Ovvero delle Famiglie Nobili e titolate del Napolitano, ascritte ai Sedili di Napoli, al Libro d'Oro Napolitano, appartenenti alle Piazze delle città del Napolitano dichiarate chiuse, all'Elenco Regionale Napolitano o che abbiano avuto un ruolo nelle vicende del Sud Italia.   


a cura dell'avv. e. Rosario Salvatore Migliaccio di Sanfelice

Per le pagine di seguito non si vuole avere la presunzione di aver svolto uno studio esauriente e completo. E’ la prima volta che si menziona questa casa, vista attraverso le sue principali ramificazioni di ceppi, rami e linee, tentando di identificarne l’origine attraverso un’analisi critica su più fonti. L’obbligo di attenersi a limitati parametri editoriali ha sostituito una narrativa letteraria storica con delle sintesi schematiche attraverso nomi e date, oltre a una cronologia di eventi, dando così un quadro d’insieme dove tutti potranno riconoscersi e confrontarsi, aggiungendo eventualmente più ampi e approfonditi contributi.


Alcune armi:
A
rma di origine: d'azzurro ad una pianta di miglio di oro, su di una zolla nodrita di verde.

Ramo Lombardo: partito, nel 1° d’argento  all’aquila imperiale di rosso, uscente dalla partizione; nel 2° di rosso a tre piante di miglio d’oro, su una zolla di verde.

Ramo Napolitano: d’azzurro ad una pianta di miglio di oro, sostenuta da due leoni controrampanti e lampassati di rosso, di oro, poggianti su tre monti all'italiana di verde.

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© Napoli, stemma Famiglia Migliaccio di Sicilia
 

ORIGINI


I Migliaccio, in tutte le loro linee, sono forse originati da tre ceppi diversi, che assumono lo stesso nome per italianizzazione; alcune sono documentate intorno all’anno mille e qualcuna plurifeudale. Diversamente dagli autori dei due secoli scorsi, vista la documentazione archeologica superstite pure se frammentaria, il casato viene a generarsi da tre ceppi radicati nei Migliazzo olim Meliatis di Milano, dai Milly seu Milliaco della Francia, dai Guidalotti del Migliaccio di Firenze.


Le continue migrazioni nella penisola italica dei secoli dall’XI al XIII ebbero come punto di riferimento il regno di Sicilia, al tempo realtà geografica, politica ed economica, grazie anche all’invito dello stupor mundi Federico II di Svevia che elargì numerose esenzioni a chi vi stabiliva dimora
[1]. L’invito, in larga parte raccolto da lombardi che nel 1130 si estendevano dal genovesato a Pavia, censisce ancora oggi numerose località che portano i nomi delle loro città di origine [2]. Per scambi commerciali ed inurbazione fu cooptata anche la Calabria meridionale e questo è meglio espresso con le parole dello storico C. Trasselli: “lo stretto non è altro che un fiume tra due rive, che in molte epoche della storia, vivono l’una in funzione dell’altra[3].


La differenza cognominale Migliaccio, sfuggita a numerosi storici, eruditi e genealogisti, se pure italianizzatosi
[4] nella prima metà del ’600 in tutti i suoi rami, non trasse in inganno il contemporaneo A. Inveges,  che citò nel suo “Annali della Città di Palermo” [5] la provenienza, indicandola milanese, fiorentina e siciliana, come anche il Di Giovanni, nel suo manoscritto del 1615, “Palermo Restaurato”, menziona l’esplicita pretensione dei Migliaccio stessi che: ”pretendono, essere dei Guidalotti di Firenze [6]. L’Inveges è l’unico a tracciare tre provenienze, pur indicando una sola casata [7].


Il cognome svolge il suo uso identificativo  già prima del mille, dando vita ad altri casati, quale i Miglio, i Mellio ed altri, che possono anche aver assunto tale nome dall’impresa del Barbarossa, che fece arar di panìco e miglio la piazza di Cremona a lui ribelle. [8]
Nell’idioma locale lombardo mei è miglio, ed il primo a menzionarlo e ad accostarlo al pane di miglio, miliacius, panis, ex milio confectus è lo storico Paolo Diacono nella sua Historia Longobardorum
[9].

Per i Migliazzo di Milano, la prima notizia viene rilevata da alcuni documenti pergamenacei custoditi presso l’Archivio di Stato di Milano, citando un documento del settembre 1015, dove, elencando gli abitanti di Vico di Inzago, i quali devono sottomettersi all’abate di S. Ambrogio di Milano, si fa menzione di Leo e Giovanni figli del fu Leone Meliacio
[10], e Leo, figlio del fu Petri Meliatis, così com’è trascritto ed edito dagli “Atti Milanesi e Comaschi del sec. XI (1001-1025)” [11] nonché, un ulteriore documento del 1281 che identifica i Milliacius enfiteuti del monastero di Casatico, come trovasi trascritto negli “Atti del Comune di Milano nel sec. XIII” [12]. Lo status di questa famiglia si evidenzia nella figura di frà Jacobo de Mellacio, vivente nel 1222, Nunzio e Gran Precettore di tutte le domus in Italia dell’Ordine Templare [13]; successivamente troviamo menzionato, nel registro delle provvigioni dell’anno 1385-1388 [14], il dominus Ambrosolus Meliazus, abitante verso la porta orientale, ascritto alla XVII parrocchia di S. Babila Faris. Le armi si vedono dipinte nel Codice Trivulziano già Belgiojoso del 1447 e nel Codice Cremosano del 1673: partito, nel 1° d’argento all’aquila imperiale di rosso, uscente dalla partizione; nel 2° di rosso a tre piante di miglio d’oro, su una zolla di verde, (o una pianta di miglio con 4 pannocchie).

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© Arma dei Migliaccio lombardi
(vedi stemmario Cremosano Meliazi - p. 188 vol. II   Archivio di Stato di Milano)


Elencati anche da Flaminio Rossi nel suo Teatro della Nobiltà Italiana in Milano
[15]. Un’ulteriore linea fiorisce in Lodi, come attestano le carte dell’Archivio Comunale Laudense [16], che la qualifica come famiglia patrizia e decurionale, menzionando un nobile Bernardo nel 1481, da cui Nicolò, notaio, da cui Mattia giurisperito e suo figlio Andrea pure giurisperito; Paolo, Rettore di S. Giacomo in Lodi nel 1394 ed un Camillo, patrizio lodigiano, cittadino romano e ingegnere regio di Milano. Nell’arma di costoro figura il sinistrocherio che si riscontrerà nell’arma visibile sul quattrocentesco palazzo Migliaccio in Siracusa [17] e con piccole varianti anche l’altra arma, tutte dipinte nel cinquecentesco stemmario napoletano detto Volpicella [18], presso la sezione manoscritti rari della Biblioteca Nazionale di Napoli.

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 © Arma Migliaccio: vedi stemmario Trivulziono de Meleatis  - p.218 - Archivio
Storico Civico e Biblioteca Trivulziana, Milano

 

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Vedi stemmario Volpicelli, anche nell’arma napoletana oltre l’aquila
imperiale (coronata), l’arma principe è di rosso a tre piante di
miglio di oro, al capo di azzurro caricato da tre gigli di oro,
 ms. XVII-25 – 106v . Biblioteca Nazionale di Napoli


Non possiamo tacere sui Migliacci olim Migliatius di Bologna, ulteriore linea di quelli del milanesato illustrati da GiovanPietro dè Crescenzi Romani, il quale nel suo seicentesco “Corona della Nobiltà d’Italia”
[19] cita un Bernardo Migliacci che per privilegio è ascritto nel  Collegio dei Fisici di Piacenza, ravvivando la memoria del nobile Bernardo lodigiano. Famiglia di partito guelfo che, per le lotte contro i Pepoli, fugge via da Bologna con i Beccadelli ed altri. Così, come anche si evince dalle carte dell’Archivio di Stato di Bologna, ufficio dei memoriali del 1270 dove già una generazione doveva essere lì prima di quella data per i personaggi evidenziati, rileviamo un Migliatius filius Dom. Vinte in un atto di cambio [20], ed un Alberto fu Bonaccorso dè Migliatiis [21], nonché sempre nella stessa data, come creditore, per un contratto di £ 500, Jacobus Migliatius figlio di Iunte di Guçigliano [22].

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© Quattrocentesca arma Migliaccio, Castello di Montemaggiore Belsito, Palermo.


Senza alcun dubbio quindi, una linea dei Migliaccio di Sicilia con le continue translitterazioni Migliacci-o, Migliazzo-i dovute alle corruzioni fonetiche e dialettali dei trascrittori, è lombarda, come ci viene pienamente testimoniato e tramandato anche dalle Tavole della Corte Giuratoria di Naro, Agrigento, elencandola tra i castellani di Naro. Frà Salvatore da Naro, cappuccino (al secolo Ignazio Ceraulo 1658†1733), nel suo manoscritto “L’Aurea Fenice che fu la fulgentissima città di Naro, olim Agrakante Jonica”, del 1731 e frà Saverio cappuccino (al secolo Bordino 1744†1819), nel suo manoscritto “Annali della fulgentissima Città di Naro”, del 1744, trascrivono: “Alberico Migliaccio, alli 1198 in tempo di Federico II fu destinato Castellano di Naro, e questa Ill.ma famiglia passò da Milano in Sicilia e piantò la sua prosapia qui in Naro, siccome abbiamo insinuato nel libro delle famiglie posto nell’archivio della città
[23]. Naro in provincia di Agrigento, per i suoi granai e strada di transito per il Santuario di San Calogero, fu per importanza tra il XIII e XIV sec. quarta dopo Palermo, Messina e Caltagirone. Ricevette l’appellativo di ˝La Fulgentissima˝ per volere di Federico II, che nel 1234 la dichiarò parlamentare[24].


L’altra supposta origine è dal francese Milly. Per errore degli archivisti Carlo dè Lellis (†1691 c.a.) e Camillo Minieri Riccio (1813†1882) nella trascrizione di alcuni atti angioini è citata come Miliaroa, l’errata trascrizione paleografica lascia un vuoto fuorviante non individuando in nessun atto i Migliaccio. Milly, in latino Milliaco (Milliacho) pron. Migl., rende ancora più difficile una interpretazione ed individuazione tra le famiglie del periodo angioino. Di fatto, il noto paleografo napoletano Stefano Palmieri[25] in un suo scritto si appella unicamente all’autorità di Paul Durrieu[26], non potendo risalire ad una omogenea identificazione a causa della frammentarietà dei reperti[27]. La famiglia Milly, tra le famiglie più anziane ed illustri di Francia, si ramificò in numerose linee, le principali furono quella Borgognona e Piccarda[28]. Tra i tanti suoi titoli, si fregiò di un Gran Maestro dell’Ordine Templare, Filippo, dal 1169 al 1171, ed un Gran Maestro dell’Ordine di Malta, Giacomo, dal 1454 al 1461. Scesi in Italia con Carlo I d’Angiò per la cacciata ghibellina, ricevettero premi e privilegi, stabilendo dimore in tutto l’arco meridionale della penisola. Si incontreranno autorevoli personaggi, come fanno fede gli atti della ricostruita cancelleria angioina, nell’Archivio di Stato di Napoli[29], nonchè umili coloni. Tra questi Guglielmo Milliaco, Maresciallo del Regno di Sicilia (1272-1284)[30], il figlio Goffredo, investito del cingolo militare[31] e Signore di Guglionise nel napoletano, che sposerà la vedova Dè Bourson[32]; il fratello Riccardo sarà invece milite e giustiziere in terra di Bari[33], sposerà in prime nozze Clementia dè Monti, figlia di Ludovico vice maestro giustiziere del Regno; rimasto vedovo, si risposerà con Filippa Lisinarda da cui Chiarella che impalmerà Guglielmo da Capua, primogenito di Bartolomeo logoteta e protonotaro del Regno; un Enrico sarà castellano di Reggio (1270-1271)[34]; nonché, Francesco e Giovannetto nel 1285 e Filippotto nel 1277[35], valletti di Casa Reale, inviati come coloni a Lucera; Giovanni e Riccardo nel 1280, semplici maestri d’armi ed altri[36], così come si può scorrere dalle due pregevoli opere editoriali ampiamente descritte in nota. Non si riproducono le armi di questa famiglia, trovandosi i suoi ascendenti in un periodo particolare dell’araldica, questo per non trarre in inganno studiosi o eruditi nel caso possano riscontrare armi diverse per le varie linee. La più nota arma è quella dei Gran Maestri dell’Ordine di San Giovanni e Templare, di rosso con il capo inchiavato d’argento di tre pezzi[37].


Infine, l’origine più nota e trasmessa da diversi autori sui Migliaccio, originati dai Guidalotti del Migliaccio di Firenze, a loro volta diramazione dell’antichissima famiglia Albergotti aretina che prende nome da quell’Albergotto di origine germanica disceso in Italia al seguito di Ottone I nel 928 d.C.
[38] che generò diversi casati quali Albergotti, Bulgarello, Albizi, Albizeschi, Diaccetto, Aceto, Pelajo, Abbati e Guidalotti[39]. O come qualche altro studioso vuole, dai Rustichelli di Venezia[40]. I Guidalotti del Migliaccio, secondo la tradizione, sono una linea del ramo guelfo della mercantesca e magnatizia famiglia Guidalotti. Di costoro ne fanno gloria i cronisti contemporanei Ricordano Malespini (1220c.a†1290c.a)[41], Giovanni Villani (c.a 12761348)[42], Pietro Monaldi e le scritture di Vincenzo Borghini. Tra le cariche di governo, ricordano un gonfaloniere di giustizia ed un priore; abitarono presso S. Michele Bisdomini, eressero torri e furono annotati nella titolatura come Signori di Torre (n.d.a. della Torre)[43]. Divisi nello stesso casato tra ghibellini e guelfi, alcuni si unirono nella consorteria guelfa dei Pulci, Gherardini, Sacchetti, Manieri, annoverati da Dante al canto XVI del paradiso. L’Ammirato[44] elenca due fratelli cavalieri Gherardo M.  e Guidalotto M. (1242), abitanti presso S. Croce, ed un M. Ridolfo cavaliere annotato nel libro dell’Ospedale di S. Paolo (1294). Inoltre, un Guidalotto nel 1212, giudice imperiale[45] ed un altro Guidalotto detto Voltodellorco, prima ghibellino e riscossore del “foederum imperiale” poi guelfo, che fece erigere l’Ospedale di S. Gallo (1218) donato nelle mani del Card. Ugolino alla S.R.C.[46]
Della linea dei Guidalotti Bombaroni, Mico, edificò il Capitolo della Chiesa di S. Maria Novella con pitture del Vasari, su disegni del Memmi e Gaddi, senese, oggi detto Cappellone degli Spagnoli. Proprio per la Sicilia, è curioso menzionare la figura di “Guido” dè Bombarone nella matricola dei feudatari e titolati sotto Federico II, nel 1296:...“ Guido dè Bombarone 20, pro feudo dè CastroJohanne (odierna Enna)
[47]… Una linea dei Guidalotti guelfi, prese per censo “del Migliaccio”[48] come lascia scritto Vincenzo Borghini[49] nel suo Storia della Nobiltà Fiorentina, per l’acquisto fatto in “Milano”, per i fatti d’arme nel 1249, di un campo di migli per nutrire l’esercito guelfo, come meglio riprende il F. Mugnos[50] nel suo noto Teatro Genealogico.

 


Arma Guidalotti, architrave cappellone degli spagnoli in S. Maria Novella, Firenze.


Banditi dopo la sconfitta di Montaperti nel 1260, esuli per fatto politico, assunsero il censo per nome. Il Davidsohn, nella sua storia di Firenze
[51], dà un quadro completo di questa casa e dei suoi beni, commentando: "…dalla sconfitta dell’Arbia, il valore degli edifici abbattuti  di questa famiglia fu di 7000 libbre, ma il doppio doveva essere circa il valore circolante e di deposito per le loro aziende per la raffinatura di stoffe di Fiandra e di Francia…ricchi da varie generazioni vi rimasero a lungo e furono considerati magnati prima e dopo [52]…"  Fuggiaschi in Lucca, si trasferirono in Bologna (1263), ed alcuni furono ascritti alla compagnia d’arme dè Toschi [53]. Nel 1265, tutti i fiorentini guelfi chiesero ad Urbano III di poter militare al fianco del d’Angiò e, ricevuto le insegne ed il permesso, si riunirono nel mantovano eleggendo loro capitano Guido Guerra ed unendosi al conte di Monforte.

Seguendo Carlo I d’Angiò, presero parte alle battaglie di Benevento e Messina. Il successo delle imprese ricompensate dal d’Angiò permise il radicarsi di nuove famiglie nei regni meridionali, acconsentendo privilegiato accesso per commercianti e banchieri fiorentini, sostegno del trono angioino. Le armi, che ci sono state tramandate dai monumenti e dalle raccolte Sebregondi, del Priorista Mariani e Ceramelli-Papiani, sono: d’oro, ad un semivolo levato d’azzurro; d’argento, al volo levato di rosso [54].

 I MIGLIACCIO di SICILIA


La linea dei Migliaccio di Sicilia affonda le sue radici nella cavalleria quattrocentesca siciliana. Estintasi a fine ‘800 nei rami principali, è presente genericamente negli Elenchi regionale ed ufficiale della Nobiltà Italiana del 1922 per gli importanti parentadi e potere sociale che ebbe tra i secoli XVI e XIX, di cui alcune linee furono presenti anche nel napoletano
[55].

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© Arma Migliaccio in atti della R. Consulta Araldica, fasc. Ignazio Migliaccio


Fiorì in Siracusa, Agrigento, Palermo e Messina. Tra le prime famiglie dell’ordine Senatorio e Pretorio, ricoprì le massime cariche civili e militari del Regno di Sicilia, contraendo cospicue alleanze matrimoniali, con i Ventimiglia, Lancia, Lanza, Moncada, Borgia ed altre. Ripartita in numerosi rami, raccolse la memoria della storia la linea dei marchesi di Montemaggiore e principi di Baucina, la linea dei duchi di Galizia e principi di Malvagna e Mazzara, la linea dei duchi di S. Donato e Floridia
[56]. ………………………..
I primi di cui si ha memoria è un Cosmo, Baiuolo di Palermo negli anni 1316/1317
[57] ed un Alberico, castellano di Naro nel 1298, Nicolò, capitano di Naro sotto Re Ludovico nel 1350, Giovanni, Gerardo e Berengario regi familiari aragonesi, altro Nicolò, capitano di Licata, Filippo, notaio in Palermo (creduto e proveniente da Firenze), Lorenzo e Franchino regi familiari di Re Alfonso d’Aragona, Pietro, inquisitore in Sicilia, Giacomo, Castellano del Sacro Palazzo di Messina ed il nobile Federico, commerciante della canna da zucchero che come prodotto rientrava nelle rotte commerciali del mediterraneo, ricordato per il prestito di 156 once e 15 tarì (al tasso del 10%) a Pietro dè Gaytanis, banchiere pisano [58].

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© Siracusa - Palazzo Migliaccio


E’ certo che i Migliaccio nel ‘400 già erano passati nei ranghi della nobiltà cavalleresca, vantando poi per antica nobiltà l’ammissione come cavalieri di giustizia nell’Ordine di Malta con frà Luigi ricevuto il 15 dicembre 1687 e frà Michele ricevuto il 2 Febbraio 1748. Consanguinei di Filippo II di Spagna e baroni di Montemaggiore inv. nel 1531, poi marchesi di Montemaggiore inv. nel 1598
[59], Principi di Baucina [60] e consanguinei di Filippo IV inv. nel 1626, Pari del Regno, vicerè in Palermo nel 1743 – 1746 – 1756, primi del braccio secolare di Sicilia per il titolo di principe di Malvagna inv. 1710 [61] e di Mazzara  inv. 1723. Famosi “i Malvagna” in tutta Europa per la quadreria ed in particolare per un trittico detto di Malvagna opera del Mabuse. E’ noto agli storici dell’arte che il trittico fu rubato su ordine di Cosimo III dè Medici e portato agli Uffizi, fu avviata una causa che durò 70’anni e vinta dai Migliaccio, il quadro ritornò a palazzo Malvagna e donato ed oggi è esposto nella pinacoteca di palazzo Abbatellis. Il principe Ignazio Migliaccio fu decorato nel 1824 dell’Insigne Reale Ordine di S. Gennaro e gentiluomo di camera con esercizio degli ultimi Sovrani Borbonici [62]; ricevettero il privilegio di potersi appellare con il plurale Majestatis. Duchi di Galizia inv. 1698; di Floridia inv. 1747; di S. Agata inv. 1759; San Donato (per successione Lanza) [63], Valverde Bologna; le baronie di Biscardo inv. 1554; Casalbianco e Cutrumeggio inv. 1622; Mojo inv. 1710; Pittari inv. 1793; Cavalera e Mandarano inv. 1751; Signori della Sala di Partinico e di Paruta inv. 1598; Signori dell’Acqua Fredda inv. 1753; di Dacco, Aquila e Cencheria.

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© Ignazio Migliaccio Principe di Malvagna, pari del Regno con l'antico privilegio del mero e misto imperio, cavaliere del
Reale Ordine di San Gennaro


Dalla linea dei duchi di San Donato e di Floridia (titolo oggi passato in casa Turrisi Grifeo) residente in Messina ebbe i natali Lucia Migliaccio figlia di Vincenzo Migliaccio e Bonanno dei principi di Baucina, duca di San Donato e di Florida, e di Dorotea Borgia e Rau, dei marchesi del Casale, che nacque a Siracusa il 18 gennaio del 1770. A soli sei anni nel 1776 ereditò il titolo di 12° duchessa di Florida e ad undici anni nel 1781 sposò a Palermo Benedetto Grifeo e del Bosco (1755 † 1812), principe di Partanna e duca di Ciminna. Dal matrimonio nacquero Dorotea, Vincenzo, Giuseppe, Leopoldo e Marianna.
Durante il periodo francese in Palermo Re Ferdinando di Borbone conobbe l’affascinate Lucia e se ne invaghì. Dopo due anni nel 1814, dipartita la regina Maria Carolina e dopo solo due mesi di lutto, Lucia e
Ferdinando I Re delle Due Sicilie si sposarono col rito morganatico, ovvero senza successione di eredità al trono per lei e per i suoi figli. ………

Degni di nota sono i regali fatti dal Sovrano, nel 1816 acquistò sulla collina del Vomero a Napoli una magnifica villa dal principe di Torella
[64], la fece ristrutturare con forme neoclassiche, disponendo il giardino all’inglese con tempietti, belvedere, il teatrino della Verzura, la fontana dedicata ad Imeneo, un’immensa terrazza panoramica, statue; un ponte che collegava un secondo edificio adibito a “Kaffee Haus”.

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© Napoli - dipinto della duchessa Lucia Migliaccio realizzato nel 1819
dal pittore di corte Vincenzo Camuccini
(1771 1844).


Il maestoso parco confinava con le proprietà della famiglia Carafa della Stadera
[65] e dal 1819 al 1825 fu teatro di grandi ricevimenti e lauti pranzi, trovando soggiorno principi e sovrani di tutta Europa. Al piano terra della villa sono esposti i ritratti del Re e di Lucia Migliaccio.

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© Napoli - Villa della Floridiana


Altro regalo di nozze fu il palazzo in piazza dei Martiri, oggi sede dell’Unione Industriale di Napoli, acquistato dalla famiglia Coscia; qui si trasferì Lucia dopo la morte del sovrano avvenuta il 4 gennaio 1825 e dopo la sua morte avvenuta il 26 aprile 1826 fu tumulata a Napoli nella chiesa di San Ferdinando, in piazza Trieste e Trento, nei pressi di Palazzo Reale.

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© Napoli - Palazzo Partanna

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© Napoli – particolare monumento funebre di Lucia Migliaccio


Non si vuole tacere, raccogliendo gli echi dei corridoi di Palazzo Reale, la nascita da questo matrimonio di una prole tra cui due donne monache in Palermo ed un figlio, chiamato Antonio Oldoini, inviato segretamente in Piemonte. Fu insignita della Croce Stellata d’Austria ed immortalata dai versi di Meli e Goethe, conoscendola quest’ultimo alla corte di Palermo nel 1787.

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© Napoli - Monumento Funebre di Lucia Miglia, con la rappresentazione dei
 figli affranti dal dolore.

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© Giuseppe Migliaccio, Arcivescovo
Archimandrita di Messina

Altro Giuseppe (1650 † 1729) della linea dei marchesi di Montemaggiore e principi di Baucina fu elevato alla dignità ecclesiastica di Arcivescovo di Messina.
L’arma che fa bella mostra di sè sul palazzo marchionale in Montemaggiore Belsito (PA), sui sepolcri gentilizi sparsi in varie chiese nelle tre valli siciliane e sotto la volta del palazzo Malvagna in Via Longarini in Palermo, nonché nella quattrocentesca casa Migliaccio di Siracusa in via P. Picherali è: d’azzurro ad una pianta di miglio di oro.

Linea dei duchi di Galizia, principi di Malvagna e Mazzara: inquartato, nel 1° e 4° l’arma Migliaccio – nel 2° l’arma della famiglia Lancia: inquartato, nel 1° e 4° di nero al leone d’oro coronato all’antica dello stesso - il 2° e 3° fugato in banda d’argento e d’azzurro, sopra il tutto d’oro al leone di nero coronato all’antica dello stesso armato e lampassato di rosso- nel 3° l’arma della famiglia Lanza, da cui era pervenuto ai Lancia il  principato di Malvagna e la terra di Mojo: d’oro al leone di nero, coronato all’antica dello stesso, armato e lampassato di rosso.


 

Linea dei Duchi di San Donato e di Floridia: partito nel 1° l’arma Migliaccio; nel 2° l’arma di casa Bonanno: d’oro al gatto passante di nero.

Il Comune di Floridia, che aveva uno stemma comunale transitorio, per volontà della giunta comunale che iniziò l’iter nel 1996, con Decreto del Presidente della Repubblica dell’11 ottobre 1999, ricevette per stemma civico e gonfalone, lo stemma della famiglia Migliaccio, al capo di Aragona e Svevia cimato da corona ducale, quale feudo investito da Ignazio Migliaccio e Borgia nel 1776, a memento di Lucia Migliaccio famoso personaggio, divenuta quasi regina e gloria della storia locale di Floridia.

 


Stemma Comune Florida

 

Linea dei Marchesi di Montemaggiore e Principi di Baucina

 

© Immagine proprietà Casa Migliaccio
© S.M.O. di Malta - Archivio in Malta, registrazione del cavaliere di giustizia frà Luigi
 Migliaccio figlio del Principe di Baucina, ricevuto il 15 Dicembre 1687 con dispensa
 per la minore età di Papa Innocenzo XI.

 

Linea dei duchi di SAN Donato e Floridia

 

© Immagine proprietà Casa Migliaccio
© S.M.O. di Malta - Archivio in Malta, registrazione del cavaliere di giustizia
frà Michele Migliaccio figlio del duca di San Donato, ricevuto il 2 febbraio 1748
con dispensa per la minore età di Papa Benedetto XIV.

 

I MIGLIACCIO di CALABRIA

 

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© Gerace - arma visibile sulla volta del palazzo Migliaccio in Piazza Tocco.


Fiorirono in Gerace, Girifalco e Catanzaro
[66], generando più linee in Gerace come Migliaccio, Migliaccio-Pignatelli, Migliaccio-Spina-Vento-Sirleti. La linea Geracese, nobile e patrizia di Gerace, fu ascritta al seggio di Gerace (Tocco) come attesta la storia locale ed il catasto onciario di Gerace custodito nell’Archivio di Stato di Napoli, godendo di baronia suffeudataria sul marchesato di S. Giorgio e Polistena. Contrasse cospicue alleanze matrimoniali con i Pignatelli, del Balzo, Sergio, Malarbì, Spina, Vento e Sirleto.

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© Privilegio baronale Migliaccio, baronia suffeudataria del marchesato di S. Giorgio e Polistena.


Nel 1585 fu maestro razionale di Gerace, GiovanAlfonso M.; iscritta alle nobili Arciconfraternite locali
[67], godette dello juspatronato del beneficio dello Spirito Santo nella Chiesa di S. Giorgio (1683)[68]; una Vittoria, fu Badessa del Monastero di S. Pantaleone dell’Ordine Basiliano in Gerace, dal 4 giugno 1602; ed altra Elisabetta, Vicaria (1762); Carlo Domenico M., patrizio di Gerace, ricevette assegnazione del beneficio di S. Maria Maddalena nel 1735[69], ubicato nelle catacombe della Chiesa Cattedrale Geracese, e juspatronato con bolla del Vescovo di Gerace Cesare Rossi il 20 giugno 1749 nell’ambito dei membri della stessa famiglia tra i baroni del Sacco, Pignatelli, Vento e Migliaccio; il Can. Domenico U.J.D., fu Vicario della Certosa di S. Bruno e poi del Vescovado di Bova, nonché con bolla del Vescovo di Gerace Ildefonso del Tufo viene nominato il 13 dicembre 1732 pro vicario generale della Curia di Gerace[70]; il Can. Carlo U.J.D., fu Vicario Episcopale di Gerace dal 1689 al 1690, insigne teologo e professore di canto gregoriano fu Arcade con il nome di Focisco Dideate[71]; Giovanni, sindaco eletto dei nobili di Gerace nel 1799; Domenico, tenente dei Reali Calabresi, si distinse nella campagna 1798/99 per la riconquista del regno di Napoli[72]; Ettore, medico (1749); Carlo (1761), Carmine (1786) dottori in legge[73]; altro Carlo nobile sacerdote, nominato canonico e protonotario apostolico il 12 settembre 1791. ……………………………………………………………..
Si cita, a conferma della nobiltà di questa linea, un estratto di una dispensa matrimoniale papale del ‘700 a favore di Carmela Migliaccio: “…dè nobili genere procreati set in civitatae Hieracen. Commorantibus ubi familiare nobiles non excedunt…”. La linea Migliaccio-Pignatelli si generò dalla successioni maritali nomine del nome ed arme della famiglia Pignatelli dall’ultima Francesca Pignatelli, che sposò Giovanni M.
[74]; linea dei Pignatelli oriunda patrizia napoletana del seggio di Nido trasferitasi con GiovanFrancesco Pignatelli nel 1530 in Gerace con certificato di nobiltà dato in Napoli 6 maggio 1590[74 bis] .

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© Canonico Mons. Carlo Migliaccio

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© Domenico Migliaccio, tenente dei Reali Calabresi


Dalla linea primigenia geracese si distacca a fine ‘800, trasferendosi in Locri, la linea baronale Migliaccio-Spina-Vento-Sirleto. Carmine Migliaccio (1814
1882), figlio dell’avvocato in Utroque Iure Giovanni[75], patrizio di Gerace e della baronessa Mattea Spina-Vento[76], venne chiamato alla successione dei titoli, nome ed arme da parte dello zio materno barone don Diego Spina-Vento-Sirleto (1791†1842), con anche la successione suffeudataria di Madama Zidola in Siderno (Vento sec. CVI e Spina Vento sec. XVIII). Si distinse Don Ettore Migliaccio nel 1847 (Sindaco di Gerace, Presidente del Decurionato), per la repressione dei moti anti borbonici del 1847 ricevendo nello stesso anno per volontà di Re Ferdinando II, il cavalierato di Gran Croce del Real Ordine di Francesco I.
                                                                             Placca del Real Ordine di Re Francesco I
                                                                      
Placca del Real Ordine di Re Francesco I

Un altro Giovanni ed Ettore Migliaccio petirono e confermarono la nobiltà della loro famiglia al Capo del Governo Benito Mussolini
(atti in Consulta Araldica del Regno d’Italia del 1929[77]). Con privilegio Pontificio elargito dal S. P. Leone XIII (Gioacchino Pecci) nel 1892, fu concesso l’uso dell’oratorio privato a tutti i componenti della famiglia Migliaccio e con ulteriore rescritto l’ampliamento con bolla del Vescovo di Gerace Francesco Mangeruva del 1° agosto 1892. Attualmente questa famiglia è rappresentata in Gerace e a Roma, dal barone dott. D. Giovanni Migliaccio Spina e dott. D. Diego[78] del fu Avv. D. Domenico (19011992); dott. D. Pasquale e D. Bernardo del fu D. Pasquale[79]. ……………………………………..
Fanno bella mostra le armi scolpite in pietra sotto gli aviti palazzi in Gerace e Locri: d’azzurro ad una pianta di miglio d’oro; linea Migliaccio-Pignatelli, partito nel 1° Migliaccio nel 2° Pignatelli, d’oro a tre pignatte di nero ordinate due ed una. Linea dei Migliaccio-Spina, troncato nel 1° tripartito delle armi Pignatelli, Migliaccio, Spina, nel 2° partito nel 1° l’arma dei Vento nel 2° l’arma dei Sirleto.

© Immagine proprietà Casa Migliaccio
© Avv. U. J. D. Giovanni Migliaccio
 

© Immagine proprietà Casa Migliaccio
© Barone Carmine Migliaccio Spina
 

© Immagine proprietà Casa Migliaccio
© Barone Don Diego Spina Vento Sirleto, patrizio di Gerace.


© Pennone genealogico dei quattro quarti nobili, Candida, Migliaccio, Scaglione, Albani, della famiglia Candida di Gerace,
ammessa di onore e devozione nel S.M.O.M.

Per la genealogia si consiglia di consultare le tavole genealogiche redatte da Serra di Gerace.


NOTE:

[1]
Il documento, con la descrizione delle esenzioni, è edito in Winkelmann E., Acta Imperii Inedita, vol. I, Innsbruck, 1880, pagg. 623-624.

[2] Vigo L., “Monografia critica delle colonie lombardo sicule”, in Opere, vol. III, Opuscoli inediti e rari, Catania 1878, pagg.166 a 295. Il Vigo considerò quattro momenti di immigrazione: il primo, intorno al 1040 al seguito di Maniace e di Arduino; il secondo, durante la guerra tra normanni e musulmani; il terzo, in conseguenza dei triplici sponsali fra Altavilla e Aleramici; il quarto, nel 1237 per autorizzazione di Federico II e sotto la guida di Oddone di Camerana (v. pagg. 175 a 179). Cfr. Peri I., “La questione delle “Colonie” lombarde in Sicilia”, in Bollettino Storico Bibliografico Subalpino (anno LVII) 1959, 3° e 4° trimestre, Torino, pagg. 253 a 280; Villari L., Storia Ecclesiastica della Città di Piazza Armerina, Messina, 1988. Il testo offre un’ampia panoramica sui flussi migratori settentrionali nel Regno di Sicilia.

[3] Trasselli C., La vita a Reggio Calabria ai tempi di Carlo V, Reggio Calabria, 1975, pag. 11 – cfr. anche Trasselli C., Lo Stato di Gerace e Terranova nel ‘500, Vibo Valenzia, 1978.

[4] La forma originaria tra quattro e cinquecento del cognome è MigliaÇzo, trovandolo presente in questa forma, sia (si fa riferimento a fonti bibliografiche di maggiore reperibilità e consultabilità a differenza di fonti archivistiche generali) in Sicilia cfr. Bologna B., Descrittione della casa e famiglia de Bologni, Messina, 1605, D. Mariano Migliazo (poi barone di Montemaggiore) e Mugnos F., Teatro genealogico delle famiglie nobili, titolate, feudatarie ed antiche del fedelissimo Regno di Sicilia viventi ed estinte, P. Coppola, Palermo, 1647, pagg. 145 – 146, proprio come intera famiglia Migliazzo, trovandovi ancora oggi delle famiglie Migliazzo; sia in Calabria in tutte le sue linee, cfr. Russo F., Regesto Vaticano per la Calabria, Gesualdi Editore, Roma, 1980, (voll.17), vol. I Francesco Migliazzo reg. n° 24465 del 1592; sia nel napoletano cfr. Trinchera F., Codice Aragonese, Napoli, 1874, (voll.3), vol. III, pag. 350 Jacobo Migliazio di Ischia, atto 10 Dicembre 1492 e Illibato A., Il Liber Visitationis di Francesco Carafa nella Diocesi di Napoli (1542-1543), Roma, 1983, pag. 76 Antonium Migliazo e pag. 230 Marcus Antonius Migliazo di Napoli. Il Liber Visitationis fu una fonte particolare per B. Capasso e Benedetto Croce.

[5] Inveges A., Nobiliario Regio, Viceregio, Capitaniale e Pretoriano, p. III degli annali della felice città di Palermo, Palermo, 1651, pag. 93.

[6] Mmss presso la Biblioteca Comunale di Palermo: QQ E 58 – 59/ H 47-48 / Vincenzo Di Giovanni, Del Palermo restaurato, quattro libri del 1615 circa,  famiglia Migliaccio, pag. 335. Cfr. Ansalone P., De sua de familia opportuna relatio, Venezia, 1662, pag. 319.

[7] Si confronti anche una recente individuazione di un manoscritto quasi del tutto sconosciuto: mmss di Mario Pluchinotta, Lessico delle famiglie nobili siciliane, vol. IV, p. III, famiglie di nobiltà civica, 1950, pag. 457; nonché il vol. II, Lessico delle famiglie nobili siciliane, p. II, famiglie di nobiltà titolata e feudale, 1990, pagg. 641 a 645, in  sez. mmss Biblioteca Comunale di Palermo segn.2Qq-E-182 n.2.

[8] Fazio degli Uberti, cap. XXVI “ Il Barbarossa, è questi ch’io ti dico, che fece arar la piazza di Cremona, e seminar di miglio e di panìco”, da Monti V., Il Dittamondo, Milano 1826, lib. III pag. 176.

[9] Paolo Diacono o Paulus Diaconus, pseudonimo di Paolo di Varnefrido (Cividale del Friuli, 720 + Montecassino, 799) è stato un monaco, storico e poeta longobardo di espressione latina. La Historia Longobardorum è l'opera più importante scritta da Paolo Diacono, suddivisa in sei libri tratta della storia del popolo Longobardo dalle origini al suo apice: la morte del re Liutprando nel 747. L’Accademia della Crusca inoltre, svolgendo un’analisi onomasiologica, individua meglio i suffissi italianizzatisi tra fine ‘500 ed inizio ‘600 di Migliaccio, Mìliaceus, di miglio (mìlìàcus/a/um, “nutrito” con miglio) con il suffisso –aceus tipico della formazione degli aggettivi da sostantivi che ha esito -accio in Toscana, -azzo in Italia meridionale e –azz(o) / -ass(o) in quella settentrionale; rif. Paoli M., Redazione Consulenza Linguistica, Accademia della Crusca.

[10] Mei, Mil, Mel = miglio.

[11] Vittani G. e Maranesi C. (a cura di), Gli Atti Privati Milanesi e Comaschi del sec. XI, Milano, 1933, vol. I, pag. 173-176, ind. 464.

[12] Baroni M. F., Gli atti del Comune di Milano nel sec. XIII, Milano, 1976, vol. I  (1217-1250): pagg. 126-127; 1238 v.r.; v. ind. dei luoghi pag. 910 (Mediolanum); Baroni M. F., Gli atti del Comune di Milano nel sec. XIII, vol. III (1277-1300), Alessandria, 1992, pagg. 160-161; 200 a 203; 218; 416 a 419.

[13] Avonto L., I Templari a Vercelli, ed. S.E.T.E, Vercelli, 1982, pag. 151; cfr. anche Bramato F., Storia dei Templari in Italia, , Atanor, 1991,Vol. I.

[14] Libro Registro delle provvisioni dell’anno 1385 al 1388, fol. 107, Archivio Civico sez. Storica.

[15] Rossi F., Teatro della Nobiltà d’Italia, Napoli, 1607, pag. 70; Flaminio Rossi (1559+1607) fu giureconsulto napoletano di nobile famiglia, noto anche con lo pseudonimo di Rubeis. Accanto ad altre opere è ricordato per “ Il Teatro della Nobiltà d’Italia ove compariscono le nobili e illustri famiglie di 110 e più famose città, cominciando da Napoli e suo Regno”, edito dalla libreria di Enrico Baccoall’insegna dell’Alico”, pubblicando una prima edizione nel 1605 in 8° ed una seconda nel 1607.

[16] Archivio Comunale Laudense, ms Alessandro Degrà, Araldica della Nobiltà Lodigiana, vol. M-Z, colloc. 24B20 pag. 23; cfr. presso lo stesso Archivio Comunale Laudense, ms Genealogie di famiglie Lodigiane del Timolati, riportante la data 1888, coll. Armario XXI, f. A, n. 3 pag. 195 r.v.

[17] Come si riscontra dalle armi Migliaccio lodigiana e messinese, nella prima è presente un sinistrocherio che regge, per  esclusivo errore del disegnatore del tempo, una penna d’oca in sostituzione della pianta di miglio, nel secondo il sinistrocherio regge una pianta di miglio. Alcuni eruditi messinesi, non riscontrando nelle armi Migliaccio siciliane un sinistrocherio, volevano attribuire tale arma ad altra famiglia, però è e fu inconfutabile che il blocco di pietra, su cui fu scolpita l’arma, venne innalzato quando fu edificato il Palazzo Migliaccio in Via Pompeo Picherali in Messina nel ‘400, notevole indizio del comune ceppo lombardo; cfr. Romano M., L’araldica secolare di Siracusa, Siracusa, 1992, pag. 84. Si osservi che la stilizzazione della pianta di miglio segue le caratteristiche personali dello scalpellino del tempo in cui fu scolpita, notandosi diverse stilizzazioni tra l’arma Migliaccio sul Palazzo e chiesa in Malvagna e il palazzo Migliaccio in Palermo.

[18] La raccolta dei sei volumi è formalmente denominata Volpicella in quanto Scipione Volpicella fu il primo studioso ad interessarsene e a darne pubblica notizia attraverso un articolo pubblicato su un periodico: almanacco nobiliare napoletano, L’Araldo nel 1879 alle pagg. 95 a 115 dal titolo “ Armi gentilizie riportate nei manoscritti della Biblioteca Nazionale di Napoli “, S. Volpicella (Napoli,1810+1833), oltre che 1° bibliotecario della Biblioteca Naz.le di Napoli, fu tra i fondatori della Società Napoletana di Storia Patria e membro corrispondente della Regia Consulta Araldica del Regno d’Italia con nomina dal 1873. Facilmente lo studioso si può confondere con l’altro illustre omonimo, il giurista Luigi Volpicella (Napoli, 1816+1883), scrittore e magistrato con gli onori di I° Presidente della Corte di Appello di Napoli, noto per l’inventario: Gli Stemmi nelle scritture dell’Archivio di Stato di Napoli, Trani, 1905.

[19] dè Crescenzi Romani G. P., Corona della Nobiltà d’Italia, ovvero compendio delle famiglie illustri, Bologna, 1639, pag. 223-224; 256.

[20] Archivio di Stato di Bologna, Ufficio dei Memoriali, vol.11,c.32 v.; v. anche Edizione: “Chartularium Studii Bononiensis”, vol. XIV, Bologna, Istituto per la Storia dell’Università (1981) pagg. 25-26.

[21] Archivio di Stato di Bologna, atto di vendita del 5 giugno 1270, c. 260; v. anche Edizione: “Chartularium Studii Bononiensis”, vol. XIV, Bologna, Istituto per la Storia dell’Università (1981) pag. 69.

[22] Archivio di Stato di Bologna, Ufficio dei Memoriali, Vol. 12, c. 198 r.; v. anche Edizione: “Chartularium Studii Bononiensis”, vol. XV, Bologna, Istituto per la Storia dell’Università (1988) pagg. 120-121.
 

[23] Mmss custoditi presso la Biblioteca Feliciana in Naro (Ag), oggetto di studio per numerose tesi di laurea e almeno da trecento anni fonte e punto di riferimento documentale per numerosi testi biografici e storici.  Ms: frà Salvatore da Naro, L’Aurea Fenice che fu l’antichissima fulgentissima città di Naro, olim Agraganta Ionica chiamata, 1731, segnato SB-13; Ms: frà Saverio Cappuccino, Annali di Naro e Naro Antica segnati, SB-11.

[24] Riolo Cutaja M., Frammenti scritti di autori Naritani dal VI al XIX secolo, Palermo, 1989.

[25] Successore nella continuazione della Ricostruita Cancelleria Angioina di R. Filangieri e J.  Mazzoleni (lettera del 21 Ottobre 1996 in archivio dell’autore).

[26] Durrieu P., Archives Angevines de Naples, Paris, 1887, Voll. 2.

[27] La forma latina Milliaco (Milly), induce in errore. Il D’Hozieres specifica nel suo Armorial Gènèrala au Registres de la Noblesse de France, Noblesse de France, Paris, 1752, Vol. 13°, I p. pag. 39 che dai cartolari antichi la identifica in dè Milliaco, incorrendo in errore successivamente in tempi più recenti, oltre il C. dè Lellis, Bresc H., “ Un Monde Mediterraneen “ economia e società in Sicilia 1300-1450, Paris, 1986, Voll. 2, al vol. I pag. 223 e vol. II pag 910, citando la stessa famiglia come Milia, rievocando la figura di un Orlando de Milia in Palermo nel 1283 (ripreso dal De Rebus, pag. 631) dando indicazione anche di un sepolcro nella Chiesa di S. Domenico in Palermo; evidenziando inoltre che lo stesso Durrieu nei suoi due volumi, la trascrive in Milly, Milia e Milliaco, sembrando non essere la stessa famiglia come: Johannetus de Mili, valet de l’Hotel, 1275 (R. A. 21 f. 2256), Johannes de Milliaco, Homme d’armes, 1280 (R.A. 38 f. 63), Gieffroy de Milly, chevalier terrier de l’Hotel, 1272 (R. A. 9 f 187b). Svolgendo un ulteriore approfondimento sull’etimologia di questo cognome in Francia, emerge un’unica notizia da Morlet M. T., Dictionnaire ètimologiquè des noms de famille, Perrin, 1991, alla voce Milly: prende il nome dal luogo d’origine, dal gallo-romanico miliacum, milliacum; quindi pànicum Italicum, or Millet (Miglio), gallico pànicum miliacum, migliaccio.

[28] Vedasi le fondamentali opere araldiche genealogiche del d’Hozieres, Armorial Gènèrala au Registres de la Noblesse de France, Paris, 1752; d’Hozieres, Armorial Gènèral de France e de  Jougla Morenas H.,  Catalogue général des armoiries des familles nobles de France, comprenant les blasons des familles ayant possédé des charges dans le royaume et de celles ayant fait enregistrer leurs armoiries en 1696, de la noblesse de l'empire des anoblissements de la Restauration, donnant les tableaux généalogiques de familles confirmées dans leur noblesse entre 1660 et 1830, Paris, 1934-1952, voll. 7; Rolland V. H., Supplèment à l’Armorial Gènèral de J. B. Rietstap, La Haye, 1926, Tome II, pag. 223; La Chenaye-Desbois et Badier, Dictionnaire de la Noblesse, Paris, 1863-1876, 19 Voll.

[29] Atti della Ricostruita Cancelleria Angioina a cura di Riccardo Filangieri, editi dall’Accademia Pontaniana di Napoli. L’opera di ricostruzione voluta da Riccardo Filangieri, servì a cancellare i danni del 30 settembre 1943 a villa Montesano nella campagna di S. Paolo Belsito nei presso di Nola, dove la ferocia nazista lasciò un segno indelebile nella storia napoletana, appiccando il fuoco ad un vasto ed inestimabile patrimonio storico documentale non solo del Napoletano, ma del Regno delle Due Sicilie. Dal 1950 al 1959 furono dati alle stampe tredici volumi dei registri che coprivano gli anni 1265- 1277 di regno di Carlo I d’Angiò; il XIII volume della serie fu l’ultimo curato dal Filangieri, scomparso il 21 luglio 1959. Successe al promotore dell’opera l’insigne paleografa Jole Mazzoleni, che riprese nel 1961 la continuazione dei registri, con l’uscita dei volumi XIV e XV, ed altri sette fino al 1969, coprendo l’anno di regno 1278-1279 di re Carlo I d’Angiò. Nel 1969 seguirono i primi due volumi, XXVIII e XXIX della serie, inerenti il regno di re Carlo II, relativi agli anni 1285-1288. Nel 1971 si ebbe il volume XXIII per gli anni 1278-1279 del regno di Carlo I e volume XXX, contenente gli atti di re Carlo II degli anni 1289-1290. Le pubblicazioni ripresero nel 1976  e fino al 1981 furono editi gli ultimi  quattro volumi (XXIV-XXVII) inerenti il regno di Carlo I, per gli anni 1280-1285, mentre nel 1980 era stato dato alle stampe il volume XXXI, contenente il Formularium Curie Caroli Secondi, che risaliva agli anni 1306-1307, conservato in un manoscritto dell’Archivio Vaticano. Dal 1982 riprese le pubblicazioni dei volumi inerenti il regno di Carlo II, con il volume XXXII della serie per gli anni 1289-1290. Con il volume XXIV (1982) fu invece pubblicato il Registrum Ludovici Tercii, che contiene atti per gli anni 1421-1424 conservati in un manoscritto della Biblioteca Mejanes di Aix-en-Provence, mentre con il volume XXXVII (1987) fu data alle stampe la Storia della ricostruzione della Cancelleria angioina (1265-1434), di Jole Mazzoleni, che può essere visto come una sorta di opera conclusiva dell’anziana ed infaticabile studiosa, la quale scomparve nel 1992. Fino a quest’ultimo anno, sempre sotto la direzione della Mazzoleni, sarebbero stati dati alle stampe il volume XXXVIII, contenente atti per gli anni 1291-1292, edito nel 1991 e curato da Stefano Palmieri, ed il volume XXXIX edito nel 1992, curato dalla stessa Mazzoleni, contenente atti ancora degli anni 1291-1292. Oggi con i moderni mezzi della digitalizzazione, gli archivisti napoletani memori di un illustre passato, aprono una nuova sfida per una ricostruzione web dei già ricostruiti registri angioini, integrando tutto il materiale inedito raccolto da passati studiosi e quello giacente in altri archivi esteri.

[30] Atti della Ricostruita Cancelleria Angioina, Vol. I pag. 236; Vol. II pagg. 186, 188, 197, 202; Cfr. Durrieu P., Archives Angevines de Naples, Paris, 1887, Voll. 2, pagg. 222-223.

[31] Atti Cancelleria, Op. Cit., Vol. X, pagg. 49, 244-245 (Napoli XII giugno ind.).

[32] Atti Cancelleria, Op. Cit., Vol. XXVI, pagg. 5, 96-97; Vol. XXVII, p. I e II, pag. 22, 229, 236, 287, 303, 346, 408, 417 è indicato come figlio di Guglielmo; Vol. XXXIII, pag. 148; Vol. XXXVI, pagg. 9, 11, 32, 97.

[33] Atti Cancelleria, Op. Cit., Vol. XXVII, pag. 27.

[34] Atti Cancelleria, Op. Cit., Vol. VI, pag. 150; Vol. VIII, pag. 62.

[35] Durrieu P., Op. Cit., pag. 241, indica addirittura la provenienza, provenzali e angioini, stabilitisi in Nocera il 9 Gennaio 1275.

[36] “Altri” che possono essere il seme di nuovi nuclei familiari, tenendo conto della maggiore mobilità dei secoli scorsi e delle translitterazioni fonetiche accorse al cognome nel corso del tempo. Di fatto come sarà per i Guidalotti, anche per i Milly, accanto all’illustre nome primigenio, si affiancano altri personaggi di umile condizione, lasciando alla memoria del tempo gli avvenimenti dell’assunzione cognominale. Come ci testimoniano il P. Durrieu, H. Bresc, e gli Atti della ricostruita Cancelleria Angioina, altre figure presero dimora in Italia; non poche volte, la frammentarietà dei documenti non permette una sicura ricostruzione genealogica oltre l’indicazione di origine o di provenienza delle figure che stabiliscono con certezza essere delle cognonimie. E’ solo per coscienziosità nei confronti dei posteri che si trascrivono i nomi di quanti emergono per i Milly seu Milliaco o MilliaÇo: Aimero, valletto, Atti Canc. Op. cit., Vol. I pag. 38; Atti Canc. Op. cit., Umberto, familiare regio, Vol. IV, pag. 208; Atti Canc. Op. cit., Arnolfo, milite, Vol. VI, pag. 260; Atti Canc. Op. cit., Enrico, castellano regio, Vol. VI pag. 150, Vol. VIII, pag. 62; Atti Canc. Op. cit., Francesco, sottufficiale presso il maestro massaro in terra d’Otranto, Vol. VII, pag. 154; Atti Canc. Op. cit., Uberto, Vol. IX, pag. 141; Atti Canc. Op. cit.,  Giacomo, credenziere del porto di Otranto, Vol. XXIV, pag. 156; Atti Canc. Op. cit., Pietro, familiare, Vol. XXVI, pag. 204, Vol. XXVII, p. I e II, pagg. 22, 30, 92, 111, 196, 283, 284, 387, 399, 444; Atti Canc. Op. cit., Isabella, Vol. XXVII, p. I e II, pag. 399,4040; Atti Canc. Op. cit., Riccardo, Vol. XXVII, p. I e II, pag. 27; Atti Canc. Op. cit., Simone, milite e familiare, Vol. XXVII, p. I e II, pag. 391; Atti Canc. Op. cit., Goffredo, Vol. XXXIII, pag. 148; Atti Canc. Op. cit., Giovanni, stipendiario, Vol. XXXV, pag. 225; Atti Canc. Op. cit., Agnese, nobile, Vol. XXXVI, pag. 32.

[37] Per approfondire altre armi dei Milly anche angioina, borgognona e piccarda, v. Rietstap J.B., Armorìal Gènèral, Gouda, 1884, vol. 2°, pag. 227; Supplèment à l’Armorìal Gènèral de Rìetstap, Rolland, La Haye, 1926, pag. 223.

[38] V. Libro d’Oro della Nobiltà Italiana, edito dal Collegio Araldico Romano, Vol. XIX, famiglia Albergotti; Cfr. Archivio della Badia di Arezzo, cassette L n° 48 e B n°52.                                                                                      

[39] Gamurrini E., Storia generale delle famiglie Toscane ed Umbre, Firenze, 1668, Vol. I, pag. 282-299-303-324.

[40] Delizie degli Eruditi Toscani, a cura di Fr. Ildefonso di San Luigi, Carmelitano, Istoria Fiorentina, Firenze, 1783, Vol. XVI pag. 330 e segg. Per l’ulteriore documentazione archivistica, è da ritenersi fondata l’ascendenza dagli Albergotti.

[41] Malespini R., Cronache, Cap. CV e LXXXI; Cfr. Malespini R., Historia antica di Firenze, dall’edificazione all’anno 1231 con l’aggiunta di Giacchetto suo nipote, sino al 1286, Firenze, f.lli Giunti, 1568 in 4° e 2° ed. nel 1598, pagg. 1-56-97-129. Il Malespini annoverato quale cronista italiano, fu testimone oculare perché contemporaneo alla famiglia Guidalotti; esule perché guelfo dal 1260 dopo la battaglia di Montaperti, vi ritornò solo dopo sei anni, nel 1266, mentre a Benevento i Guelfi combattevano contro Manfredi.

[42] G. Villani, Cronache, Lib. IV, Cap. XII; lib. V, Cap. XXXVIII; Lib. VI, Cap. LXXXI; Cfr. Villani G., Croniche di Messer Giovanni Villani cittadino Fiorentino, Venezia, Zanetti, 1537. Alla prima edizione seguì la seconda, Historia, per i f.lli Giunti nel 1559, citata quest’ultima dall’Accademia della Crusca. Il Villani con non pochi successi si dedicò alla vita politica del suo tempo, testimone contemporaneo della famiglia Guidalotti, tracciò nei primi sei libri della sua cronaca un quadro ed un’analisi attenta del momento socio-politico a cavallo tra il ‘200 e ‘300 della sua Firenze.

[43] P. Monaldi, Storia delle Famiglie Fiorentine, 1607, ms 425, pag.316; Pietro Monaldi, fu un accreditato storico ed antiquario fiorentino, che operò nel XVI sec.

[44] Ammirato S., Delle Famiglie Nobili Fiorentine, ed. Donato e Giunti, Firenze, 1615, pag. 151. L’Ammirato, avviato agli studi giuridici, si dedicò esclusivamente a quelli letterari. Apprezzato genealogista, ebbe il merito di aver introdotto le genealogie a stampa.

[45] Davidsohn R., Storia di Firenze: le origini, 1972, Vol. I, pag. 55; Cfr. originale Arch. di Stato di Firenze, Badia, 13 Marzo 1212.

[46] Davidsohn R., Storia di Firenze, Op. Cit., Vol. I, pagg. 79 – 168-169 - 173 – 195 – 367; Cfr. Santini P., Documenti dell’antica costituzione del Comune di Firenze, Vieusseux, 1895.

[47] Cfr. Gregorio R., Bibliotheca scriptorum qui res in Sicilia gestas sub Aragonium imperio retulere, Vol. II, Palermo, 1792, pag. 467.

[48] Cfr. P. Monaldi, Storia delle Fam., Op. Cit., ms 425, pag.316, e G. B. Dei, mmss 393 n. 19; G. B Dei (1702c.a + 1789), fu molto erudito nelle discipline diplomatico-archivistiche ed apprezzatissimo a Vienna. Ricoprì l’incarico di Direttore dell’Archivio Segreto del Principe Ferdinando.

[49] Borghini V., Delle Famiglie Nobili Fiorentine, 2°ediz.,Firenze, 1821, pag. 12; Borghini V., Discorsi, dell’arme delle famiglie fiorentine, p.II, Firenze, 1755, pag. 612; Cfr. Borghini V., Storia della Nobiltà Fiorentina, a cura di J. R. Woodhouse, Marlin, 1974, pagg. 156 – 161 – 218. Le armi dei Guidalotti del Migliaccio riportate nel testo, autografe di V. Borghini, sono dipinte nello stemmario: ms K 783 (13) pag. 30, conservato presso il Kunstistorisches Institute di Firenze.

[50] Mugnos F., Teatro genealogico delle famiglie nobili, titolate, feudatarie ed antiche del fedelissimo Regno di Sicilia viventi ed estinte, P. Coppola, Palermo, 1647, pagg. 145 – 146.

[51] Davidsohn R., Storia di Firenze: le origini, Sansoni, 1972, Voll. 2.

[52] Davidsohn R., Storia di Firenze, Op. Cit., Vol. II, pagg. 248 – 24 9- 561 - 562.

[53] Di fatto, posta interrogazione all’Archivio di Stato di Bologna, risultano dalla matricola di arti ed armi del 1274, due fratelli: Jacobo e Benvenuto Guidalotti (Matricola della Società d’Arti e d’Armi, b. I, fasc. I).

[54] Archivio di Stato di Firenze: Raccolta Sebregondi,  fasc. 2832 – 2833 – 2834; Ceramelli Papiani, fasc. 2575; Enrico Ceramelli Papiani (1896+1976), fu un profondo studioso dell’araldica e della genealogia toscana, donando all’Archivio di Stato di Firenze la sua raccolta cartacea dopo 40’anni di assidue ricerche, trascrivendo nei suoi appunti non solo lo studio, bensì l’analisi critica delle armi e delle genealogie contenute, “appunti” consistenti in 7906 fascicoli, attraverso escursioni personali nei luoghi e cose dove ogni traccia potesse dare certezza, ciò per amore della Toscana e dè futuri. Cfr. Priorista Mariani, II, c 279. Il Priorista Mariani, ms in 6 Voll. più uno di indice, è ritenuto il più completo ed importante. Fu fatto redigere per volontà di Ferdinando dè Medici, affidando l’incarico a Bernardo Benvenuti, Priore della Chiesa di S. Felicita ed educatore dei figli di Cosimo III dè Medici. Alla morte del Benvenuti l’incarico passò a Lorenzo Maria Mariani, archivista segreto dei Granduchi di Toscana Cosimo III e Giangastone, terminando l’opera nel 1772, affidando poi la prosecuzione a Giovan Battista Dei, direttore dell’Archivio Segreto del Principe Ferdinando.
[55] Come ricorda anche Dè Pietri F., Dell’Historia Napoletana, Napoli, 1634, voll. 2, pag. 153.
[56] Oltre i testi e manoscritti di storia siciliana e di opere già citate nella parte dedicata all’origine, ne danno un generale profilo monografico i repertori ormai classici di accreditati nobiliari come: Di Crollalnza G.B., “Annuario della Nobiltà Italiana”, (1881); Di Crollalanza G.B., Dizionario storico-blasonico, voll. I-III, Pisa 1886-1890; Mango di Casalgerardo A., Nobiliario di Sicilia, Palermo, 1912, voll. 2; Palizzolo Gravina V., Dizionario storico-araldico della Sicilia, 1871-1875; San Martino de Spucches F., La Storia dei Feudi e dei titoli nobiliari in Sicilia dalla loro origine ai nostri giorni, Palermo, 1924-1941, Voll. 10; Spreti V., Enciclopedia storico-nobiliare Italiana, Milano, 1928-1936, voll. 9.
[57] Ms Mario Pluchinotta, Lessico delle famiglie nobili siciliane, p. III, famiglie di nobiltà civica, vol. IV, 1950, pag. 457, sez. mmss Biblioteca Comunale di Palermo segn.2Qq-E-182 n.2.
[58] Archivio di Stato di Palermo, atto in notaio Giacomo Comito n. 847 del 10 Settembre 1450; cfr. H. Bresc, Un mond mediterraneèn, Roma, 1986, pag. 249. Non solo, il Migliaccio aprì società sempre nel settore della canna da zucchero con i Pisani da Vivaia nel 1449, con un capitale iniziale di 1000 onze, leggasi Petralia G., Banchieri e famiglie mercantili nel Mediterraneo aragonese, L’emigrazione dei pisani in Sicilia nel quattrocento, Pisa, 1989, pagg. 272-273 e 330.
[59] La storia ricorda un Mariano, I° marchese di Montemaggiore che fu presente con propri uomini per difendere l’isola di Malta assaltata dai Turchi nel 1565 e 1571, tanto da nominarsi per altre benemerenze “Generale dell’Accademia d’Armi dei Nobili Palermitani “ come lascia scritto Emanuele F. M., marchese di Villabianca, Della sicilia nobile, Palermo, 1754, p.II l. III, pagg. 333 a 338.
[60] I titoli di principe di Baucina, marchesi di Montemaggiore, conte di Isnello, barone di Biscardo e d’Aspromonte, (Isnello e Aspromonte assorbiti per succ. jure maritali in casa Migliaccio), sono passati in casa Licata con riconoscimento Sabaudo del 1868 e 1891.
[61] La linea dei principi di Malvagna si estinse con il principe Alessandro (1780+1862) a fine ‘800, il cui figlio Ignazio morì 19’enne a seguito di una pugnalata per fatti “d’amore” e non ufficialmente come si vuole per un calcio di cavallo, rimase erede su tutti i fratelli e sorelle l’anziana sorella Lucia Migliaccio (1785+1868) Principessa di Galizia e Duchessa di Bologna, moglie di Francesco Paolo Speciale, duca di Valverde. Anziana ed erede di un vasto patrimonio nominò un amministratore: Achille Paternò, marchese di Spedalotto. Non sappiamo per quale motivo la famiglia Paternò subentrò universalmente non nei titoli ma nella metà del patrimonio dei Migliaccio in veste di Vincenzo Paternò di Spedalotto, di cui gli attuali discendenti vivono in palazzo Malvagna ed una è sposa di S. A. R. il Duca Amedeo di Savoia, duca d’Aosta. Fino a qui nulla da contestare, solo non si tollera il comportamento di un marito, triste figuro, che dileggia il nome dei Migliaccio sventrando l’intatto archivio cinquecentesco, ragguardevole per particolari documenti pergamenacei, trovandovi dei documenti in Roma presso una nobilissima famiglia romana dove un’altra Paternò andò in sposa.
[62] Cfr. Almanacchi Real Casa e Corte.
[63]
I titoli di duca di Castel Brolo pervengono per successione Lanza, l’assunzione fu contestata da Federico Lanza in Palermo nel 1860, ma la controversia fu risolta con sentenze  a favore del Principe Alessandro Migliaccio di Malvagna. Il ducato di Castel Brolo, con il feudo di Iannello, furono venduti a Ignazio Vincenzo Abate, dal primo erede, Principe Ignazio Migliaccio e Moncada. Il nipote Ignazio, rivendicò successivamente il ducato di Brolo, trovandolo di fatto registrato nel ruolo dei donativi (1806). [64] Giuseppe Caracciolo Rossi.
[65] Principi di Belvedere.
[66] Per un’ampia disamina dei Migliaccio, anch’essi all’origine Migliazzo, si consulti la pregevole opera di Russo F., Regesti Vaticani per la Calabria, per la Gesualdi Ed., 1980, voll.17. Dal ‘500 si riscontrano altri autorevoli personaggi di questa casa nell’ambito della Calabria.
[67] Il Seggio o Tocco, fu una presenza reale in Gerace a causa delle numerose famiglie feudatarie e suffeudatarie; ciò nonostante l’infeudazione alla famiglia Grimaldi (genovese), che tentò la tarda espansione del genovesato nel meridione. Non potendo le famiglie nobili esercitare i loro diritti a causa delle leggi feudali, pur svolgendo attività amministrativa civica con separazione di ceto, già tipico nella Calabria del ‘5/600, si riunirono all’ombra delle nobili Arciconfraternite, dando vita attraverso il clero ad una potente amministrazione locale.
[68] Cfr. Von Lobstein F., Settecento Calabrese ed atri scritti, Napoli 1973, pag. 193.
[69] Patronato eretto da D. Ettore Pignatelli nel 1590 e trasmesso a Carlo Domenico quale figlio ed erede di donna Francesca Pignatelli.
[70] Dotto matematico lasciò un manoscritto in questa materia, il suo elogio funebre fu composto in versi da Dionisio Di Grano.
[71] E’ noto per aver tradotto dal latino la “Bucolica” di Virgilio.
[72] Archivio di Stato di Napoli, sez. Militare, “Libretto di vita e costumi” Fanteria, Don Domenico Migliaccio, stato di servizio al 31 Dicembre 1804, nato a Gerace nel 1772, si arruolò volontario il 1° Ottobre 1792 nel Corpo della 10° Compagnia sciolta di Capua.
[73]
Archivio di Stato di Napoli, Collegio dei Dottori.
[74] Figlio di Carlo e Angela Maria dei marchesi Sergio.
[74 bis] Per motivi di carattere commerciale si trasferì da Napoli in Gerace GiovanFrancesco Pignatelli del seggio di Nido, così come ci è documentato dalla lastra tombale esistente nella pavimentazione della chiesa matrice di Bovalino dove, oltre lo stemma dei Pignatelli è scolpita la scritta: hoc opus fieri fecit magnificus Joannes Franciscus Pignatelli Neapoli de nobili familia sedilis Nidi in anno Domini 1525. Da questi si generò il figlio Ettore P. nominato in Napoli Cavallerizzo delle Regie Stalle, con patente del 12 maggio 1549 che sposò in Gerace Donna Girolama Malarbì; da questi Marcello P. che sposò in Gerace Donna Isabella Scaglione figlia del capitano Diego Scaglione; da questi Domenico P. che sposò sempre in Gerace Donna Angela Piconeri da cui Donna Francesca che sposò Don Giovanni Migliaccio.
[75] Figlio di Ettore e di Lavinia dei marchesi Avitabile.
[76] Figlia del barone Francesco e di Matilde dei marchesi Corso.
[77] Archivio Centrale dello Stato in Roma, sez. R. Consulta Araldica, fam. Migliaccio, fasc. n°9781.
[78] Dal dott. D. Diego coniugato con l’avv. donna Gabriella Agostini nascono Domenico, Silvia ed Oscar;  sorelle: Donna Elena, Donna Rosanna, Donna Gabriella, cugine di D. Carmine (1891+1980) coniugato a donna Teresa Lupis Crisafi, Donna Elena, Donna Giovanna, Donna Elvira.
[79] Patrizi di Gerace.
 

Famiglia Migliaccio - 2^ Parte


Casato inserito nel 1° Volume di "LA STORIA DIETRO GLI SCUDI"

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