Ovvero delle Famiglie Nobili e titolate del Napolitano, ascritte ai Sedili di Napoli, al Libro d'Oro Napolitano, appartenenti alle Piazze delle città del Napolitano dichiarate chiuse, all'Elenco Regionale Napolitano o che abbiano avuto un ruolo nelle vicende del Sud Italia.   


a cura dell'avv. e. Rosario Salvatore Migliaccio
- Parte Seconda -

 

LINEA dei MIGLIACCIO di GIRIFALCO

 

© Archivio Migliaccio di Girifalco

© Impronta di ceralacca da sigillo stemmato di forma ottagonale (fine '700 inizio '800),
in uso dai Migliaccio di Girifalco, è visibile la pianta di miglio e lo scudo timbrato da elmo.
 

Altra linea si evidenzia in Girifalco, poi diramatasi in Marcellinara, Cortale, Tropea, S.Vito, Catanzaro e Salerno. Una consolidata tradizione locale vuole che sia capostipite di questa linea un cavaliere templare, E(nrico) Migliaccius, arso vivo nel 1312 in Girifalco con i confrati Giovanni Paleologo e Gregorio Tolone facenti parte del presidio templare del Casale dei Pellegrini[80].
E’ curioso, come dalle cronache di storia locale, il ricordo del luogo del rogo si è perpetuato nel tempo piantandovi una pianta di acacia. Forse è antico il sentimento “liberale” tra gli abitanti di queste contrade, annoverando la loggia massonica più antica d’Italia, Fidelitas in Saeculis fondata nel 1723. Numerosi furono i Migliaccio ascritti per circa quattro generazioni, ricoprendo alte cariche e versando un contributo notevole di sangue onorato dalla toponomastica stradale per i fatti della Repubblica Napoletana del 1799 e moti del 1820. A seguito della riconquista dei Sanfedisti, forzatamente alcune famiglie dovettero trasferirsi in S. Vito e Catanzaro per sfuggire alle persecuzioni del Card. Ruffo. Sono da ricordare i massoni e poi carbonari seguaci del Settembrini, don Ferdinando Migliaccio, il dott. Chimico don Vincenzo Migliaccio impiccato in Napoli nel 1801 per i fatti del 1799. I farmacisti don Carlo M. ed il medico don Giuseppe M., giustiziati per aver partecipato ai moti del 1820 ed ultimo don Antonio M. (1830†1902), garibaldino, celebre pittore encomiato dal Castellani[81].

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© Autoritratto del garibaldino Antonio Migliaccio


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© Foglio di matricola del Cap. Antonio Migliaccio - dai Libretti di
"Vita e Costumi degli Ufficiali del Regno delle Due Sicilie"
[81bis]


Altre figure sono i medici chirurgo Bruno M. (1793) e medico speziale Bruno Maria M. (1770)
[82], i notai Pietro e Vincenzo M. (1753-1717) ed altro notaio di Marcellinara Giuseppe Antonio M. (1751). Ma non tutti massoni, come il capitano di fanteria don Antonio M.[83], arruolatosi nel 1788 nel Regg. Fant. Regina e per meriti militari promosso con dispaccio reale del 6 Agosto 1799 al Regg. Real Carolina 1° divisione con le funzioni di Alfiere. Non si vuole dimenticare per numerosi meriti il cav. Radiante M.[84], la cui famiglia da quattro generazioni vestì la mozzetta dei cavalieri di Malta ad Honorem iscritta alla nota Arciconfraternita dei SS. Giovanni Battista ed Evangelista di Catanzaro aggr. all’Arcibasilica Lateranense. Questa famiglia, nel tempo che spettava, fu di ragguardevole condizione e di alta considerazione, se, con lettera  del 6 marzo 1646 rivolta al Papa Innocenzo X, il sindaco e gli eletti di Catanzaro chiedevano come loro Vescovo Agazio Migliaccio[85]. Va ricordato, inoltre, che Catanzaro fu meta tra ‘800 ed inizio ‘900 di molti provenienti dal napoletano, radicandovi nuove famiglie per attività commerciali o militare. Nel nostro caso va ricordato Gaetano M.[86], fondatore a fine ‘700 della nota stamperia Migliaccio,  questi già da tre generazioni inserito nell’ambito della ricca editoria napoletana.
 

Rimanendo sempre nei limiti della Calabria, è curioso trovare un'altra linea dei Migliacci in Corigliano Calabro, Migliaccio come si rileva dai registri parrocchiali dal 1602, abolendo la o solo agli inizi dell'800. Di distinta condizione sociale, il de Luca[86bis]  tra le tante notizie su questa famiglia, traccia nota di un Giuseppe, mastrogiurato nel 1761-62, con altri personaggi ed evidenzia un Roberto (1893+1946), che già ufficiale del Regio Esercito, si congedò dalla carriera militare per consacrarsi al sacerdozio. Rettore del Santuario della Schiavona, fu fondatore dell'asilo infantile annesso al medesimo santuario.

 

PRESIDI di TOSCANA


Passati per esigenze belliche nei presidi già nel ‘500, si generarono delle linee che sopravvivono, oggi,  grazie al ricordo dei fogli matricolari custoditi nei libretti di vita e costumi degli ufficiali dell’Esercito Borbonico e che si vuole non dimenticare, come quella del maggiore di artiglieria Don Giovan Battista Migliaccio
[87], nato il 3 Luglio 1793 ad Elba che generò quattro figlioli[88]

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© Portolongone e l'Isola d'Elba, 1646 - aut. Beaulieu.

Don Giovan Battista si arruolò il 29 Maggio 1799 e partecipò alle campagne della Calabria (1806), di Mileto (1807), alla spedizione di Ischia e Procida (1809). Visto il valore e la dedizione alla Real Casa, Re Ferdinando II di Borbone gli conferì la croce di cavaliere di grazia dell’Ordine Militare di San Giorgio della Riunione[89]. Un altro Gennaro Migliaccio[90], nato nel 1799 a Longone (Portolongone), si arruolò il 4 Marzo 1822[91]; per meriti fu promosso 1° tenente il 28 Febbraio 1847 nel Reggimento Gendarmeria Reale[92].



 

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© Dai Libretti di Vita e Costumi degli Ufficiali del Regno delle Due Sicilie [92bis]

 

MIGLIACCIO NAPOLETANI

 

Con la Napoli aragonese prima e capitale borbonica dopo, si ebbe un continuo flusso di linee e rami dei diversi ceppi, non privi di unioni. Fiorirono in Napoli, Salerno, Castellammare, Caserta, Pietravairano, Ischia[93]; nei casali napoletani[94] di Mugnano, Casandrino, Giugliano, Orta di Atella, Villaricca olim Panicocoli, Marano, Sant’Antimo, Qualiano. Una miscela di individui di diverse provenienze che si confondono, mescolano in un crogiuolo di una Napoli aragonese prima e vicereale dopo, alimentando in non pochi casi dei vuoti di origine dovuti alla richiesta della cittadinanza napoletana[95]. Creduti da tutti comunque consanguinei tra loro, troviamo all’interno degli stessi nuclei familiari ricco borghesi, umili e semplici popolani; versati nell’imprenditoria emergeranno giureconsulti, speziali, medici e notari, messeri e magnifici[96], signorotti e cavalieri, militari, eletti, decurioni, sindaci e podestà.

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© Figura 1

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© Figura 2

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© Figura 3

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© Figura 4

Alcune varianti armi Migliacci/Migliaccio
Figura 1: vedi stemmario Volpicelli – ms. XVII-25 – 106 v  - Biblioteca Nazionale di Napoli
Figura 2: vedi stemmario Volpicelli – ms. XVII-25 – 295 r  - Biblioteca Nazionale di Napoli

Figura 3: vedi stemmario Volpicelli – ms. X.A.41 – 74  - Biblioteca Nazionale di Napoli


In un mistero mai compreso, nonostante una consanguinea ascendenza accanto ad agrari dominus, semplici famiglie rurali, rivestendo comunque un primato comune, inconfondibile di questa gente: l’ospitalità, l’ingegno, la prodigalità, l’onestà, la fede e l’amore per il bello e l’antico. Tra un’enorme mole di figure e personaggi, ci limiteremo ad elencarne o illustrarne solo alcuni. Tra i primi un Lorenzo e Franchino M., regi familiari di Alfonso d’Aragona[97]; dal ‘400 inseriti nell’ambito imprenditoriale tra affitti di uffici regi e mastrodattia[98], si ricorda il nobile Giovanni M., mastrodatti per privilegio dell’Imperatore Carlo V (1518)[99]; il magnif. D. Minico M., mastrodatti civile[100]; il magnif. D. Orazio M., appaltatore regio della gabella delle carte da gioco; il magnif. D. GiovanAlfonso M., erede e amministratore di beni allodiali della Chiesa di S. Maria di Costantinopoli in Napoli (1587).

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© Napoli - Chiesa di S. Maria di Costantinopoli


D. Giacomo M., capitano “et speciale homo” dell’Università di Ischia
(1492)[101]; questi è ritenuto il capostipite della linea ischitana nonostante sia documentato agli atti battesimali un Francesco M. vivente nel 1665, troviamo poi un Dott. Michele M., medico vivente nel 1772 e il Dott. Cristoforo M. medico chirurgo vivente nel 1791, a questi si aggiunge un D. Ferdinando M. deputato nel 1754[102]. A vanto dei Migliaccio d’Ischia facciamo menzione del Servo di Dio Can. Francesco Migliaccio (1663†1716)[103] morto 53’enne in concetto di santità manifestando segni preternaturali dopo la morte[104]. Dovettero essere molti i segni e i prodigi dato il concorso di popolo che voleva toccare l’abito del “Santo” prima e dopo la morte, visto anche il curioso epitaffio che si legge[105] sulla lastra tombale nella Chiesa Cattedrale di Ischia, dove, alla sintetica biografia e titoli, è scritto: “nutrì grande zelo per le anime e fu pieno di altre virtù, soprattutto del dono della profezia”. Alla sepoltura intervenne il Vescovo Mons. Luca Trapani, per verificare[106] l’ennesimo prodigio: il corpo esposto all’ultimo saluto del popolo era caldo e chiunque baciava la mano o toccava il corpo osservò il fatto insolito beneficiandone spiritualmente. Casualmente abbiamo iniziato con Ischia e ci trasferiamo a Castellammare di Stabia, dove emerge dal censimento delle famiglie nobili di Sorrento del 1754[107] un notaio, il nobile Vincenzo Andrea M.[108], vivente nel 1649 ed altro notaio il magnif. D. Donato Antonio M.[109] vivente nel 1693.
Nella parte degli ecclesiastici sono menzionati il Can. Bartolomeo M. ed il Sac. Pompeo M., non ci sono riferimenti utili per risalire a maggiori e più ampie notizie su questa linea. Arrivando finalmente in Napoli, nel 1644, c’è il magnif. Dott. Onofrio M., Governatore dei diritti in demanio dell’arredamento del R. Protomedicato di Napoli
[110], la carica era di altro prestigio ed interessava un’area particolare, il controllo sanitario e fiscale di cerusici e speziali. Nello stesso Collegio dei Dottori vi figurano i magnifici Dottori GiovanVincenzo M.[111], Giuseppe M.[112] e il medico speziale dott. Gennaro , un D. Giuseppe M. nel 1780, Uffitiale della ruota dè conti[114]. Tra i notai i magnifici Agostino M.[115], Bartolomeo M.[116], Giovan Domenico M.[117]. Tra donazioni ed erezioni di benefici va ricordato il magnif. D. Antonio M., fondatore del patronato di due cappelle nella chiesa di S. Maria dell’aiuto in Napoli nel 1692[118].

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© Napoli - Chiesa di S. Maria dell'Aiuto

 

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© Particolare della balaustra centrale, visibile nel
 1° l'arma Migliaccio. Una delle quattro presenti sulle balaustre ai lati dell'altare maggiore.


Celebre nella storia partenopea fu il magnif. D. Aniello M. pensionato regio[119] e non speziale come alcuni testi affermano, restando dubbia l’origine da Mugnano[120]. Amico dei Gambacorta e dei Carafa fu tra i fautori della congiura filo-austriaca del Principe di Macchia, capeggiata da Gaetano Gambacorta nel 1707. Ebbe il compito di riunire le genti tra Mugnano, Panicocoli e Giugliano, sfuggì alla cattura rifugiandosi in Chiesa ed ebbe salva la vita grazie all’intervento del Card. Giacomo Cantelmo[121]. Pensionato dello stato, tra gli uffici regi da questo posseduti vi fu quello di guardiano della Regia dogana di Salerno ed uno dei 24 uffici di misuratori di vettovaglie di Napoli.

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© Cav. Raffaello Migliaccio, Console On. del Portogallo in Salerno


Inseritosi nell’editoria napoletana del ‘700, aumentò di diversi proventi le sue rendite, circa 1000 ducati annui, pari alla rendita di un medio feudatario di provincia. Al fine di incrementare un’ulteriore attività per i suoi tre figli di cui uno Domenicano, strinse società editoriale con il magnif. D. Nicola M. ben inserito nell’editoria napoletana, ricevendo nel 1751 l’affitto della stampa di avvisi, relazioni ecc. del Regno[122]. Un investimento di 600 ducati che vedrà la sua ascesa fino all’inizio del ‘900, attraverso i discendenti[123] dove la semplice stamperia fu sostituita da stabilimenti tipografici come quelli del cav. Raffaello M. (1817†1889) in Salerno[124]. ……………………………….
Per meriti editoriali, con il governo Borbonico prima e Sabaudo dopo, il cav. Raffaello fu insignito nel 1884 dal Re Umberto I del cavalierato della Corona d’Italia e successivamente nel 1887 ricevette la nomina di console On. del Portogallo in Salerno; fa tuttora bella testimonianza in Salerno il palazzo Migliaccio, di architettura vanvitelliana, edificato nel 1870. Dal figlio D. Ernesto, il nipote Teodorico Migliaccio, Generale di Divisione pluridecorato al valor militare[125].

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© Gen. di Divisione Teodorico Migliaccio


Oggi un discendente, il cav. D. Alfredo M., cura in Arezzo le memorie storiche di quella linea. Facendo riferimento alle armi[126] va ricordato D. Biagio M., “guardiano” del corpo politico nel 1827[127] e tanti altri che servirono fedelmente il Regno delle Due Sicilie[128]. Da notizie sommarie emergono nella Guardia Nazionale[129] in Napoli il capitano della VI° Legione Luigi M., insignito del cav. della Corona d’Italia nel 1878, nonché il maggiore Alessandro M, anch’Egli insignito nel 1876 del cavalierato della Corona d’Italia
.


© Lettera del cap. Luigi della Guardia nazionale


Ma numerose sono le testimonianze, come si rileva dalle monografie storico locali dei casali napoletani, di alcuni personaggi onorati dalla toponomastica stradale, quali sindaci, decurioni, podestà, nonché una nutrita schiera di sacerdoti, tra questi non possiamo tacere di una insigne e fulgida figura quale quella, nel Clero Aversano, del Servo di Dio Can. Antonio Migliaccio[130] (1854†1945) fondatore della Congregazione delle Suore di S. Teresa del Bambino Gesù[131]; come, per l’attività sacerdotale prima e politica successivamente attraverso i padri della Costituente, tra Azione Cattolica e Democrazia Cristiana, il vivente ultra nonagenario Don Lucio Migliaccio, che ricoprì la carica di Rettore Generale dei Chierici Regolari della Madre di Dio in Roma, insigne per cultura ed opere, più volte decorato di alte onorificenze di Stato e Prelato nel Sovrano Militare Ordine di Malta. Va ancora menzionato, fermando la nostra panoramica agli inizi del secolo scorso, l’avv. cav. Francesco Migliaccio (1826†1896)[132], storico e paleografo, che ha lasciato un’enorme mole di trascrizioni angioine ed aragonesi e pubblicazioni, rientrando così nella schiera dei nomi illustri dell’archivistica napoletana. Ne fa testimonianza il fondo a lui dedicato presso la Società Napoletana di Storia Patria e la raccolta sempre a lui intestata presso la Biblioteca di Storia del Diritto Italiano, facoltà di Giurisprudenza, nell’Università di Bari.
Non vanno dimenticate le aziende agrarie in particolare per la canapa, gestite dai Migliaccio di Orta di Atella. Aziende che diedero da inizio ‘900 ed immediato dopo guerra un ampio sostegno all’economia non solo locale ma anche meridionale, facendo menzione degli avvocati cavalieri Ermenegildo M. e Pasquale M. che in più di una occasione furono all’amministrazione civica, come ancora oggi con l’Avv. Giovanni M.

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© Napoli - decorazione di una ultragenita linea napoletana dei Migliaccio
ottocentesca; si notino i sostegni  con il cappello a " bombetta "

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© Can. Antonio Migliaccio


Infine, per l’araldica del ceppo napoletano, più linee fanno uso di arma da fine ‘700, tra le volte dei propri palazzi, suppellettili, gioielli[133]. Nonostante l’indisturbato uso per diverse generazioni, rivestendo uno status more nobilium o di distintissima civiltà in alcune sue linee con ragguardevoli parentati[134], non sappiamo perché non vollero rivolgere una petizione di riconoscimento alla Consulta Araldica del Regno d’Italia, vantando alcuni la reale possibilità di un titolo baronale o di nobiltà civica.




 

 

Linea dei MIGLIACCI/O di FELITTO (Salerno)

 

E’ remota la tradizione popolare che vuole un Lorenzo Migliacci (zzi), pittore Lombardo, venuto a Salerno in antico tempo. Da questi un Matteo[135] che passò in Felitto sul Calore (Sa) per eseguire degli affreschi nell’abside della Chiesa del Rosario[136]. E’ sempre il Bertone a citare tre figli di Matteo che intrapresero la carriera artistica: Romualdo, Carlo e Domenico.

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© Veduta di Felitto, medievale rocca che si affaccia dal suo sperone di roccia sulla valle del cilento.
Per gentile concessione della Pro loco di Felitto

E’ certo che questa famiglia raggiunse una posizione così elevata da acquistare il castello (la Rocca) feudale dei Carafa, poi palazzo Migliacci, posizione che si conservò fino al ‘900 in persona di D. Cesare M., ultimo rappresentante in loco di questa linea.
Una suggestiva enorme costruzione sulla massima sommità di Felitto, dove il contorno della base è costituito esclusivamente da roccia a ridosso dell’intera costruzione. Autorevoli, spavaldi, dispotici
[137] e altezzosi sono così descritti da alcune cronache locali, alternando all’amministrazione dei beni agrari, le cariche civiche[138] ed ecclesiastiche (ebbero diversi Sacerdoti e godettero dello juspatronato della cappella di S. Nicola nella Chiesa parrocchiale di S. Maria Assunta)[139].
E’ nebuloso il passaggio di questa casa in Felitto e anche la sua origine. Alcuni storici locali come G. Bertone, R. Bamonte e E. Ianniello [139 bis], suppongono che sia venuta a Salerno al seguito dei principi Carafa d’Andria, stanziata nel ‘600 a Felitto con un famoso pittore Matteo Migliacci, eleggendo a sua dimora il piccolo borgo medievale. Fu lui ad eseguire gli affreschi che adornavano l’abside centrale della chiesa del S. Rosario. La sua bravura era tale che venne convocato anche dai paesi vicini per abbellirne le chiese. Il talento artistico non si esaurì con Matteo perché anche i suoi figli si affermarono in tale campo: Romoaldo fu alla scuola del celebre Solimene dei baroni di Altavilla mentre Carlo e Domenico furono discepoli di Paolo De Matteis di Piano, allievo, a sua volta, di Luca Giordano. Annoverano diversi ecclesiastici, nonché un medico, don Niccolò ed un magistrato, don Francesco Saverio.
Non abbiamo traccia, al momento, di un passaggio in Salerno al seguito dei Carafa, ma alla leggenda, come sempre, si aggiunge un pizzico di realtà, anche perché il pittore indicato al nome di Matteo, altri storici lo indicano di origine lombarda e riscontriamo dallo storico P. Niccolò da Spinazzola nel 1620 che: “..tra i più esperti ingegneri.. occupati nella progettazione del Convento di San Lorenzo di Salerno.. l’Ing. Gio:Leonardo Cafaro, l’Ing. Matteo Vitale entrambe di Cava e il lombardo, Ing. Camillo Migliaccio
[139 tris]”. La tradizione felittese, sempre nel ‘600, vuole un pittore, Matteo, altri in epoca anteriore scrivono in Salerno di un pittore Lorenzo Miglia(zzi) forse padre di Matteo. Ma chi è l’ingegnere Camillo Migliaccio, lombardo, probabile progenitore dei Migliacci di Felitto o di Salerno?
Le ricognizioni ci conducono ad un ingegnere regio di Milano e Lodi, il patrizio lodigiano Camillo Migliacci olim Migliazzi, cittadino romano, ricordato per un libro “operazioni di ingegneri, periti e agrimensori, edito nel 1723 dallo stampatore Paolo Bertotti.  Il Migliazzi apparteneva ad un’antica famiglia decurionale lodigiana estintasi sul finire del XVIII sec; giurisperiti e notai dal 1481, fanno memoria di un rettore di S. Giacomo in Lodi nel 1394 [139 quater]

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© Arma Migliaccio sul portale del Palazzo
Migliaccio in Felitto (Sa).

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© L'antico palazzo Migliaccio in Felitto (Sa).
 


E’ certo, comunque, come dagli atti ufficiali, che la linea di Felitto ebbe un alto stato, differenziati dal predicato di dominus e magnifico dominus e chiamati spesso all’amministrazione pubblica come eletti, decurioni e sindaci. Va ricordato il contributo dato alla Repubblica Napoletana del 1799, facendo presa anche in questa famiglia il seme liberale, nutrito il 14 aprile 1799 dal sangue del 45enne magnif. Don Francesco Saverio M., dottore in legge e di suo figlio, il 18enne Gabriele, barbaramente stroncati dai miliziani sanfedisti[140].
Tra le storie che si narrano sui Migliaccio, ce ne è una particolarmente inquietante, spesso rievocata dagli anziani del posto, che racconta di una dama di casa Migliaccio, di nome Bianca o Matilde, la quale si suicidò per un matrimonio sciolto prima di firmare il contratto notarile. Gli abitanti vicino palazzo Migliacci dicono di averla più volte vista in abito da sposa vagare per le stanze del palazzo medesimo[141]
.

 

Linea dei baroni di S. Felice (Pietravairano)


Il castello e feudo di San Felice fu una rocca strategico militare unica nella sua struttura architettonica a pianta ottagonale che ricorda il martire Felice da Nola. E’ legata alla storica e patrizia famiglia dei Sanfelice giunta in Italia al seguito di Roberto il Guiscardo, prendendo da questa rocca il nome, ricevendo il cav. Pietro (San Felice) la castellania nel 1018 dallo stesso Guiscardo.

© Immagine proprietà Casa Migliaccio

© Immagine proprietà Casa Migliaccio

© Ruderi del Castello di San Felice


I Sanfelice si affermarono nel corso del ‘200 con il possesso delle contee di Bagnoli e Corigliano[142]. Dopo brevi e vari passaggi ad altri personaggi per fatti politici, il feudo di San Felice ritornò sempre alla famiglia originaria. Ultimo investito ne fu Bernardo il 30 aprile 1500 da Re Federico II d’Aragona[143] che generò un Michele e GiovanBattista, ultimo barone e signore di San Felice (in terra di lavoro, attualmente identificato come San Felice Pietravairano). In quell’epoca il castello era già diroccato[144]. Adriana Sanfelice nata Caracciolo, figlia di GiovanFrancesco dei signori di Vico madre di Michele e GiovanBattista, per la prematura morte di Bernardo vendette il feudo[145] con castello, casa e palazzo baronale, vassalli, valvassori e uomini, con privilegio di alta e bassa giustizia nel 1584 al nobile Pietro Cola M.[146] Ne danno conferma dell’annesso titolo baronale i registri del Banco Ave Gratia Plena del 1° semestre 1588[147]. Nel 1540 subentrò nel feudo GiovanVincenzo M. sino alla sua morte nel 1618 a cui subentrerà il figlio Francesco M. che terrà il feudo sino al 1638, a questi subentrerà il fratello Antonio M. che ne vendette una parte all’U.J.D. Flaminio dè Dominicis  nel 1628. Saranno intestatari del feudo sino al 1644, quando il Regio Fisco, per liti dovute al non pagamento del relevio, ne confiscò il feudo, vendendolo al marchese di Pietravairano Francesco Grimaldi  [148].
Il titolo baronale del feudo passò alla famiglia Grimaldi che di per sè non usò mai tale predicato anzi, per passaggio attraverso varie donne forse era invalido. Il titolo, avendo un reddito di 1000 ducati l’anno nel 1600, veniva trasmesso come dote. Il solo predicato sino ad oggi, per assonanza di omofonia, è usato dalla famiglia Frezza, ma non è lo stesso di San Felice (di Pietravairano). Di fatto, la famiglia Frezza, sul merito di Andrea distintosi nella battaglia di Lepanto, ricevette da Filippo II di Spagna nel 1575 il titolo di duca sul cognome. Venne posteriormente poggiato su un feudo di San Felice con sovrano rescritto della R.C. di Borbone Due Sicilie del 9 Dicembre 1843 e 28 Marzo 1856 e poi riconfermato dalla R.C. di Savoia con D.M. del 22 giugno 1905[149]. Anche i dè Liguoro usavano tra i loro predicati il San Felice, ma a causa dell’estinzione della famiglia non sappiamo se era lo stesso. Nel tempo si avrà dalla famiglia Grimaldi un ulteriore passaggio per vendita e lottizzazioni alle famiglie: Fusano, Saluzzo, Bruno. Dopo l’eversione della feudalità nel
1806, il feudo in possesso di Francesco Grimaldi[150] fu venduto come bene e lottizzato. Pertanto non venne toccato il titolo onorifico baronale ad esso inerente di Barone che rimane nel patrimonio araldico nobiliare della famiglia Grimaldi e per estinzione agli agnati prossimiori, Spinola e Cattaneo, salvo diritti.

 

Linea dei Migliaccio detti di Jago in Casandrino

 


© Immagine proprietà Casa Migliaccio
© Arma Migliaccio


Arma: d’azzurro ad una pianta di miglio d’oro, ad un lambello di tre pendenti di rosso alla sinistra dello scudo. Olim, d’azzurro a cinque piante di miglio d‘oro, sostenute da due leoni controrampanti e lampassati di rosso, poggianti su tre monti all'italiana di verde.
Motto: Honestas et Labor Omnia Vincunt.

In Casandrino già presente a fine ‘400, si ramificò in più linee, una avente per capostipite il magnif. GiovanVincenzo
(viv.1579)
[151], amministratore di propri beni allodiali ed enfiteutici. Per antica usanza nel patronimico completo vengono ricordati come Migliaccio di San Felice, per la baronia acquistata nel ’500 da Pietro Cola Migliaccio; ma le due principali linee in Casandrino assunsero l’identificazione onomatopeica “di Jago” (S. Giacomo), reminiscenza dei residui dell’usanza longobarda, per il luogo dove già dal ’400 abitavano, esistendo lì un’antica chiesa paleocristiana da loro curata dedicata a San Giacomo e quello di “ Nozze”, per la proprietà di tale masseria esistente in Casandrino. La famiglia ebbe benefici Ecclesiastici e numerosi sacerdoti, contrasse alleanze con le distinte famiglie di quel luogo tra cui: i dè Angelo[152], Rossi, Maystro,  Arinelli e Prauss[153].

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© Casandrino (NA) - Palazzo Migliaccio


Tra tanti Sacerdoti citiamo il Sac. D. Giovanni M., cappellano ed economo dell’Arciconfraternita del Rosario nel 1597; il Sac. D. Gaetano M., apprezzatissimo per la santità dei costumi (1833 † 1930); Antonio, diacono (1802 † 1838);  presente nell’amministrazione civica ebbe un D. Pasquale M. eletto Decurione nel 1758; D. Michele M., podestà di Casandrino nel 1940. D. Ciro M., possidente in Casandrino, fu tra i contribuenti per il mantenimento delle truppe nel 1795. 
Fu ascritta nella lista civica delle famiglie civili, secondo la prammatica di Carlo III di Borbone del 27 Dicembre 1755. Commercianti di stoffe venivano equiparati alla nobiltà civile, in forza di un retaggio derivato dagli antichi privilegi connessi all’arte della lana e della seta, che era considerata un’arte nobile, come da rescritto del 25 Gennaio 1756.
E’ ricordato per alcuni suoi scritti D. Giuseppe M., tenente della milizia fascista e il dott. Antonio M., Direttore Gen. di P.S.. Godettero di Cappellania di Juspatronato sotto il titolo di San Giovanni Battista
[154].

Fanno bella testimonianza in Casandrino ben tre palazzi di questa famiglia, di antica architettura di cui altri due, agli inizi del ’900, furono abbattuti per l’ampliamento dell’arteria principale.

 

 


N.H. Michele Migliaccio
Podestà di Casandrino (Na)

Ad inizio ‘800, una linea si porterà in Giugliano per interessi agrari con D. Giuseppe M.. La linea si genera dal magnifico GiovanVincenzo M. da cui: Giulio Cesare, Francesco, Giovanni, Vincenzo Alessio, Giuseppe Raffaele Francesco, Raffaele Francesco Leopoldo combattente e primo fuciliere nel Reggimento Fanteria “Brigata Casale” per l’indipendenza italiana nei fatti d’arme del 1866, Giuseppe Leopoldo M. è il primo che fa uso pubblico del titolo di barone, combattente decorato guerra 1915-18.
Da Giuseppe M. si ebbero cinque figli di cui due maschi Raffaele e Antonio.
Da Raffaele, il Dott. Francesco M., dirigente di banca, proveniente dall’Azione cattolica ha partecipato alla vita politica civica ricoprendo ininterrottamente per quasi venti anni la carica di assessore e di vice sindaco di Giugliano.




 


Da Antonio
[155], l’avv. Rosario Salvatore M., dottore in diritto canonico, residente tra Roma e Bologna dove svolge la professione di avvocato presso i Tribunali Ecclesiastici e di postulatore per le Cause di Canonizzazione.


L'avv. dott. Rosario Salvatore Migliaccio di Sanfelice in uniforme di
Ufficiale Commissario della Croce Rossa Italiana.


Terminiamo qui questo lavoro, svolto affinché chiunque per il futuro possa contribuire a diradare la fuliggine del tempo, dando lustro ai propri avi.


NOTE:
 

[80] Attualmente nel territorio di Cortale detto anche Casale Augusto.

[81] Laureatosi in scienze matematiche e fisiche, conseguì una seconda laurea in lettere e filosofia. Frequentò l’accademia di Belle Arti in Napoli e strinse amicizia e collaborazione con i giovani pittori del tempo quali il Morelli, Lenzi, Cefaly, Martelli, Cammarano e Tedeschi. Liberale, si arruolò con i garibaldini partecipando alle campagne risorgimentali sotto il comando del Gen. F. Stocco. Per lungo tempo sindaco di Girifalco, non abbandonò mai la pittura, lasciando pregevoli opere artistiche.
[81bis] Archivio di Stato di Napoli - sez. Militare, estratto dai Libretti di Vita e Costumi, 1° serie, volume 314, fol.8 (Regg. di Fanteria, 3° Estero).
[82] Archivio di Stato di Napoli, Collegio dei Dottori.
[83] Archivio di Stato di Napoli, sez. Militare, “ Libretto di vita e costumi “ n° 324-1° serie, stato di servizio Dicembre 1814, capitano don Antonio Migliaccio, nato a Girifalco il 1774. Arruolato nel Regg. Fant. Regina il 23 Febbraio 1788. E’ stato negli accantonamenti in Atri nel 1796. Partecipa alla campagna di Siena; partecipa al comando del Col. Carbone alla presa del Castello di Reggio e Scilla; partecipa alla seconda spedizione al comando del M.llo Acton con il Regg. Reali Sanniti il 28 Maggio 1807. Partecipa alla battaglia di Mileto. Nel 1809 è distaccato a Ponza e poi ad Ischia; parteciperà alla campagna di Genova nel 1814.
[84] Gli fu varie volte proposta la carica di Priore che respinse per umiltà, per il merito di suoi numerosi interventi presso la Santa Sede a favore del Sodalizio, costituendosi parte attrice a difesa di soprusi e abusi da parte di nuovi congregati. Da inizio ‘800 i suoi ascendenti furono aggregati all’Arciconfraternita ininterrottamente.
[85] Russo F., Regesto Vaticano, Op. Cit., Innocenzo X, regesto n° 34864. Supplica rivolta a S.S. Innocenzo X sottoscritta il 6 marzo 1646 dal Sindaco di Catanzaro Pietro Rocca e dagli eletti della città, che chiedono come Vescovo il 40'enne Agazio Migliaccio.
[86] Maggiori note identificative saranno esposte nella parte i Migliaccio napoletani.
[86bis] L. De Luca, Nomi di famiglie in Calabria, oltre 500 cognomi di Coriglianesi nel medio evo, 1995. L'autore indica la famiglia di distinta civiltà dando notizia anche della cappella gentilizia ottocentesca, sita nel cimitero storico dove fa mostra lo stemma dei Migliacci del luogo: la pianta di miglio.
[87] Archivio di Stato di Napoli, sez. Militare, Artiglieria, fasc. 32/28 AA. 1850-1854.
[88] Rimasto vedovo il 24 Luglio 1853.
[89] Ministeriale della Guerra e Marina del 19 Ottobre 1844.
[90] Ammogliato.
[91] Archivio di Stato di Napoli, sez. Militare, Artiglieria, fasc. 42, A. 1857.
[92] La Gendarmeria Reale, svolgeva compiti di ordine pubblico e polizia militare, per essere ammessi bisognava non essere inferiori a mt. 1,70 di altezza e saper leggere e scrivere.
[92bis]  Archivio di Stato di Napoli - sez. Militare, Ministero della Guerra - Libretti di Vita e Costumi, fascio 32, anno 1853, fol.6.
[93] Da questi la linea nell’isola di Ponza, v. Trigoli G., Monografia per le isole del gruppo ponziano, Napoli, 1855.
[94] Universitas demaniali e non feudali.
[95] Tipico di altre città, nell’uso antico, numerose persone raggiunta una posizione ragguardevole chiedevano la cittadinanza partenopea per usufruire di tutti quei privilegi che la capitale, la grande città poteva offrire.
[96] Su questi trattamenti è utile soffermarsi riproponendo la Prof. A. M. Rao: sull’attributo, a volte riferito a nobili, ma più spesso a detentori di incarichi amministrativi e, soprattutto, al mercante, quasi come espressione di ricchezza mobile recente, ai notai e alle professioni liberali, mentre il magnifico don rappresentava qualcosa in più, che va cercato nel decoro, nello stile di vita, che li avvicinava e li mescolava ai viventi more nobilium; Rao A.M., Editoria e cultura a Napoli nel XVIII secolo, Napoli, 1996, nota pag. 182, cfr. Pellizzari M. R., “Ritratto di gruppi in un interno: l’immaginario nel Mezzogiorno urbano del Settecento”, in Il Mezzogiorno settecentesco attraverso i catasti onciari, voll. 2, II, Territorio e Società, Atti del Convegno di Studi, Salerno 10-12 aprile 1984, a cura di M. Mafrici, Napoli, 1986, pagg. 645 a 656
[97] Gravina F., “Genealogia Migliaccio”, (Monografia) Sguardo di corografia, storia ed araldica d'Italia, (Rivista annuale illustrata di finissime tavole cromolitografiche, fondata nel 1865) del prof. Federico Gravina Direttore ed Editore, (1900), supplemento perenne alla p. III, pag. 1.
[98] La mastrodattia era l’ufficio di redigere e confezionare atti di natura amministrativa, una sorta di privilegio a vita conferito dal Sovrano o che si poteva acquistare su autorizzazione del Presidente del Regio Sacro Consiglio quale vice Protonotaro del Regno.
[99] Doc. n° 3929, f. 403v – 405r, dai registri della cancelleria dell’Imperatore Carlo V, Archivio della Corona d’Aragona in Barcellona, privilegio del 4 Dicembre 1518.
[100] Mantelli R. Burocrazia e finanze pubbliche nel Regno di Napoli a metà del ‘500, Napoli, 1981, pag. 106.

[101] Trinchera F., Codice Aragonese, o sia lettere regie, ordinamenti ed altri atti governativi, Napoli, Vol. I, 1866, vol. II, p. I, 1868, vol. II, p. II, 1870, vol. III, 1874; vol. III pag. 350.

[102] Deputato dell’Universitas di Forio.

[103] Nativo di Forio, figlio di Giovannangelo e Beatrice Coppola. Laureato in Sacra Teologia, Dottore in Utroque Jure, Penitenziere Maggiore, parroco di S. Barbara e S. Nicola, direttore spirituale delle monache del Monastero di S. Maria della Consolazione di Ischia. Oratore di Sacra eloquenza fu molto stimato da S. Giovan Giuseppe della Croce.

[104] Di Lustro A, “Il Canonico Penitenziere Francesco Migliaccio”, in In Cammino Insieme, Bollettino Ufficiale perla Diocesi, 1, (1989), Ischia, pagg.37 a 41; cfr. D’Aloisio G.A., L’Inferno Istruito, Napoli, 1757; d’Ascia G., Storia dell’Isola d’Ischia, Napoli, 1867; Buonocore O., La Diocesi di Ischia dall’origine ad oggi, Napoli, 1948.

[105] D.O.M. Rev.mum Canonicum Cathedralis Isclanae, utriusque juris doctorem ac laureatum theologum, sacrae eloquentiae oratorem, penitentiarium majorem missionis, valde pium, justum, humilem ac singulari pietate, magno zelo animarum, caeterisque virtutibus imbutum et praesertim in profetiis comprobatum Franciscum Antonium Caietanum Migliaccio a Forigio Huis Civitatis, hic Isclae, immatura mors abstulit, cum totius insulae luctu, die IX mensis Januariii, aetatis suae LIII anno reperatae salutis MDCCXVI, in signum observantiae amoris sui et summi doloris, ejusdem Cathedralis Ecclesiae Archipresbiter eius nepos Angelus Antonius Caruso, transferi, et hunc lapidem collocari curavit.

[106] Per l’evento, su ordine del Vescovo, furono effettuate ricognizioni sul corpo e redatto un instrumentum, atto in Archivio di Stato di Napoli, Notai sec. XVII, scheda n. 1314 del not. Gaetano Sorrentino di Forio prot. n. 31, anno 1717, ff. 9v-10r.

[107] Archivio di Stato di Napoli, vol. 2093, famiglie nobili nel catasto onciario di Sorrento, distretto di Castellammare (Na), 1754.

[108] Archivio di Stato di Napoli, notai per Napoli e provincia, sec. XVII, scheda n. 390-1649-1696.

[109] Archivio di Stato di Napoli, notai per Napoli e provincia, sec. XVII, scheda n. 721-1693-1731.

[110] Archivio di Stato di Napoli, Collegio dei Dottori, 1664-1665, f. n. 1113.

[111] Archivio di Stato di Napoli, Collegio dei Dottori, 1617.

[112] Archivio di Stato di Napoli, Collegio dei Dottori, 1680.

[113] Archivio di Stato di Napoli, Collegio dei Dottori, 1811.

[114] Ms in Società Napoletana di Storia Patria, segnato S D IV 13 17 (c14, dal titolo: Memorie in difesa di D. Cristoforo Camargo, D. Francesco Colucci, D. Giovan Battista Garofalo, D. Giuseppe Migliaccio, Officiali della Ruota dè Conti, 1780.

[115] Archivio di Stato di Napoli, Collegio dei Notai, sec. XVII, vivente nel 1624, prot. 16 (1624-1650).

[116] Archivio di Stato di Napoli, Collegio dei Notai, sec. XVII, vivente nel 1693, scheda n. 721 (1693-1741).

[117] Archivio di Stato di Napoli, Collegio dei Notai, sec. XVII, vivente nel 1627, prot. 2 (1623-1627).

[118] La figlia Donna Gaetana, unitamente alla sorella Donna Vincenza ed il cognato D. Domenico Brancaccio, eredi, chiesero la riduzione delle messe, ricevendo parere favorevole dalla R. Camera di S. Chiara. V. Consulte di Stato della R. Camera di S. Chiara, vol. 196-206 (21 maggio 1784-2 giugno 1787), vol. 19, cc27-29v.
[119] Riceveva una pensione di circa 500 ducati l’anno, cfr. Archivio di Stato di Napoli, notai XVIII sec. Domenico Venettozzi, 82/22 cc. 384v-389, 506-515v, 584v-589; Sommaria, dipendenze, f. 395- 850-852.
[120] Mugnano è creduto erroneamente il ceppo di origine dei Migliaccio Campani, ma è solo un centro dove ebbero numerosa presenza, così come Casandrino e Giugliano.  E’ da menzionare tra magnifici e popolani un cavaliere di questa famiglia in Mugnano, il messere Giovanni Antonio Migliaccio (fonte, Libro dei Battezzati della Parrocchia di S. Biagio in Mugnano, anno 1589, vol. I, f. 23v.). Come cita il Camillo Tutini, titolo dato a gentiluomini che avevano ricevuto l’investitura del cingolo cavalleresco: Tutini C., Dell’origine e fundazione de  Seggi di Napoli, Napoli, 1644, pag. 148.
[121] Anche se con errate identificazioni e notizie storiche, per tutti: Granito A., Storia della Congiura del Principe di Macchia e della occupazione fatta dalle armi Austriache del Regno di Napoli nel 1707, Napoli, 1861.
[122] Rao A. M., Editoria e cultura a Napoli nel XVIII sec., Napoli, 1996.
[123] Sono identificate le linee che hanno origine nei noti stampatori napoletani, di cui alcuni passeranno a Salerno e Catanzaro. Dal ‘700 al ‘900 furono impresse circa 1500 opere di vario genere. Si originano con Niccolò, Aniello e Cristoforo, da questi Francesco e Gaetano. Gaetano sarà il promotore della stamperia di Cosenza continuata poi dal figlio Davide. Da Francesco abbiamo Raffaello che si stanzierà in Salerno, da lui Egidio e i fratelli Ernesto (padre del Gen. Teodorico), Isidoro, Raffaele e Giulia; da Egidio, Alfredo (medico condotto), Umberto e Amedeo più nove sorelle; da Alfredo, Carlo, Ottavio, Vittorio, Clara, e Anita; da Carlo, Fernando, Alfredo e Maria Luisa.
[124] Di fatto furono presenti in Napoli, Salerno e Catanzaro. Lo Stabilimento Migliaccio fu il fornitore ufficiale della Prefettura del Principato Citra. Da ricordi di famiglia, Raffaello ed il figlio furono in strettissimo contatto con il principe Ignazio Migliaccio Firmaturi e Douglas, tanto che si cercò di stringere parentela, avendo quest’ultimo una sola figliola, Almerinda.
[125] Nacque a Cava dei Tirreni (Sa) e morì per un incidente stradale a Bologna.
[126] Parlando di eroismo per questa famiglia, una nota è tracciata da D’Ayala M., Napoli Militare, Napoli, 1847, pag. 44.
[127] Archivio di Stato di Napoli, sez. Militare, fasc. 117, a. 1832 III. Nato a Napoli il 24 marzo 1773 (…libraio, ammogliato con 4 figli) Si arruolò il 13 febbraio 1791 nel Regg. Artiglieria Regina, passando poi nella Gendarmeria Reale dal 1806 al 1815 con il grado di sergente a decorrere dal 16 gennaio 1815. Divenne in seguito Guardiano del Corpo Politico dal 1° Luglio 1827, prestò servizio nella precedente armata di occupazione a Napoli, prese parte alla difesa di Gaeta nel 1799 e fu fatto prigioniero dai francesi.; si distinse durante l’assedio di Forte S. Eramo.
[128] Il sergente Pasquale M. della Compagnia di D. Mario Settimo (Archivio di Stato di Napoli, sez. Militare, 1771, Fanteria, Libretto di vita e costumi n. 34-1° s.); nella R. Marina Borbonica, (Archivio di Stato di Napoli, sez. Militare, Intendenza di Marina dal 1819 al 1861) troviamo: D. Camillo M. uff. di III cl. (222bis/108); D. Ferdinando M., ufficiale di Ripartimento (141/90); D. Gennaro Migliaccio, farmacista (54/69-63bis/13-74/340); D. Francesco M., guardiamarina (1844); D. Giuseppe M., tenente di Vascello (101/8-18); D. Nicola M., maestro bottaro, (Stati di servizio fasc. 4 a. 1820, n. 70.
[129] Fu istituita nel 1861 come sorta di polizia oggi diremmo municipale, militarmente organizzata per reprimere gli ultimi nostalgici borbonici. Si distinse comunque, anche in occasioni di epidemia per il soccorso civile.
[130] Di D. Raffaele e donna Luisa del Pezzo. La linea dei Migliaccio in Giugliano è già presente  dal ‘500 elencando una nutrita schiera di sacerdoti e possidenti, contraendo cospicue alleanze matrimoniali come i Pignatelli oltre i del Pezzo. Per ampi possedimenti in Qualiano Don Raffaele, fu chiamato ad esserne Sindaco nel 1888.
[131] Vitale R., La Congregazione delle Discepole di S. Teresa del Bambino Gesù ed il suo fondatore Can. Antonio Migliaccio, Aversa, 1955; Germani F., Una quercia annosa, Qualiano (Na), 1983.
[132] Nacque in Somma Vesuviana nello storico Palazzo Migliaccio, già dell’A.G.P., ricevuto come liquidazione dal padre cav. D. Giovanni (napolitano) perché facente parte del ceto dei creditori della R. SS. Casa dell’Annunziata di Napoli. Ebbe studio ed abitazione in Napoli, in Vico Scassacocchi ai Tribunali.
[133] Le armi di questa famiglia sono: arma di origine: d'Azzurro ad una pianta di miglio di oro, nodrito su di una zolla di verde.

Ramo Lombardo: partito, nel 1° d’argento  all’aquila imperiale di rosso, uscente dalla partizione; nel 2° di rosso a tre piante di miglio d’oro, nodrite su di una zolla di verde.

Ramo Napolitano: d’azzurro ad una pianta di miglio d’oro, sostenuta da due leoni lampassati di rosso, contro rampanti e affrontati di oro, poggianti su una zolla di verde (Napoli, Casandrino, Giugliano).

Altra: d’azzurro ad una pianta di miglio d’oro, sostenuta da due leoni lampassati di rosso, contro rampanti e affrontati di oro, poggianti su tre monti all’italiana di verde (Napoli, Felitto (Sa), Giugliano, Mugnano).

Altra: d’argento ad una pianta di miglio d’oro, sostenuta da due leoni lampassati di rosso, contro rampanti e affrontati di oro, poggianti su tre monti all’italiana di oro.

Altra: d’azzurro a cinque piante di miglio d’oro, sostenute da due leoni d’oro contro rampanti e lampassati di rosso, poggianti su una zolla di verde (Orta di Atella)

Altra: d’azzurro ad una pianta di miglio di oro, nodrito su di una zolla di verde, accompagnata nel cantone sinistro del capo da un lambello di tre pendenti, cucito di rosso (Giugliano, Napoli, Roma)

Altra: d’azzurro ad una pianta di miglio d’oro, sostenuta da due leoni lampassati di rosso, contro rampanti e affrontati di oro, sostenuti su una campagna di verde caricata da tre bastoni scorciati in banda cuciti di rosso.

[134] Una sorella del prof. Raffaele M. di Mugnano sposò un Malaspina (ufficiale dell’aereonautica), molto vicino al Duce.

[135] Bertone G., Felitto tra Storia e Tradizione, 1984.

[136] Nonostante alcune notizie popolari ci portano ad una data anteriore al ‘600, questa famiglia non si rileva nello stato delle anime del 1689.

[137] Bamonte R. Ianniello E., Felitto. Appunti e documenti, Felitto, 2003, pag. 197-198.

[138] Schierandosi in un ben distinto gruppo di famiglie (Migliaccio, de Augustinis e Sabatella) con un orientamento abbastanza critico verso i Borboni, contrapposti ai Giardino e agli Ivone, i primi più volte alla carica di sindaco, i secondi amministratori sul posto dei feudatari Carafa.

[139] Cfr. Ebner P., Chiesa, baroni e popolo nel Cilento, vol. I, Roma, 1982, pag. 19.
[139 bis] Bertone G., Felitto tra storia e tradizione, 1984; R. Bamonte e E. Ianniello - Felitto. Appunti e documenti, Edizioni Felitto, 2003.
[139 tris] P. Santoriello, Il complesso e la Chiesa di S. Maria del Quadruvirale a Cava de Tirreni, tesi di dottorato, relatore Arch. F. Starace presso la Facoltà di Architettura dell’Università degli Studi di Napoli “Federico II”, anno accademico 2009-2010, p. 70; B. Pergamo, Note per servire alla storia del convento di San Lorenzo di Salerno, in Rassegna Storica Salernitana”, n° VIII, 1947, pp. 3-64.
[139 quater] L’arma dei Migliazzo lodigiani, troncata: nel 1° d’oro all’aquila dell’impero coronata d’oro; nel 2° d’azzurro al destrocherio armato impugnante una pianta (di miglio) e non una penna d’oca, vedasi anche A. Segrà: inquartato: nel 1° e 4° d’oro all’aquila dell’impero coronata d’oro; nel 2° e 3° d’oro al sinistrocherio vestito di rosso che impugna una.. penna d’oca(?) sono visibili e dipinte nei manoscritti presso l’Archivio Storico Laudense, di Alessandro Segrà, Araldica della Nobiltà Lodigiana, vol. II (M-Z), p. 23 e Andrea Timolati, Genealogie di famiglie Lodigiane, pag. 195. Ancora, stranamente, l’arma dei Migliazzo Lodigiani  (i Migliaccio all’origine erano tutti Migliazzo), ricorda e richiama per la sua similitudine l’arma dei Migliaccio di Siracusa, innalzata su palazzo Migliaccio in Via Pompeo Picherali, essendo qui l’unica arma dei Migliaccio Siciliani che ha al suo interno un sinistrocherio impugnante una pianta di miglio.

[140] Dottore in legge, 45’enne, coniugato con Maria Corrado di Massa, da cui il figlio Gabriele nato nel 1781, studente di filosofia e matematica, giustiziato 18’enne.

[141] Si vuole particolarmente ringraziare per le notizie ricevute le Felittesi: Dott. Giuseppina Di Stasi, la Dott. Emilia Ianniello e la Signorina Mariangela Cerullo.

[142] della Monica N., Le grandi famiglie napoletane, ed. Newton e Compton, 1998, p.316.

[143] Campanile F., L’armi, ovvero insegne dè nobili, Napoli 1610, p.151.

[144] dè Lellis C., Discorsi delle famiglie nobili del Regno di Napoli, Napoli, 1654-1671, vol. I p.311 e 325.

[145] Bigotti P., San Felice in provincia di terra di lavoro, dattiloscritto, 1979; cfr. Angelone G., Note storiche su San Felice Pietravairano, dattiloscritto, 1999.

[146] Archivio di Stato di Napoli, feudo di San Felice, Regia Camera della Sommaria, cedolari,  vol I, f. 121v per il 1618 e f. 281v per il 1645.

[147] Archivio Storico del Banco di Napoli, registri del Banco Ave Grazia Plena (A.G.P.) f. 131.

[148] I Grimaldi di questa linea sono di origine genovese, passati nel napoletano a seguito delle egemonie Liguri nel Regno di Napoli e Sicilia nel XVI sec. Il primo ad acquistare il feudo di Pietravairano fu Ansaldo Grimaldi nel 1596, trasferendo sul feudo di Pietravairano il titolo di marchese, già concesso sul feudo di Modugno nel 1581.

[149] “Libro d’Oro della Nobiltà Italiana” , ed.Collegio Araldico Romano, Roma, (I), 1910.

[150] Il feudo di San Felice ebbe dei passaggi giuridicamente non validi, all’interno della stessa famiglia Grimaldi. Il marchese di Pietravairano Agostino Grimaldi, possessore della baronia di San felice, coniugato con Grimalda Settimio, generò cinque figli: Agostino, Nicola, Ansaldo, Silvestra e Giovan Battista. Il primogenito Agostino sposò Brigida Spinola, da cui una figlia, Settimia. Al terzogenito, Ansaldo, fu assegnata la baronia di San Felice, questi sposerà Teresa Cattaneo, improle. Giovan Battista avrà Francesco. Pertanto dal legittimo primogenito Agostino la baronia passa ad Ansaldo, improle, che la trasmette al figlio di Giovan Battista, Francesco, al fine di non far confluire tutti i titoli Grimaldi nelle case Spinola e Cattaneo.

[151] Archivio Parrocchiale della Chiesa di Maria SS. Assunta di Casandrino, Registro dei Matrimoni, vol. I.

[152] Ebbero cappellania di Juspatronato nella Chiesa Parrocchiale di Maria SS. Assunta di Casandrino, dove è tutt’ora visibile una bella lastra tombale degli avi di questa famiglia.

[153] Un Prauss ebbe come compare di battesimo un Borbone.
[154] Dalle Sante visite dei Vescovi di Aversa, Vescovo Pietro Ursino del 18 ottobre 1597.
[155] Il cav. Antonio fu nel 1940 nominato confratello della R. Arc. dei SS. Giovanni Battista ed Evangelista dei cav. di Malta ad honorem di Catanzaro, aggr. all’Arcibasilica Lateranense. Il figlio l’avv. Rosario Salvatore M., unitamente al padre, ha perfezionato lo status familiare, registrando presso il Cronista Rey dè Armas del Regno di Spagna la propria arma, vistata dal Ministero di Giustizia Spagnolo, dandone notizia nella pubblicazione sul Foglio Annunzi Legali della Prefettura di Napoli il 1° luglio 1995. Arma: d’azzurro ad una pianta di miglio di oro, nodrito su di una zolla di verde, accompagnata nel cantone sinistro del capo da un lambello di tre pendenti, cucito di rosso. Motto: Honestas et labor omnia vincunt. Successivamente è stato autenticato il filo genealogico da GiovanVincenzo (1579) a Rosario Salvatore, con Decreto del Tribunale Ecclesiastico Diocesano di Aversa in data 15 febbraio 2002 e con ulteriore sentenza del Tribunale di Civitavecchia-Tarquinia in data 28 Giugno 2005 fu rettificato il cognome per gli atti ecclesiastici da Migliaccio in Migliaccio di San Felice. Il 30 Novembre 2008 la famiglia è stata ammessa nella Union de la Nobleza de Espana.

 

Famiglia Migliaccio - 1^ Parte


Casato inserito nel 1° Volume di "LA STORIA DIETRO GLI SCUDI"

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