di tutto ciò parlano tutti gli Scrittori di que’ tempi, ma più distintamente di tutti il Duca nipote. Il secondo Domenico figliuolo di Francesco, e marito di Maria Giustiniana Figliuola di Paris de Signori di Scio, amendue esempi di amor coniugale s’impadronì dell’Isola di Stalimene, e la diede a Nicolò suo Fratello. Si stesero in oltre all’acquisto di Tarso, d’Imbro, e di Samotracia, e di altre isole minori. E passando all’altra parte di Terra ferma s’impadronirono della Terra importante di Sesto, della quale se ne intitolava Signore Andrea, il quale, come riferisce il Bosio nelle Storie di Malta, riscattò il Conte di Nivers, e gli altri Principi d’Occidente fatti prigionieri dal Turco in Ungheria, e poi della gran Città d’Eno, e del Suo ampio Stato con titolo di Despota. Ma con quali arti si portarono a quest’ultimo de’ Dominij, diffusamente vien narrato dal Laonico. Come poi si perdessero tante sovranità, le quali per numero di Vassallaggio, per opulenza di Rendite, e per importanza di forze uguagliavano un gran Regno, in modo che a Cattanei nulla mancò di Regio, salvo che il Titolo, o per dir meglio ne pur questo loro mancò, mentre quel di Despota tanto suonava nell’Imperio Orientale, quanto quello di Re; ne riferiscono le dolenti tragedie i sopracitati Scrittori. Focea però come fu la prima a conquistarsi, fu l’ultima a perdersi, et a conto fatto si conservò per lo spatio di trecento anni in casa Cattanea, molto più che si conservò l’Imperio di Constantinopoli nella Casa de’ Paleologi.

Dopo lo spettacolo di sì grandi rovine, riesce doloroso il volger l’occhio a piccioli acquisti di dipendenti dominij. Per porgere nondimeno a Vostra Signoria Illustrissima piena contezza di tutto, nel regno di Napoli, oltre alla terra di S. Martino, ora Principato de’ Signori Gennari, ch’ebbe Guglielmo Consigliere, e Ciamberlano del Re Roberto, e quella di Poggio della Valle comperata da Raimondo gran Siniscalco del Regno sotto la Reina Giovanna prima, e di Renda da Gualtiero Reggente della Vicaria sotto Giovanna seconda; negli ultimi tempi, vi fu lo Stato di Capistrano, ch’è ora Principato de’ Serenissimi Medici, quello di Avella Principato anche de Signori Doria, Summonte e’l Palazzo feudo ricco passato per eredità da Antoniotto Cattaneo a Signori de Marini Marchesi di Genzano.

Al presente però la Fortuna della Casa è ridotta nel Regno di Napoli a’ soli Dominij del Principato di S. Nicandro, del Marchesato di Montescaglioso, ch’io posseggo, della Signoria di Bellante, antico Marchesato de’ Signori Acquaviva, della Baronia di Casalnuovo; e nel Monferrato al Marchesato di Belforte et alla Contea di Malle. Tenue appoggio, ma però tale, che se i nostri Posteri sapranno accrescerlo, potrà loro valere di scala per riportarsi a qualche grado delle antiche Grandezze. Et a Vostra Signoria Illustrissima bacio affettuosamente le mani.

Montescaglioso 10 di Gennaro 1667.

La quale prego ad avvertire ch’io non ho qui numerato lo Stato di Focecchio, occupato, come narra l’Ammirato, per breve tempo a Fiorentini, da quegli della Casa della Volta, perché non sapendo con certezza, che fossero Genovesi, benché gli possa credere tali, e per le Fattioni della Patria esuli nella Toscana; non ho giudicato confondere le materie dubbie con le manifeste. In oltre non ho fatto memoria degli Stati posseduti dalla Famiglia della Volta in Francia, molti de’ quali sono oggi uniti nella Casa del Duca di Vantadur, il cui Primogenito appunto s’intitola il Conte della Volta. Poiché quantunque si possa far congettura, che Ruffino della Volta Ammiraglio di Filippo Augusto nell’impresa di Tolamaida, il qual dopo quell’acquisto con tre sue navi proprie il condusse in Occidente, fermasse in quel Regno la casa, e dasse nome alla Terra della Volta posta su’l Rodano, tuttavia io non vendo in questo luogo, né probabilità, né verisimiglianze, ma indubitabili evidenze. Di più nulla io ho accennato de’ Dominij de’ Cattanei Malloni di Genova, nulla de’ Cattanei di Sarzana feudatarij antichissimi in Lunigiana, nulla de’ Cattanei di Mantova, di Milano, e di Piacenza, e di tanti altri sparsi per la Lombardia, perché non ho pruove manifeste, che appartengano alla Casa della Volta, che è stata lo scopo unico e del suo comandamento e della mia ubbidienza».

Per eventuali approfondimenti si consiglia di consultare le tavole genealogiche redatte da Serra di Gerace, gli Affari della “Real Commissione dei Titoli di Nobiltà”.

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Note:
1) - Libro d'Oro Napoletano - Archivio di Stato di Napoli - Sezione Diplomatica.
2) -
Giovanni Brancaccio, “Nazione genovese: consoli e colonia nella Napoli moderna", 2001.

3) - Manoscritto 469118 - "Notices sur les principales familles du Royaume des Deux Siciles", Parigi 1858, pag. 69. 
4) - Vincenzo di Sangro, conte di Rodiano, "Genealogie di tutte le famiglie patrizie napoletane e delle nobili fuori seggio aggregate come montiste al Real Monte di Manso".
5) - Denise Pagano, "Museo delle carrozze a Villa Pignatelli".
6) -
Lettere memorabili dell’abbate Michele Giustiniani, patritio genovese, de’ signori di Scio, e d’altri, I, Roma 1667, pp. 369-380.


Casato inserito nel 3° Volume di "LA STORIA DIETRO GLI SCUDI"

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