Ovvero delle Famiglie Nobili e titolate del Napolitano, ascritte ai Sedili di Napoli, al Libro d'Oro Napolitano, appartenenti alle Piazze delle città del Napolitano dichiarate chiuse, all'Elenco Regionale Napolitano o che abbiano avuto un ruolo nelle vicende del Sud Italia. 

Famiglia de Mauro

A cura del dr. Giuseppe Grimaldi

Arma: d'azzurro, a due leoni d'oro affrontati ad un calice, accompagnato da un’aquila nel capo, il tutto d’oro(1).
Altra: d’azzurro, ai due leoni affrontati e rivoltanti sostenenti una coppa, il tutto d’oro, nella quale si abbevera un’aquila di nero, posta in palo.

Titoli: Patrizio di Mangone, Patrizio di Cosenza, Barone del Lago, Marchese.

Dimora: Mangone, Cosenza, San Demetrio Corone, Napoli.


Cosenza, stemma famiglia de Mauro

La famiglia Mauro o de Mauro, originaria di Mangone (oggi comune omonimo in provincia di Cosenza) comparve per la prima volta nel Sedile di Cosenza agli inizi del Seicento nel gruppo degli Onorati. Maurizio, chierico coniugato, nel 1640 affittò da Pompeo Rocci, per nome del fratello Abate Bernardino, la Badia di San Giovanni in Fiore. Aveva enormi possedimenti in Sila che lo rendeva ricchissimo. Ebbe quattro figli: Antonio, primogenito, seguì le orme del padre essendo anch’egli chierico, poi Onofrio, Vincenzo e Clarice.

Clarice sposò Marcello Berardi, un celebre giureconsulto dell’epoca, anch’esso mangonese.

Antonio prese le redini del padre e stipulò a Napoli, il 17 maggio del 1689, un nuovo contratto d'affitto con il Cardinale Don Gaetano Ginetti per i beni badiali. Dieci anni dopo, nel 1698, insieme al cognato Marcello Berardi acquisirono parte dei terreni di Campodimanna, Pisani, Bellori, il Lago di Minarchi e le Manche di Verardi.

Onofrio, secondogenito, ebbe dal suo matrimonio il figlio Maurizio di cui ci soffermeremo più avanti.

Infine Vincenzo, sposato con la nobile mangonese Lucrezia Mazzei ebbe cinque figli: Tommaso, Imperatrice, Elisabetta, Carmine, Ottavio. Tommaso diede inizio al ramo di San Demetrio Corone, Carmine continuò il ramo mangonese.

Maurizio, figlio di Onofrio, risulta dal Catasto Onciario del casale di Mangone che, nel 1741, avesse 49 anni, viveva tra Mangone e Cosenza nella casa acquistata nella zona detta Motta (2), era possessore dell’enorme eredità che lo zio Antonio gli aveva lasciato in quanto primo nipote, secondo la legge del tempo. Era dottore in legge, sposò la nobile cosentina Saveria Toscano ed ebbero 14 figli: Onofrio, “primo figlio privo d’ambedue gli occhi”, poi Tiresia che divenne monaca, Bernardo, Raffaele monaco cistercense, Nicolò, Francesco, Domenico, Carmine, Filippo, Giuseppe, Brigida, Franceschina, Maria ed Antonia.

Francesco, nato nel 1728, acquisì nel 1760 il titolo di Marchese. Fu uno dei padri della massoneria cosentina, mandato a Napoli alla fine dell’anno 1799 per andare a valutare se gli animi rivoluzionari nel napoletano erano tanto pronti da poter pensare di ripetere la rivolta anche a Cosenza, fu scoperto e catturato. Fu decapitato gli ultimi giorni di dicembre dello stesso anno. Aveva sposato Isabelluccia Baratucci, vedova del Barone Don Giovanni Abbamonte Siciliani con il quale aveva avuto due figlie: Maria Michela e Teresa M. Raffaella. Con Francesco Mauro ebbe altri sei figli: Costanza, Caterinella, Marianna, Maurizio, Antonio e Saveria.

Costanza, la primogenita, domiciliata a Cosenza sposò Michele Prezio.

Caterinella nacque nel 1795, anch’ella domiciliata a Cosenza, moglie di Alberico Accattatis (n. 1790). La coppia trascorreva le vacanze estive a Mangone nella casa denominata “il Casino” di loro proprietà, toccata in eredità a Caterinella dopo la morte del padre. Da questo matrimonio nacquero: Enrico Maria Francesco Giuseppe Serafino, nato il 15 settembre del 1815 a Mangone, nel 1851 sposò a Caserta Anna Maria Tocco, Anna Maria, secondogenita, nata il primo marzo 1817, ed infine Giuseppe M. Nicola Serafino nato il 25 settembre 1819.

Altra sorella di Caterinella fu Marianna che dimorò stabilmente a Cosenza, mentre i due fratelli Maurizio ed Antonio si trasferirono a Napoli. Saveria, l’ultima nata, si trasferì a Napoli e sposò il militare francese Luigi Stanislao Moreau, i due ebbero un figlio, Carlo Giacomo nato il 31 agosto del 1814.

Ramo mangonese

Carmine, figlio di Vincenzo e nipote di Onofrio, continuò a badare agli affari di famiglia nel paese natio. Ebbe due matrimoni, dal primo nacquero Fedele, Saverio, Rosa nata nel 1722, e Teodora nata nel 1725.

Dal secondo, con la signora Anna Pirillo anch’ella di Mangone, ebbe cinque figli: Vincenzo, primogenito; Innocenzo Gaetano, prete; Caterina, Rosaria e Maria.

Vincenzo, nato nel 1734, sposò Angela Caruso, nobile di Figline Vegliaturo e dal loro matrimonio nacquero Teodora, Rosariantonio, e Brigida.

Purtroppo la precoce morte di Vincenzo portò Innocenzo Gaetano ad essere tutore dell’ancora fanciullo Rosariantonio. Il palazzo di famiglia a Mangone ospitava tutti. Una volta cresciuto Rosariantonio divideva la sua vita tra Mangone e Cosenza nella casa acquistata presso la Giostra Nuova, mentre la casa di Contrada Motta era toccata per eredità al Marchese Francesco e diventata quartier Generale nel 1806 del Manhès e luogo dove fu processato e condannato Vincenzo Federici detto Capobianco che dette vita alla prima Vendita carbonara italiana. Rosariantonio fervente sostenitore dei francesi partecipò attivamente alla lotta contro i Borbone tanto da porsi in prima fila nel piccolo esercito al comando di Deguisans con 500 polacchi e 200 patrioti alla volta di Mangone che, invece, era di fede borbonica; ma il piccolo esercito fu respinto dalla popolazione.

Si sposò due volte: dal primo matrimonio, con Carmela Menna di Cosenza, nacquero Vincenzo Maria e Francesco Nicola. Dopo la prematura morte di Carmela si risposò con sua cugina Chiara Caruso, nipote di Angela Caruso moglie del padre. Da questo matrimonio nacquero: Maria Raffaella, Giuseppe, Pasquale, Ettore, Camillo, Saveria Giovannina, Angela Vincenzina e Nicoletta Enrichetta.

Molti si questi figli hanno dato un grande contributo al risorgimento Italiano a cominciare da Vincenzo Maria, primogenito ed erede universale del padre e dello zio Innocenzo Gaetano. Laureatosi in legge a Napoli, non esercitò molto la professione perché troppo impegnato a gestire l’enorme patrimonio e la numerosa famiglia. Era lui che guidava i destini dei fratelli e delle sorelle. Acquisì il titolo di “Barone del Lago” e fu soggetto ad accuse di cospirazione e di voler sovvertire il governo borbonico e per questo provò il carcere.

Il secondogenito Francesco Nicola fu affermato avvocato a Napoli e gestore del patrimonio che la famiglia aveva nella Capitale. Purtroppo trovò la morte prematuramente il 17 luglio del 1831 per patologia cardiaca.

Il suo posto fu preso dall’altro fratello, Giuseppe, anch’egli residente a Napoli ed avvocato. Sposò in prime nozze Giovannina Gambini di Mangone e non ebbero prole per la prematura morte di Giovannina. Durante il suo esilio elvetico conobbe e sposò in seconde nozze Giuseppina Chalon e dal loro matrimonio nacque Enrichetta. Fu cospiratore e mazziniano dalla prima ora, affiliato alla “Giovine Italia” e membro della Congrega Centrale di Napoli. Fu emissario del Mazzini con il nome di guerra “Giustino”. Nel 1833 fu mandato in esilio per aver cospirato contro il Governo e la sacra persona del Re e mandato a Marsiglia. Da lì, seguì il Mazzini nelle città europee che gli dettero asilo: Londra, Ginevra, Genova. Fu coinvolto anche nella rivolta cosentina nel 1837 e nella vicenda dei fratelli Bandiera nel 1844. Per Mazzini era uno dei pochi uomini fidati e nel suo Epistolario “Giustino” era colui che “il bigliettino che porta la parola riservata giungesse nelle mani dell’avvocato Mauri, strada Pignasecca, n°61. Firmato Mazzini”. Nelle elezioni del 2 febbraio del 1848 fu eletto al ballottaggio Deputato a Napoli insieme al cugino Domenico Mauro di San Demetrio Corone, Tommaso Ortale, fratello del cognato Pietro Maria che aveva sposato la sorella Nicoletta Enrichetta, Giuseppe Masci, Antonio La Terza, Vincenzo Sartorio Clausi, Raffaele Valentini, Cesare Marini, Carlo Murgia e Muzio Pace. E malgrado l’elezione a Deputato il 15 febbraio del ’48 era ancora in esilio a Ginevra e tramite il giornale “Il Calabrese Rigenerato” incitava i liberali democratici cosentini a “non iscambiare la libertà per licenza”. Con l’Unità d’Italia divenne direttore della Banca Nazionale di Napoli, banca che col tempo diventò Banca d’Italia.                                                              

L’altro fratello, Pasquale Innocenzo Raffaele Mauro, anch’egli avvocato rivoluzionario risorgimentale, nato nel 1810, studiò a Napoli seguendo le orme del fratello maggiore Giuseppe. Pasquale sposò in prime nozze Adelaide Menna di Cosenza e dalla loro unione nacquero Virginia, Letizia, Rosario Antonio. Anche Adelaide ebbe la stessa sorte della cognata Giovannina, lasciando solo Pasquale che trovò conforto pochi anni dopo sposando Emilia Combet de La Reine. Da questo matrimonio nacquero Francesco, Eugenio, Anna e Chiarina. L’animo risorgimentale di Pasquale si manifestò il 27 settembre del 1847, ai primi fermenti di rivoluzione partì da Napoli per Mangone ad ingrossare le file dei rivoltosi calabresi. Fu uomo schietto, di grande eloquenza, che gli permise, in più occasioni, di sedare il popolo da qualsiasi disordine, pur propugnando ideali liberali e costituzionali. I liberali cosentini, ancora titubanti sui cambiamenti promessi dal Re con una nuova costituzione, lo mandarono a Napoli per aver ancor più l’idea di quello che succedeva nella Capitale. Dopo diversi incontri con il Ministro del nuovo Governo, Poerio, fu chiamato dal Re Ferdinando II per esporre la situazione della Calabria, e lui, senza alcun timore, tracciò le linee del malcontento dei suoi corregionali. Sentite le ragioni, il Re suggerì al Mauro di tornare in Calabria promettendo che al più presto si sarebbe realizzato il nuovo sistema governativo. Non si realizzò nulla fino al 14 maggio del 1848 quando i Deputati, compreso il fratello Giuseppe, si riunirono e, il giorno seguente, il 15 maggio, l’Assemblea fu sciolta ed iniziò il conflitto tra truppe reali e i liberali. Pasquale fu nominato Capitano della Guardia Nazionale guidata da Tommaso Ortale e fu iscritto al Circolo Nazionale che doveva garantire la sicurezza pubblica. Fu fidato consigliere di Giuseppe Ricciardi presidente del Circolo Nazionale. Dopo la sconfitta di Campotenese dei liberali, guidata dal cugino Domenico Mauro da parte delle truppe borboniche, il Comitato di Salute Pubblica di Cosenza il 5 luglio 1848, per paura di ritorsioni sulla città, mandò una delegazione composta da Pasquale Mauro, l’Arcivescovo Pontillo, Gioacchino Gaudio, Ferdinando Scaglione e Carlo Campagna al cospetto dei generali borbonici Lanza e Busacca per evitare la distruzione ed il saccheggio di Cosenza. Non fu così. Ci furono centinaia di arresti, persecuzioni e sequestri di beni. Un bersaglio prediletto del generale Busacca fu proprio Pasquale Mauro ordinando un mandato di cattura per le responsabilità avute sulla rivolta cosentina. Pasquale riuscì a sfuggire dalle grinfie dei Borbone e per oltre un anno visse da latitante. Ritornò a Mangone il 28 luglio del 1849. Nella notte dello stesso giorno fu svegliato dal tintinnio delle armi dei soldati che avevano accerchiato il palazzo di sua proprietà. Ma la fortuna gli sorrise riuscendo a scappare da una finestra, la frustrazione fu tanta che i soldati incendiarono il palazzo e arrestarono il fratello Ettore. La latitanza durò fino al 1852 quando, tradito da un suo dipendente, fu catturato a Mangone e trasportato nelle prigioni del castello di Cosenza dove si ammalò. Malgrado il processo lo dichiarò innocente fu costretto a una libertà vigilata. Morì a Napoli l’8 settembre 1855.

Ettore, nato a Mangone il 24 aprile del 1816, visse la sua vita interamente a Mangone. Appena maggiorenne fu accusato, nel 1837, di cospirazione insieme ai fratelli Pasquale, Giuseppe e Vincenzo Maria per aver partecipato ai moti carbonari succeduti in quell’anno. Processato, fu liberato. Successe, per circa un anno, alla carica di Sindaco di Mangone al fratello Pasquale che l’aveva ricoperta dal 1838 al 1844. Fu arrestato nel 1849 in occasione della fuga dello stesso fratello da Mangone e dell’incendio del palazzo di famiglia. Fu processato ed assolto nel 1857 insieme ai fratelli Camillo, Giuseppe e Vincenzo Maria per cospirazione contro la sacra persona del Re. Fu nominato ancora Sindaco nel 1861 e vi restò fino al 1869. Fece parte della Guardia d’Onore di S. M. il Re.

Camillo, nato a Mangone il 9 maggio 1818, come gli altri fratelli fu cospiratore e nel 1857 insieme ai fratelli sopra menzionati fu processato e liberato. Visse soprattutto a Cosenza dove ricoprì la carica di Conservatore delle Ipoteche. Morì il 24 agosto del 1869 nel suo palazzo natio a Mangone in contrada Timpone, aveva 52 anni.

Anche le sorelle di Vincenzo Maria, Francesco Nicola, Giuseppe e Pasquale furono donne risorgimentali.

La più grande di tutte, Maria Raffaella sposò nel 1822 Antonio Scarfoglio di Luzzi, mentre la più piccola, Vincenza, non si sposò e rimase a far compagnia al fratello maggiore Vincenzo Maria nella casa di Mangone anche se ebbe una relazione clandestina, dalla cui, nacque un figlio che chiamò Francesco e Vincenzo Maria lo affidò alla famiglia del suo stalliere di Avellino e cresciuto come un figlio. Si fece tutto ciò per allontanare voci infamanti sulla sorella. Saveria Giovannina, detta Annina, andò in matrimonio con il cugino Raffaele Mauro di San Demetrio Corone; di questo matrimonio descriveremo di seguito. Infine Enrichetta Nicoletta, detta Richetta, sposò Pietro Maria Ortale di Marzi, fratello del patriota Tommaso Ortale. Dalla loro unione nacquero 5 figli: Amalia, nata il 3 settembre 1838; Lauretta Teodora, nata il 20 aprile 1842; Rosina Aristea, nata il 24 dicembre 1843 e Francesco Stefano Ettore nato l’8 marzo 1846.


Pasquale Mauro


Cosenza, vista da Palazzo de Mauro

Cosenza, via Motta, Palazzo de Mauro


Cosenza, Palazzo de Mauro, portale settecentesco

Seconda generazione ramo Mangone

La successiva generazione prosegue con i figli di Pasquale e Giuseppe, gli unici a generare.

Rosario Antonio, nato il 15 ottobre del 1842 fu destinato ad essere erede universale dell’asse ereditario della famiglia compreso il titolo nobiliare dello zio Vincenzo Maria di Barone del Lago. Giovanissimo, fu affidato allo zio paterno Giuseppe che ne curò l’educazione. Nel 1860 sposò la cugina Enrichetta, figlia di Giuseppe, matrimonio combinato per non far disperdere l’immenso patrimonio. L’unione fra i due fu breve ed infelice e si separarono “di comune consenso” nel 1867. Non ebbero figli. Rosario Antonio ricoprì la carica di Sindaco di Mangone per circa un ventennio, carica non elettiva ma di nomina regia. Fu anche direttore di una “Scuola di Equitazione” e socio “Flautato” del “Casino di Società di Cosenza”.

Letizia, sorella di Rosario Antonio morì all’età di 17 anni, nel 1855, a causa di una cardiopatia congenita.

L’altra sorella Virginia a 18 anni, nel 1859, sposò Michele Rodi di Celico, un ricco proprietario di 29 anni. Chiarina, altra sorella, non si sposò e rimase a casa con la madre Emilia Combet. Anna, l’ultima delle sorelle, sposò Giuseppe Rambaldi e, dal loro matrimonio, nacque Ada.

Il fratello Francesco, detto Ciccillo, intraprese la carriera militare partecipando alla terza guerra d’Indipendenza all’insaputa della famiglia e per tale motivo fu allontanato dallo zio Vincenzo Maria.

Infine Eugenio, nato nel 1853, divenne ingegnere navale. Rivestì la carica di funzionario dell’Intendenza di Finanza in molte città d’Italia. Apparteneva alla cosiddetta Nobiltà di servizio il primo giugno del 1904, dopo 28 anni di servizio, fu collocato a riposo, per infermità che lo rendeva inabile, ed il 9 giugno dello stesso anno fu nominato Cavaliere dell’Ordine della Corona d’Italia, ruolo dei Cavalieri Nazionali. Si sposò con Rosa de Falco e dal loro matrimonio nacquero: Pasquale, primogenito, successore dell’eredità dello zio Rosario Antonio. Era nato con una displasia congenita dell’anca, perciò claudicante, celibe; Maria, si stabilì a Napoli vivendo di sola rendita immobiliare e grazie al sostegno economico dello zio Rosario Antonio; Emilia, sposò con Alfredo Montemurri ed abitarono a Rogliano; Anna, sposò l’ingegnere Salvatore Stranges di Carpanzano; e Mario, nato nel 1901, divenne ingegnere edile presso l’università di Pavia, amava l’arte e la pittura. Nel 1933 conobbe a Catanzaro la signorina Emma Cafasi e fu colpo di fulmine, si sposarono nel 1943 dopo la morte del padre di Emma, avvocato Vittorio Cafasi, che fino alla fine dei suoi giorni si oppose al matrimonio a causa dell’amore che Mario nutriva per il gioco. Morì nel 1966 d'infarto miocardico a Catanzaro.


Mangone (Cosenza), Palazzo Mauro


Mangone, Palazzo Mauro, dipinto su tela

Ramo di San Demetrio Corone

Tommaso Mauro, figlio di Vincenzo e di Lucrezia Mazzei, nonché fratello di Carmine, ebbe tre figli: Domenico, Ercole, Luigi.

Ercole non si sposò e divenne un eccellente medico che visse a Mangone; Luigi, il più piccolo, partecipò a creare il ramo di San Demetrio Corone; e Domenico, dal suo matrimonio ebbe due figli: Pietro Francesco ed Angelo Maria. Pietro Francesco e lo zio Luigi furono nel 1806 appaltatori del carcere di Cosenza dove conobbero il nobile Francesco Saverio Lopes di San Demetrio Corone che, per essere sanfedista e complice del fratello Gian Marcello nell’uccisione del Vescovo Francesco Bugliari, scontava la sua pena nel carcere bruzio. Quando Francesco Saverio fu scarcerato non dimenticò l’amicizia dei mangonesi tanto che Pietro Francesco Mauro sposò Matilde figlia del ricco e potente possidente sandemetrese ed in seguito altre due figlie Carolina e Giuseppa furono date in moglie rispettivamente ad Angelo Maria ed a Luigi, zio dei due giovani fratelli. Da questi tre matrimoni solo quello di Angelo Maria con Carolina riuscì a generare dando alla luce quattro maschi: Domenico, Raffaele, Alessandro, Vincenzo.

Domenico, nacque a San Demetrio Corone il 13 gennaio del 1812. Introdotto nei salotti culturali e risorgimentali di Napoli dai cugini Giuseppe e Pasquale di Mangone. Nel 1840 pubblicò “Allegorie e bellezze della Divina Commedia” e fondò il giornale letterario “Il Viaggiatore”. Si iscrisse alla Giovine Italia e partecipò all’insurrezione del 15 marzo del 1844 nel cosentino. Fu arrestato e l’anno successivo (1845) liberato dal carcere di Santa Maria Apparente in Napoli e, rifugiatosi a Zurigo pubblicò l’opera “Errico, novella calabrese”. Nelle elezioni del ’48 risultò il primo eletto nel suo Collegio con oltre ottomila voti e ricoprì la carica di Deputato nella capitale. Fu uno degli organizzatori più accesi della rivolta in Calabria dopo quella del 15 maggio del 1848 a Napoli; gli fu assegnato il comando del Circolo Nazionale di Cosenza presieduto da Giuseppe Ricciardi. La rivolta fallì e fu costretto a rifugiarsi a Corfù e da quì a Torino dove condusse una vita semplice. Aderì nelle fila dei “Mille di Garibaldi” con il grado di Generale. La trionfale avanzata garibaldina gli regalò il sogno di una vita. Fu rieletto Deputato al Parlamento Nazionale nel Collegio di Benevento, ricoprì tale carica fino alla morte avvenuta a Firenze per un male incurabile il 19 gennaio del 1873.

Vincenzo non si sposò; mentre Alessandro andò in matrimonio già vecchio; Raffaele sposò in prime nozze Rosina Lettieri e da questa unione nacque Angelo Maria Nicodemo, la morte della Lettieri portò Raffaele a sposarsi con la cugina Giovannina Mauro da Mangone e dal loro matrimonio nacquero Carolina, Rosina e Francesco.

Raffaele ebbe un’esistenza molto intensa. Nel 1844 faceva parte della Giovine Italia; fu a capo della Guardia Nazionale di San Demetrio Corone nel 1848. Dopo il fallimento della rivolta nel cosentino, sempre nel ’48, si diede alla macchia e si presentò spontaneamente alle forze dell’ordine nel 1853; fu condannato dalla Gran Corte Criminale di Cosenza a 30 anni di carcere ed al sequestro dei beni. Nel 1856 scontava una condanna a 12 anni nel bagno penale del Carmine a Nisida; la pena fu commutata in deportazione in America. Durante il viaggio fu liberato da Raffaele Settembrini, accorso con alcuni patrioti a liberare il padre Luigi Settembrini che si trovava sulla stessa nave. Nel ’60 partecipò, insieme al fratello Domenico, alla spedizione dei Mille.

Alessandro Mauro, anch’egli affiancò i fratelli nelle gesta del Risorgimento Italiano. Nel 1865, due anni dopo la morte di Giovannina Mauro, moglie di Raffaele, ci fu un matrimonio molto chiacchierato a San Demetrio, quello della figlia Carolina con il vecchio zio Alessandro (che morì quattro anni più tardi) probabilmente il matrimonio fu “concertato” col fine di non disperdere il patrimonio. Vincenzo, il fratello più piccolo morì eroicamente nel 1848 nella battaglia di
Campotenese sotto le armi borboniche davanti agli occhi dei fratelli Domenico, Raffaele e Alessandro.

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Note:
(1) - Gaetano Montefuscoli, “Imprese ovvero stemme delle famiglie italiane”, Vol. II;  Umberto Ferrari in "Armerista Calabrese", La Remondiana; Bassano del Grappa, 1971, pag.44, afferma che l’aquila nello scudo è di nero e non d’oro.
(2)
  - Il Barone Manlio del Gaudio, riporta, che la famiglia costruì il palazzo di Contrada Motta in Cosenza nella seconda metà del Seicento, ottenendo nel 1672 il beneficio dell'Oratorio. Elena Mauro (da identificare in una delle figlie del Marchese Francesco alla quale venne imposto più di un nome) fu l'ultima proprietaria, nel 1814 lo vendette all'avvocato Francesco Saverio del Gaudio (n. Mendicino, 1760) suo parente, il quale abitava nella piazzetta di San Giovanni Battista in Cosenza, di antica famiglia nobile della provincia di Napoli, feudataria di Calvi e Mondragone, un ramo si trasferì in Calabria a Rende dove entrò nel novero delle famiglie nobili, e da quì nella vicina Mendicino; laureato in giurisprudenza a Napoli nel 1787 sposò Anna Maria de Majo figlia del Capitano Paolo e di Innocenza Vanni, di nobile famiglia di Cerisano già iscritta nel patriziato di Cosenza. Nel 1806 vediamo Francesco Saverio, nel clima infuocato del ritorno a Cosenza dei francesi, validamente contrastati dai borbonici, trovarsi nell'ospedale della città in compagnia di Giannuzzi Savelli, Saverio Mollo, Nicola Vitari, Antonio Ferrari d'Epaminonda e Nicola Greco, per impedire che un folto gruppo di fedeli alla Corona potesse impossessarsi dei militari francesi feriti, mettendo a repentaglio la vita di un gruppo di amici e parenti in ostaggio dei francesi, già i borboniani si apprestavano ad incendiare l'ospedale, quando sopraggiunse la massa, riconosciuto del Gaudio dal condottiero della medesima, il quale era stato da lui prima difeso con zelo, per riconoscenza arrestò il furore della moltitudine.
Nel 1812, nell'ambito della rivolta della Carboneria contro la politica francese capeggiata da Vincenzo Federico detto Capobianco, il Generale Manhès come prova di forza decise di entrare in città in modo solenne e da quì guidare la repressione; Davide Andreotti nella sua Storia dei Cosentini riporta a pag. 174 “Narra lo stesso Manhès: che la sua entrata in Cosenza fu un trionfo; i cannoni arrugginiti dell'antico castello fecero i loro consueti tiri; le autorità civili e militari mossero in pomposo corteo all'incontro del Generale; tutte le guardie civiche capitanate dal Colonnello Labonia
facevano spalliera lunghesso il cammino sino al suo alloggio, che fu destinato nel palazzo Mauro sotto il forte, oggi di del Gaudio”. Manlio del Gaudio, “Curiosità storiche di Calabria Citeriore (1806-1860)”, Santelli 1994, pagg. 9-10.
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Bibliografia:
- Ivan Pucci "Gli stemmi araldici nel contesto urbano di Cosenza e dei suoi casali", pag 43. Edizioni Orizzonti Meridionali, 2011.
- Manlio del Gaudio "Spigolature da una alleanza familiare in Calabria alla fine del XVIII secolo", pag. 41. Walter Brenner Editore, Cosenza 1994.


Casato inserito nel quinto volume di "LA STORIA DIETRO GLI SCUDI"

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