Ovvero delle Famiglie Nobili e titolate del Napolitano, ascritte ai Sedili di Napoli, al Libro d'Oro Napolitano, appartenenti alle Piazze delle città del Napolitano dichiarate chiuse, all'Elenco Regionale Napolitano o che abbiano avuto un ruolo nelle vicende del Sud Italia. 

Famiglia de Monaco

a cura di Paolo Modica

Arma: d'oro,  al grifone di rosso, col capo d'oro a quattro pali di rosso.


Stemma famiglia de Monaco

La nobiltà generosa del casato “de Monaco” fu accertata al momento dell’ammissione di Palmerindo nella Compagnia delle Reali guardie del corpo a cavallo di Sua Maesta’ il Re delle due Sicilie (1).

Per vero, per essere ricevuti nella Compagnia, era necessario provare la nobiltà generosa dei 4 avi e non soltanto della famiglia paterna, cosa che fu fatta poiché gli avi paterni e materni del Palmerindo appartenevano alle nobili famiglie dei Rossi di San Secondo, dei Buccino e dei Grimaldi di Seminara dei principi di Monaco.
Purtroppo, a causa dei bombardamenti della seconda guerra mondiale, anche gli incartamenti con i processi di ammissione alla Compagnia delle Reali guardie del corpo sono andati perduti, per cui non e’ dato conoscere la storia araldico-nobiliare della famiglia de Monaco, per come sarebbe stato possibile delinearla perfettamente sol che si fossero potuti avere i relativi documenti.


Guardia del Corpo - 1851

Pertanto si riporteranno le notizie che emergono dalle scarse informazioni che e’ stato possibile reperire negli archivi che si sono salvati.
Palmerindo, nato il 23 giugno 1837, muore ad Alessandria d’Egitto il 7 settembre 1897.
Egli aveva un fratello - Giuseppe - e due sorelle: Filomena (sposata a don Pietro Cacchione di Sant’Elia Fiumerapido
(2) rimasta vedova giovanissima senza figli) e Giulia (sposata De Peruta, ebbe due figlie (3) ).

Palmerindo, Giuseppe, Filomena e Giulia erano figli del nobile Gennaro e di Angelica Buccino Grimaldi.
Giuseppe nacque nel 1841, sposò Letizia Cavalcanti dei Marchesi di Verbicaro. Fu ammesso alla Facoltà di Giurisprudenza di Napoli il 29 agosto 1860 a 19 anni. Ebbe due figli morti in tenera età. Fu insigne Avvocato e imprenditore agricolo.
Giuseppe de Monaco fu un vero principe del Foro e curava gli interessi delle principali famiglie napoletane.
Le “Allegazioni”, raccolta di importanti cause civili dallo stesso patrocinate a tutela di interessi di antiche e note famiglie napoletane, sono state lasciate al nipote Gennaro che le donò a sua volta alle sorelle Maria Sofia e Angelina. Negli anni cinquanta la nipote Angelina Jucci de Monaco lasciò i volumi in suo possesso alla Biblioteca dei Francescani di Santa Maria La Nova di Napoli. Negli anni ottanta, la pronipote Anna Giannattasio Palmieri (figlia di Maria Sofia), preoccupata che la biblioteca di famiglia potesse andare dispersa, ne fece donazione alla Biblioteca dei Gerolomini in Napoli.


Napoli, Biblioteca dei Gerolomini

Con esperienza e lungimiranza Giuseppe de Monaco modernizzò le aziende agricole possedute nel cassinate e nel napoletano (Marano, Madona dell’Arco, Sant’Anastasia) ricevendo riconoscimenti e premi.
L’ultimo gli fu conferito dal Ministero dell’Agricoltura nel 1889 per il frutteto piantato nel territorio di Pignataro Interamna (cfr. Bollettino di notizie agrarie del Ministero di Agricoltura, industria e commercio – anno XII – maggio 1890, n. 24).
Rimasto vedovo, si preoccupò dell’educazione dei figli del fratello Palmerindo, orfani di ambedue i genitori. Morì a Napoli il 21 aprile 1921.
Il suo testamento da' conto delle notevoli proprietà immobiliari ed agricole possedute che egli aveva ricomprato dopo che il fratello maggiore Palmerindo, caduto in rovina per essere stato corrispondente dei Rothschild a Napoli ed avere subito incagli, le aveva alienate per fare fronte alle perdite subite.
Il primogenito Palmerindo, nato il 23 giugno 1837, fu ammesso nel 1857 nella Compagnia delle Reali Guardie del Corpo; sposa Natalia dei marchesi Anselmi da cui avrà numerosa prole e morirà ad Alessandria d’Egitto il 7 settembre 1897.

Vedi Landolfi
Don Palmerindo De Monaco, figlio del nobile don Gennaro e di donna Angelica Buccino Grimaldi,
in divisa da alfiere a cavallo delle reali guardie del corpo di Sua Maestà.

La sua, sarà una vita intensa ma sfortunata. Quale Reale Guardia del Corpo, sarà a Gaeta durante il lungo assedio (12 settembre 1860 – 15 febbraio 1861) (4).
Raggiungerà, quindi, Roma dove continuerà a prestare servizio presso il Sovrano ancora per alcuni anni. A Roma, si unirà a quel folto gruppo (vedi "La primula rossa") gravitante intorno alla Corte formato da gran parte della nobiltà legittimista partenopea, tutta impegnata in piani strategici più o meno fantasiosi nell’illusione di riconquistare il Regno. Rientrato a Napoli, cerca di reinserirsi in un contesto sociale non certo benevolo verso chi aveva dimostrato fino all’ultimo fedeltà alla deposta Dinastia. Si improvvisa, quindi, banchiere ed opera all’ombra dei Rothschild nei territori dei suoi avi, scelta questa quanto mai avventata che condizionerà tutta la sua vita; a seguito di operazioni non andate a buon fine a cui si aggiunse la fiducia mal riposta in alcuni collaboratori, si troverà, infatti, coinvolto in un crac finanziario da cui non si risolleverà più. Per tenere fede agli impegni assunti e per salvare l’onore della casata, cercò di ripianare le perdite con interventi drastici i cui effetti si ripercuoteranno sull’intera famiglia: del notevole patrimonio non solo immobiliare, infatti, nulla resterà nella disponibilità dei figli. Fortunatamente gran parte dello stesso patrimonio fu riacquistato dal fratello Giuseppe.
Nel 1877 fu Console Generale del Cile
(5). La data precisa (7 settembre 1897) ed il luogo della morte (Alessandria d’Egitto) è riportata nell’opera del Selvaggi “Nomi e volti di un esercito dimenticato - Gli ufficiali dell’esercito napoletano del 1860/61”.

Il padre di Palmerindo, Giuseppe e Filomena si chiamava Gennaro e nacque nel 1804. Iniziò gli studi di diritto molto tardi e si laureò il 27 novembre 1848. Egli, come già ricordato, sposò la nobile Angelica Buccino Grimaldi (6). Uno studio sulla famiglia Buccino fatto dal Conte Don Antonio Caracciolo di Torchiarolo, pubblicato nel 1951 sulla Rivista araldica, riporta il matrimonio di Angelica con il “nobile Gennaro de Monaco” e l'ammissione della famiglia Buccino nelle Guardie del Corpo di S. M. il Re di Napoli “come quarto del nobile Palmerindo de Monaco”.
Gennaro de Monaco era figlio di Giuseppe e Anna Rossi, discendente della nobile famiglia dei de Rossi originaria di Pistoia, imparentatasi a Napoli con i Gambacorta.

Vedi Landolfi
Ritratto del nobile don Gennaro de Monaco, figlio di don Giuseppe e di donna Anna Rossi di San Secondo

Nel 1500 Beatrice Gambacorta sposò il conte Giovanbattista Caracciolo, capostipite dei principi di Avellino, mentre la cugina Lucrezia sposò Giovanni de Rossi, Patrizio pistoiese, dai quali nacquero sette figli, tra cui Porzia, madre di Torquato Tasso.
In tal modo le due famiglie, Caracciolo e de Rossi, furono comproprietarie ed andarono ad abitare nel Palazzo, ora in Largo Avellino, originariamente della famiglia Gambacorta ed oggi denominato “Palazzo Caracciolo”, nel quale, peraltro nacquero e vissero in gioventù i figli di Palmerindo.
Anna Rossi, sposa di Giuseppe de Monaco, discendeva appunto da uno dei fratelli di Porzia, Jacopo.
Altri fratelli di Porzia e Jacopo erano Fabio, Cesare, Scipione, poi abate di S. Maria della Valle di Giosafa, e Anton Maria. Vi era poi un’altra sorella che andò sposa, in successive nozze, a Lelio dell'Antoglietta, Onofrio Correale e Giovan Battista Carafa.
Il dottore utroque jure Giuseppe de Monaco era figlio di Palmerino (seniore), nato quest'ultimo nel 1745 e morto nel 1823, e alla morte di quest'ultimo, riuscì a riappacificare la famiglia che era andata incontro a controversie per la divisione dell'ingentissimo patrimonio del padre, divise equamente i beni e si trasferì a Napoli giurando che non sarebbe più ritornato nei luoghi aviti.
Fratelli di Giuseppe de Monaco erano:
Benedetto, figlio primogenito di Palmerino, nato nel 1773, che ricopri' la carica di secondo sindaco del comune di Pignataro nel 1814 e fino al 1815 e poi dal 1826 al 1831 (quinto Sindaco della città). Figlio di Benedetto fu Domenico, nato nel 1807, nono sindaco di Pignataro dal 1847. Egli mori' in carica il 21 gennaio 1852.
Giovanni, domiciliato a San Germano.
Raffaele, prete.
Maria sposata con Giovanni Pietropaolo, di Pignataro.
Elisabetta domiciliata a Pico.
Palmerino de Monaco (seniore) e gli altri fratelli erano figli di Giovanni.
La famiglia de Monaco è dunque originaria di Pignataro Interamna e di Cassino. I documenti sulla famiglia sono andati perduti negli anni '40. Il Comune e quelli limitrofi, tra cui Cassino, infatti, nonché gli altri centri del Cassinate furono rasi al suolo durante la seconda guerra mondiale. Non si salvò nulla di ciò che era custodito negli archivi comunali, nelle canoniche così come tutto ciò che era conservato nei palazzi di proprietà della famiglia.
I più anziani di questi luoghi, tuttavia, ricordano ancora quanto veniva loro raccontato: sin dai tempi immemorabili la famiglia de Monaco era nota per essere la più nobile e ricca della zona. I possedimenti si estendevano nel territorio di Pignataro Interamna, s. Apollinare, s. Angelo in Theodice, Piumarola, Pisciariello, Marchesella.
Rinomate erano le “valcherie” (industrie cartiere) possedute nel Comune di Cassino confinanti con i possedimenti della Badia di Montecassino. Queste ultime sono ben identificate in una planimetria dell'epoca
(7).
Esemplificativo della ricchezza della famiglia l’acquisto di due mulini appartenenti all’Abbazia di Montecassino.

Nel 1806 i Francesi occuparono il Regno di Napoli, abolirono il feudalesimo, soppressero gli ordini religiosi e ne confiscarono i beni. Anche Montecassino venne coinvolta dal ciclone e i suoi beni furono venduti all’asta dal governo, fra questi anche i mulini che il monastero aveva in Cassino.
I due mulini che erano fittati a Luigi Bologna per 1.400 tomoli di grano – pari a 2.800 ducati – vennero messi all’asta il 28 dicembre 1807; l’asta si concluse con l’aggiudicazione a Carlo De Filippis per 70.000 ducati.
Il 12 febbraio 1808 il De Filippis, ancora prima di perfezionare l’acquisto con il demanio, cedette i due mulini a Palmerino Monaco di Pignataro Interamna – allora chiamata Pignataro di San Germano – il quale chiese ed ottenne dalla direzione del demanio che venisse apprestata una planimetria dei mulini ed accuratamente precisati tutti i diritti connessi: descrizione degli stessi, corso del fiume, canali, costruzioni, ecc.
Il primo mulino, chiamato della Porta degli Abruzzi, si trovava nei pressi del convento di San Domenico (presso l’attuale carcere giudiziario) ed era alimentato dalle acque del fiume Majuri, che poi proseguendo per un canale, arrivavano anche al secondo mulino.
Il canale giungeva al secondo mulino – il mulino di Porta Napoli - che aveva ugualmente due coppie di macine, con le stesse funzioni del primo.
Versata la prima rata il 14 marzo 1808, il giorno 27 dello stesso mese Palmerino Monaco venne immesso nel possesso dei mulini dal ricevitore del demanio per il distretto di Sora – di nome Manente – ma residente in Arpino, il quale inviò al signor Torre di Cassino un bando, oggi diremmo manifesto, da affiggersi in città, in modo che tutti, a cominciare dall’affittuario dei mulini, venissero a conoscenza del nuovo possessore.
Seguirono gli altri versamenti, fino al completo pagamento del prezzo dei due opifici.
Saldati i pagamenti, il 2 febbraio 1809 si procedette alla stipulazione dell’atto notarile in Napoli, nella sede dell’intendenza di finanza, dinanzi al notaio Emmanuele Caputo, dove il compratore Palmerino Monaco fu rappresentato dal figlio Giuseppe Monaco, residente in Napoli e qualificatosi dottore, che sottoscrisse l’atto in rappresentanza del padre. Alla stipula presero parte anche tre testimoni, i rappresentanti del governo ed un giudice ai contratti.
Giuseppe Monaco era U.J.D. (Utroque jure doctor o utriusque juris doctor) dottore in diritto civile e canonico, quest’ultimo fino a tutto il 1700 molto praticato.
I due mulini, con tutte le pertinenze costituite soprattutto dai canali, vennero venduti liberi e franchi da ogni peso, ipoteca, ecc., dove fra i primi vennero esclusi espressamente i legati per messe, per altre opere pie, ecc.
Palmerino Monaco, dopo il Congresso di Vienna e la fine dell’era napoleonica, con il conseguente ritorno ai monaci del loro patrimonio, entrò in rapporto di affari con l’Abbazia. Ed alla Masseria Tartari, ricadente nel territorio del castello di Piumarola, esiste ancora una casa, salvatasi dall’ultima guerra, nel cui atrio del secondo piano è murata una statua, che gli abitanti del posto attribuiscono proprio a Palmerino Monaco, il quale dovrebbe essere scomparso nel 1825, in quanto dall’anno seguente il conto appare intestato ai suoi eredi
(8).
Nessuna notizia si ha di Giovanni Monaco (o de Monaco), padre di Palmerino, tranne quella che egli viene identificato in una antica pianta dell'epoca come proprietario, nella seconda metà del 1700, di una valcheria e di alcuni Molini confinanti con i possedimenti dell'Abbazia di Montecassino.
Il palazzo de Monaco era a Cassino in via Rapido e confinava con la Chiesa di San Rocco e la piazza principe Amedeo.

In una stanza del palazzo avito di Cassino, la cui costruzione risaliva ai primi anni del 700 e dove forse Palmerino e la sua numerosa prole erano vissuti, erano custoditi antichi documenti di famiglia, incartamenti andati distrutti durante la 2^ guerra mondiale quando il palazzo è stato raso al suolo.

 

Da Palmerindo de Monaco e Natalia Anselmi nascono:
- Gennaro, Avvocato e pubblicista, Capo divisione al Ministero di Grazia e Giustizia e Capo di Gabinetto del Ministro, che morì scapolo a Napoli il 28 aprile 1924
(9).
- Domenico, ingegnere, che lavorò molto in Italia ed all’estero. Agli inizi del XX secolo era in America Centrale ed in America Latina impegnato nella progettazione e direzione di lavori; sposò Irene Siraminò di Smirne. Elesse domicilio a Roma e rientrò a Napoli nel 1927 dove morì il 13 gennaio 1929 senza lasciare eredi;
- Maria Sofia (nata il 26 aprile 1870, morta il 30 gennaio 1945) che sposo' l’avvocato Luigi Giannattasio (nato 5 ottobre 1862, morto 17 gennaio 1930).

 

Dal matrimonio nacque il 17 dicembre 1913 la figlia Anna, che sposo' il 3 gennaio 1934 l’ingegnere Giuseppe Alberto Palmieri,
      ▪ da cui Raffaele;

- Emilia, nata il 7/11/1874, sposa il dott. Michele Landolfi, magistrato. Muore a Palermo il 12 maggio 1958. Dei figli:

 

- Teresa sposa Francesco De Blasi, Funzionario del Banco di Sicilia, senza eredi;
- Maria, (nata nel 1901 e laureata in Lettere) sposa Marco Modica, Professore universitario da cui
               ▪ Ugo, sposato con Maria Letizia Epifanio (dottoressa in Lettere)
- Filomena, rimarrà nubile.
- Livia sposa il dott. Francesco Coppola, Dirigente del Banco di Sicilia da cui
               ▪ Rosalia sposata con il dottore Antonino Martinez
              
▪ Emilia sposata con il dottore Domenico Pasqualino di Marineo
               ▪ Gabriella sposata con il dottore Giovanni Romano Gallegra,
               ▪ Antonio, sp. e poi div. da Dora di Quattro.

- Angelina sposo' l’avvocato Aurelio Jucci di Cassino. Mori' in Napoli il 22 novembre 1956 senza eredi;
- Natalia sposo' l’ingegnere Carlo Forte. Mori' a Napoli il 30 dicembre 1962. Ebbe parecchi figli dei quali solo cinque superarono la maggiore età.

 
  - Oreste morì scapolo;
- Nicola sposo' Maria Rosaria Stile. Figli:
      ▪ Carlo
      ▪ Bruno, arcivescovo di Chieti,
      ▪ Natalia, vedova da moltissimi anni,
      ▪ Mario politico Dc che è stato eurodeputato e sindaco di Napoli,
      ▪ Franco, ingegnere,
      ▪ Ennio, docente universitario in materie connesse alla circolazione viaria,
      ▪ Fabrizio, magistrato in pensione
      ▪ Ida deceduta da moltissimi anni.
- Anna ha sposato il dottore Giuseppe Santucci, generale medico;
- Assunta ha sposato il dottor Francesco Iervolino, dirigente del Credito Agrario del Banco e
- Maria Antonietta ha sposato Giuseppe Massarotti, Generale dell’Esercito.

______________
Note:
(1) -
Bonazzi F., “Elenco delle famiglie riconosciute nobili dalla Reale Commissione dei titoli di Nobiltà nel Regno delle due Sicilie ad occasione delle prove di ammissione nelle Reali Guardie del Corpo”, Napoli, Tipografia l’Unione, 1886, pag. 62.
(2) -
La famiglia Cacchione e’ una famiglia di grossi proprietari terrieri e di imprenditori. A don Elia Cacchione, padre di don Pietro, fin dai primi dell’800 appartiene un importante lanificio.

(3) - Bianca che sposa Giuseppe Giglio e Maria sposata Ragucci.
(4) - Nominato Alfiere l’11 luglio 1859 sarà fra i 17 Alfieri che seguiranno il Re a Gaeta (cfr. pag. 15 del “Ruolo dei Generali ed Uffizziali Attivi e Sedentari del Reale Esercito e dell’Armata di mare di Sua Maestà il Re” – Napoli Reale Tipografia Militare 1860). In questo volume i nomi degli ufficiali che seguirono il Sovrano sono indicati in verde.
(5) - L’incarico di rappresentare la Repubblica cilena non era, certamente, di poco conto; Palmerindo doveva essere in quegli anni all’apice dell’attività professionale e dobbiamo ritenere che intrattenesse anche rapporti di notevole rilevanza con personaggi dei paesi dell’area dell’America centromeridionale e non solo. A quei tempi Napoli era, infatti, una delle città europee più attive in campo culturale, commerciale e finanziario; il porto movimentava un notevole flusso di uomini e merci verso il nuovo mondo. La concessione formale dell’Exequatur da parte del Sovrano è pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale del Regno di Italia n. 283 del 4 dicembre 1877.
(6) - Palmerindo era figlio di Gennaro e di Angelica Buccino Grimaldi.
Angelica era figlia di Pietro Antonio Buccino e di Porzia Grimaldi.
Porzia Grimaldi era figlia del Marchese Francescantonio Grimaldi di Seminara dei principi di Monaco.
Da Pietro Antonio Buccino e da Porzia Grimaldi nacquero 14 figli molti dei quali morirono in tenera età.
Dei figli maschi solo il primogenito Giuseppe Maria (n. 1794) ebbe figli. Delle femmine, Maria Luisa sposò in prime nozze Domenico Capecelatro dei Duchi di Morcone ed in seconde nozze il Marchese Achille Paternò, Aurora sposò Nicola Bevere, Angelica sposò il nobile Gennaro de Monaco e Carolina, già vedova di Luigi Pinto, sposò il Marchese degli Uberti.
(7) - Non è superfluo ricordare che fino agli anni ‘80 del XX secolo, Anna Giannattasio de Monaco, sua diretta discendente, tra i beni a lei pervenuti, ed oggi, purtroppo andati perduti, possedeva anche un mulino alimentato dalle acque del Rio Pioppeto, fiume che segna il confine tra i Comuni di Cassino e di Pignataro Interamna. Ancora negli anni ’60, i vecchi del luogo indicavano ampie distese di territorio che fino ai primi anni del XX secolo erano appartenute alla famiglia de Monaco. Una antica planimetria, in possesso di Francesco Palmieri identifica esattamente le “valcherie” dei de Monaco.
(8) -
Non è stata una novità l’apprendere dal Serra che alla Masseria Tartari, ricadente nel territorio del castello di Piumarola, l’attuale Villa Santa Lucia, esiste ancora oggi una casa, salvatasi dalla distruzione dell’ultima guerra, nel cui atrio del secondo piano è murata la predetta statua che gli abitanti del posto attribuiscono proprio a Palmerino Monaco. I possedimenti di Palmerino confinavano, infatti, con quelli amministrati dall’Abbazia e si estendevano su un territorio che spaziava dal fiume Liri al Gari verso Sant’Angelo in Theodice; da Villa Santa Lucia alla frazione del Pisciariello.
(9) -
Gennaro fu anche un letterato insigne, Autore di varie opere letterarie, facente parte del Circolo culturale di Matilde Serao. "Le pagine del mistero", "La rondine", "Un ateo ed un mistico: studi critici di letteratura straniera", "Saggi politici di Pietro Chimienti", "Canzoni del seicento", "Ad aquas salvias", "Pennellate vetuste", sono alcune delle sue opere. Egli collaboro' anche al "Il Fortunio", nato nell’agosto del 1888, un settimanale letterario molto

letto nella società dei dotti. Teatro, letteratura, cronache teatrali ed eventi mondani erano i suoi argomenti preferiti.

Vi collaboravano giornalisti e letterati della stampa napoletana come Saverio Procida, Federigo Casa, Luigi Conforti junior, Michele Ricciardi, Carlo Parlagreco, Andrea Torre, Vincenzo Pennetti, Arturo Colautti, quest’ultimo direttore del "Corriere di Napoli" dopo che Scarfoglio e la Serao diedero vita a "Il Mattino" nel 1892.

Vi scrivevano anche Ferdinando Russo, Vittorio Pica, Salvatore Di Giacomo, Pasquale De Luca, Federigo Verdinois e il narratore calabrese Nicola Misasi, pochissimo apprezzato da Di Giacomo ma molto funzionale all’aumento di vendite del giornale. In questo settimanale si ospitavano anche anticipazioni di romanzi o racconti di De Amicis, Rovetta, Fogazzaro, D’Annunzio, La Marchesa Colombi, Enrico Annibale Butti. Indubbiamente era il settimanale che meglio interpretava l’evoluzione di Napoli, attraversata nel suo ventre da infernali miserie, ma dotata anche di luoghi di alta cultura o di raffinata mondanità. Il Circolo Filologico, il Conservatorio di S. Pietro a Maiella, il Casino dell’Unione, il San Carlo e gli altri teatri cittadini come Fiorentini, Sannazaro, Politeama, Bellini, costituivano i centri di un’indiscussa vitalità sociale, economica e culturale, che coinvolgevano la nobiltà illuminata, la borghesia opulenta, imprenditoriale, la politica e le professioni, i giovani intellettuali e il mondo accademico. Sul "Fortunio" il teatro e la mondanità – Napoli in quegli anni è colma di salotti attivi nell’arco dell’intera settimana – sono gli argomenti preferiti anche perché Scalinger, il direttore proprietario della testata, è un conoscitore attento della vita teatrale napoletana. Proprio sul “Fortunio”, il 18 agosto 1889 appare un articolo che racconta di una serata musicale in casa dell'avvocato Giuseppe De Monaco (zio di Gennaro) per l'onomastico della sorella Filomena. Gennaro fu anche autore di libretti musicali. Si ricordano i versi da lui scritti su musica di Enrico de Leva depositato nel 1907 "Sotto le sue finestre....serenatella", mentre su musica di Riccardo Albarella, depositato nel 1886, "Storia d'amore: ballata per canto in chiave di sol con accompagnamento piano-forte".


Continua sul sesto volume in preparazione di "LA STORIA DIETRO GLI SCUDI"

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