Ovvero delle Famiglie Nobili e titolate del Napolitano, ascritte ai Sedili di Napoli, al Libro d'Oro Napolitano, appartenenti alle Piazze delle città del Napolitano dichiarate chiuse, all'Elenco Regionale Napolitano o che abbiano avuto un ruolo nelle vicende del Sud Italia.   

Famiglia Cavalcanti

Arma: d'argento disseminato di crocette rosse(1).
Cimiero: una zampa di cavallo di nero e ferrata di oro con sette chiodi di nero.


Firenze, Chiesa di Santa Maria Novella, Sagrato, stemma Cavalcanti


Cosenza, Stemma Famiglia Cavalcanti

I cavalcanti hanno goduto di nobiltà in Firenze dove parteggiavano per la fazione Guelfa; nel 1309 Tommaso, Teghiajo e Donato furono decapitati. Nel 1311 le loro case furono incendiate dal popolo, sollevato da messer Pazzino dei Pazzi, e furono costretti a fuggire in Calabria, si stabilirono in Cosenza e poi si diramarono in Sicilia, Udine Gaeta e Napoli dove furono ascritti al Patriziato napoletano del Seggio di Portanova e, dopo l'abolizione dei Sedili, nel Libro d'Oro Napoletano.


Cosenza, Palazzo Cavalcanti


Cosenza, Portale palazzo Cavalcanti

I CAVALCANTI  A COSENZA E PROVINCIA

Luigi Cavalcanti (detto Loysio), sindaco dei nobili di Cosenza, nel 1481 venne inviato dall'Università di Cosenza presso la corte napoletana di Ferrante d'Aragona, per chiedere che i privilegi concessi dalla corona alla città siano rispettati e che le cariche pubbliche statali siano assegnate a persone non della stessa provincia.
Bernardino Cavalcanti nel 1511 e vicario generale dell'arcivescovo Ruffo-Teodoli in missione permanente presso al corte spagnola.
Il 10 febbraio pone la prima pietra della chiesa (di San Francesco di Paola) del convento dei Minimi di Cosenza; nel 1512, è nominato da papa Giulio II, con breve del 13 maggio, Delegato Apostolico del processo di canonizzazione di Francesco di Paola.
Vincenzo, nel 1540 prende in fitto il feudo di Santa Maria della Rota  e di Mangalavita (oggi Rota Greca) dalla comunità monastica di San Benedetto della SS. Trinità di Cava de' Tirreni e abitato da molti profughi albanesi; nel 1542 lo acquista per 3.300 ducati. Successivamente acquista un fondo di castagni a Lattarico, confinante con Rota Greca. Nel 1550 inizia la costruzione del palazzo di Santa Maria della Rota sulla struttura dell'ex convento. Nel 1576, successore del citato Vincenzo fu suo figlio Francesco Maria; a quest'ultimo, nel 1591, gli successe suo figlio Muzio, diventando il 3° barone di Santa Maria della Rota e di Mangalavita. Alla sua morte, nel 1621 lo eredita sua figlia Violante la quale sposa suo cugino Pietro Paolo in seguito alla dispensa dell'impedimento per consanguineità. Nel 1659 il feudo fu venduto a Filippo Cavalcanti chiedendo il regio assenso al possesso, e gli venne imposto di farsi giurare fedeltà dai vassalli e insieme a loro giurare fedeltà al re Filippo IV d'Austria. Il nuovo barone inizia i lavori di ampliamento del palazzo di Santa Maria della Rota (oggi denominato palazzo Ricci). Nel 1760 troviamo Vincenzo come 5° barone di Santa Maria della Rota e di Mangalavita e barone di Cerzeto, quest'ultimo ereditato anni prima.


Cerzeto (CS), Palazzo Andreotti già Cavalcanti - tratto da Google Earth

Pompeo Cavalcanti nel 1543 acquista il feudo di Gazzella (già appartenuto ai Cavalcanti).
Curzio suo ultimo figlio protagonista di una triste vicenda: si invaghisce di Flavia de Gaeta e, consigliato dalla fattucchiera Laudomia Mauro, la rapisce, il padre della ragazza don Ferrante de Gaeta riesce a farlo catturare e viene imprigionato nell'arcivescovado; Curzio sostiene di essere stato istigato dalla Mauro, la quale viene portata al rogo. Successivamente i due si sposarono e, nel 1629, Curzio riesce ad acquistare il feudo di Verbicaro e San Biagio (tramite il prestanome Angelo de Matera) da Antonio Castellar (italianizzato Castiglione) per 40.500 ducati; 2° barone di Verbicaro e San Biagio fu suo figlio Giovanni, sposato con Beatrice Carafa figlia del barone di Tortorella, Francesco; morto senza prole prematuramente gli successe suo zio Angelo, 3° barone di Verbicaro e San Biagio, sposato con Francesca Cavalcanti; il loro figlio Ludovico (nato nel 1650) fu il 4° barone di Verbicaro  e San Biagio, patrizio Napoletano e cavaliere dell'Ordine di Malta; sposato con Ippolita Cavalcanti.


Verbicaro (CS)

Il nipote del citato Ludovico, Antonio (morto nel 1768) fu il 5° barone di Verbicaro e San Biagio; sposato con Rosa Pascale, patrizia di Cosenza, ebbero Francesco(1738 † 1795) che gli successe nel feudo e titolo come 6° barone di Verbicaro e San Biagio e dal 1789 marchese sposa la nobile Maria Vincenza figlia di Nicola Caracciolo 6° duca di Vietri e di Maria Giuseppa da Ponte dei duchi di Casamassima; suo successore fu il marchese Michelangelo Cavalcati  di Verbicaro (1736 † 1836, con l'abolizione della feudalità il predicato "di Verbicaro" fu parte integrante del cognome), patrizio di Napoletano, patrizio di Cosenza (titolo che non verrà successivamente registrato), barone di Verbicaro e San Biagio, sposato con Maria Caterina de' Medici dei principi di Ottaiano; ebbero il marchese Angelo (1801 † 1866), sposato con donna Clara Adelaide Saluzzo contessa dell'impero Austriaco dei principi di Santo Mauro; i quali generarono il marchese Michelangelo (1831 † 1896), patrizio Napoletano; registrato nell'Elenco Ufficiale della Nobiltà Italiana il titolo di marchese (m. pr.), nobile dei marchesi di Verbicaro (m.f.), patrizio Napoletano (m.).

Cal.-A.
© Arma partita con le insegne delle famiglie Mollo e Cavalcanti, posta sulla lastra tombale di Maria Carmela Cavalcanti († 1841),
moglie del barone Vincenzo Maria Mollo.

Antonello nel 1549 è intestatario del feudo di Cammicelle nella bagliva di Tarsia.
Luigi, già vescovo di Nusco, è nominato vescovo di Bisignano.
Bernardino Cavalcanti  nel 1565 è sindaco dei nobili di Cosenza.
Dal 1567 al 1577 sono feudatari di Cleto.
Giulio Cavalcanti, Accademico Cosentitino, nel 1588 scrive " La vita e i miracoli di San Francesco di Paola".
Diana Cavalcanti, dal 1593 badessa del monastero di Santa Croce di Gerusalemme dell' Ordine delle Cappuccinelle di Cosenza.
Marzio Cavalcanti  nel 1599 è sindaco dei nobili di Cosenza.
Nel 1612 venne completata la chiesa di San Domenico, con annesso convento dei Domenicani, il portone fu fatto realizzare dalla famiglia Cavalcanti, all'interno di essa vi è la cappella gentilizia di famiglia. Luigi nel 1623 è arcidiacono del Capitolo Cosentino; Lorenzo e Giuseppe sono letterati e canonici della cattedrale.

Cosenza, complesso monumentale di San Domenico


 Cosenza, Portone Chiesa di San Domenico, stemma Cavalcanti


Cosenza, Cattedrale, stemma Cavalcanti

Nel 1629 Francesco di Tommaso, barone di Torano, ottenne il titolo di duca; inoltre acquistò da Ippolito Cavalcanti, barone di Sartano (frazione di Torano) i feudi di Castiglioncello e Peritano.


Sartano (frazione di Torano Castello), Palazzo Baronale - tratto da Google Earth

Il citato Ippolito e sua madre, fecero erigere l'Altare di San Domenico nella chiesa matrice di Sartano; nel 1641 Ippolito trasferisce il feudo a suo figlio Lucio; quest'ultimo sposando la baronessa di Buonvicino Laudomia De Paola acquisisce anche questo feudo; Laudomia morirà di parto nel 1652 alla nascita di Ippolito; il figlio di quest'ultimo, Lucio Cavalcanti nel 1714 è barone di Buonvicino, nel 1720 ottiene da Carlo VI il titolo ducale sul feudo; il duca Lucio nel 1727 intraprende una causa per entrare in possesso dei beni del ramo dei Cavalcanti di Firenze che nello stesso anno con la morte di Alessandro si estinsero. Ippolito, suo figlio diventerà 2° duca di Buonvicino. Nel 1782 Lucio Vincenzo è il 3° duca di Buonvicino. Guido Cavalcanti, cadetto del ramo di Buonvicino nel 1785 è governatore regio di cappa e spada a Napoli; nel 1787 è trasferito ad Afragola per amministrare la giustizia; nel 1797 gli viene conferito il titolo di duca; sposa la nobile Anna Carapelli con la quale dà alla luce il primogenito Ippolito che eredita il titolo di duca, (da non confondere col titolo di duca del feudo di Buonvicino del ramo principale); nel 1837 pubblica il "Trattato di Cucina teorico - pratica", in lingua italiana per gli aristocratici e in lingua napoletana per la borghesia, che resta ancora tutt'oggi un punto di riferimento per gli chef.  

Il trattato di "Cucina teorico-pratica" di Ippolito Cavalcanti




 

Fu il primo a far bollire la carne nel sugo di pomodoro e, con le aggiunte introdotte da altri valenti cuochi napoletani, fu inventato il ragù. 
Il primo Istituto Professionale Alberghiero d'Italia nasce a Napoli nella Villa delle Ortensie, intitolato ad Ippolito Cavalcanti.
La cucina napoletana, dai classici sapori mediterranei, nel corso dei secoli è stata influenzata dalle varie dominazioni, dai greci ai francesi ma, in particolar modo dagli spagnoli che importarono dalle Americhe nuovi prodotti quali i pomodori, le patate, il granoturco e il caffè.
Gli aristocratici vantavano di avere ai loro servizi i migliori cuochi campani, veri artisti culinari, inventori di tante delizie. Ogni famiglia aveva la sua pietanza particolare con i propri segreti e, a tal proposito, si consiglia la lettura del libro "La cucina aristocratica napoletana" di Franco Santasilia di Torpino - Mario Guida editore.


© Napoli - Via Toledo -  Palazzo Cavalcanti, Portale


© Napoli - Via Toledo - interno Palazzo Cavalcanti


La dimora di via Toledo fu fatta costruire nel 1762 dal marchese Angelo Cavalcanti, come si evince dalla scritta marmorea posta
sul portale d'ingresso: "ANGELUS DE CAVALCANTIBUS MARCHIO SIBI SUISQUE FECIT A. DOMINI MDCCLXXII".

Angelo nel 1638 è provveditore speciale per la costruzione della cappella della Beata Vergine nella chiesa di San Francesco d'Assisi di Cosenza.
Pompeo nel 1650 è sindaco dei nobili di Cosenza.
Domenico nel 1754 è sindaco dei nobili di Cosenza.
Nel 1763 Domenico Gaetano, padre teatino, del ramo  di Sartano e confessore della regina Maria Amalia, pubblica "La Sacra Liturgia della Chiesa".
Nel 1770 Daniele, patrizio di Cosenza, figlio di Carmine; sposato in prime nozze con Cecilia Castiglione Morelli, patrizia cosentina e in seconde nozze con Gaetana Cavalcanti di Roberto, patrizio cosentino  e  Saveria Cavalcanti; restaura e sopraeleva il palazzo di Cosenza in via Giostra Nuova.

I CAVALCANTI A CACCURI

Caccuri paese della presila in provincia di Crotone,  fu feudo all'interno del quale si susseguirono diverse famiglie: il conte Carlo Ruffo di Montalto lasciò il feudo a sua figlia Polissena, la quale sposò Francesco Sforza gran duca di Milano, seguirono gli Spinelli, Sersale e Cimino.


Caccuri (Crotone), il Castello

Alla morte di Francesco Cimino nel 1608 gli successe suo figlio Paolo, quest'ultimo, essendo morto senza prole, il feudo passò a suo fratello Giovan Battista, il quale essendo travolto dai debiti il feudo venne posto all'asta; ad acquistarlo, nel 1651, fu il patrizio cosentino Antonio Cavalcanti, 4° barone di Gazzella e 1° barone di Caccuri; sposato con Beatrice Cavalcanti; ristrutturò il castello, impreziosì la cappella; alla sua morte nel 1676 gli successe suo figlio Marzio al quale fu concesso il titolo di duca di Caccuri con privilegio del 1683 da re Carlo II, titolo trasmissibile per maschi primogeniti; sposato con Cleria Cavalcanti (del ramo dei  baroni di Rota e Mangalavita), la quale portò in dote il feudo di Cerzeto. Nel 1690 iniziarono i lavori per la nuova cappella del SS. Rosario all'interno del convento dei Domenicani su iniziativa di alcuni cittadini di Caccuri, per la realizzazione  contribuì anche la famiglia ducale.


Caccuri (Crotone), Chiesa della Congregazione e del Santissimo Rosario, tela raffigurante la Vergine del Rosario
e San Domenico, in basso a destra si può ammirare lo stemma dei duchi Cavalcanti.

Nel 1694, successe al citato Marzio suo figlio Antonio, 2° duca di Caccuri; sposato con Laudomia de Gaeta; e nel 1709 gli successe suo figlio Marzio, 3° duca di Caccuri, sposato con Serafina Cavalcanti (di Camillo del ramo di Sartano); suo fratello Francesco Antonio fu Preposito generale dell'Ordine dei Teatini nel 1740 e dal 1743 al 1748 arcivescovo di Cosenza, in questo periodo Giacomo Casanova è a Cosenza in cerca di un impiego da segretario, viene aiutato economicamente dall'arcivescovo affinchè possa recarsi a Napoli, fornendogli anche delle lettere credenziali (verrà ricordato nelle sue "Memorie" come "uomo di spirito e danaroso"). Alla morte del citato Marzio, nel 1752, gli successe suo figlio secondogenito Rosalbo, 4° duca di Caccuri; sposato con Marianna Zurlo; in quanto suo fratello, il primogenito Antonio, rinunziò per vestire l'abito gerosolimitano nel mentre il loro zio Rosalbo Cavalcanti è Gran Priore dell'Ordine di Malta. Al citato Rosalbo successe suo figlio Gaetano Maria, 5° duca di Caccuri, nel 1783, sposa Teresa Passalacqua, patrizia di Cosenza; alla sua morte, nel 1793 gli successe sua figlia Marianna, la quale, sposando il marchese  Giuseppe Ceva Grimaldi il titolo di duchi di Caccuri passò in questa casata e successivamente tale titolo passò nei Petra.
Nel 1830, l'ultima erede diretta dei Calcanti, ovvero la figlia di Marianna, la duchessa Rachele Ceva Grimaldi, vendette l'ex feudo (a seguito dell'abolizione della feudalità nel 1806) al barone Luigi Barracco, il castello fu stabile dimora di uno dei suoi figli, Guglielmo; all'inizio del Novecento il castello fu venduto alla famiglia Fauci di Isola Capo Rizzuto e attuali proprietari, i quali hanno eseguito un attento restauro conservativo creando degli ambienti anche per gli ospiti.

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I vari rami si sono tutti estinti ad eccezione di quello di Napoli. Più volte vestirono l'abito di Malta (vedi Lapidario).
Giovanni Cavalcanti fu Reggente della Vicaria nel 1335.
Riccardo fu Gran Contestabile del Regno di Napoli.
Americo fu Giustiziere di Principato Citra e governatore di Capua.
Mainardo fu Maresciallo e Capitano di Amalfi.
Angelo fu Luogotenente della Regia Camera della Sommaria.
Francesco, barone di Cannicella, sposò Elena Falangola (1590 † 1657), baronessa di Fagnano, Malvito e Pietrapiccola.
Don Pietro Luigi Cavalcanti, tenente colonnello graduato, con Real Decreto del 7 ottobre 1816, fu nominato cavaliere di diritto del Real Ordine di S. Giorgio  della Riunione.


Napoli - ciò che resta della distrutta Chiesa Cavalcanti a Materdei, poi trasportato in altra chiesa: una porta in bronzo (a sinistra) e
una tela raffigurante "Cristo morto" di Andrea Vaccaro (1598-1670).

Per eventuali approfondimenti si consiglia di consultare le tavole genealogiche redatte da Serra di Gerace e gli Affari della “Real Commissione dei Titoli di Nobiltà”.

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Note:
1) - Libro d'Oro Napoletano - Archivio di Stato di Napoli - Sezione Diplomatica.
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Bibliografia:
-
"Si chiamavano Cavalcanti" a cura di Silvio Umberto Cavalcanti.
- " Storia dei Cosentini" a cura di Davide Andreotti.


 Continua sul quinto volume in preparazione di "LA STORIA DIETRO GLI SCUDI"

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