Ovvero delle Famiglie Nobili e titolate del Napolitano, ascritte ai Sedili di Napoli, al Libro d'Oro Napolitano, appartenenti alle Piazze delle città del Napolitano dichiarate chiuse, all'Elenco Regionale Napolitano o che abbiano avuto un ruolo nelle vicende del Sud Italia. 

Stemma Famiglia Quaranta 

Pagina realizzata dal dott. Gianpaolo Quaranta di Fusara
( http://www.youtube.com/user/shadow75sa )
( http://www.facebook.com/JeanPaulFusara )
"Affinché la gloria di quelli che fecero grande il lustro di casa Quaranta non si perda sempre più col passare di questi tristi tempi, vuolsi qui brevemente illustrare la storia di questa nobile famiglia per la quale il pregio delle lettere superò il valore delle armi."

"DISCORSO DELL’ILLUSTRISSIMA FAMIGLIA QUARANTA"
da un anonimo manoscritto del 1660
-(copia conforme all’originale)-

ARCHIVIO PRIVATO di CASA QUARANTA

La nobile, non meno antica Famiglia de Quaranta per il corso di molti secoli, e per avere più volte (benchè in poca distanza) mutata la sua abitazione fece perdita di gra parte delle sue antiche memorie, e quasi che ha smarrita la sua primiera origine, a segno che di questa non si ne fusse conservata una continua fama trasmessa fra i discendenti e qualche notizia in alcune antiche scritture osservata da curiosi di antichità e di quelle qualche d’una non si ne ritrovasse registrata ne Reali Archivi, rimarrebbe affatto oscurata la memoria dell’origine, e poco chiaro lo splendore dell’antica nobiltà.
Fu questa disavventura fatale ad altre Famiglie nobili di pari antichità et a quelle vie più gli di cui discendenti poco curiosi di conservare l’antiche notizie de lor maggiori, giudicando bastargli il solo operare da Nobili, e che in questo solamente la vera Nobiltà sia riposta.
In quanto all’origine dunque di questa Famiglia dicesi averla avuta intorno all’anno millesimo di nostra Salute da un Salernitano Nobile, di cui rimane sconosciuto il nome (manoscritto del S. Carlo de Lellis, come, per sua fe denotamenti del P. M. Prignano Reg.e folio 254 a t.o.1. Attestazione e fede del Signor D. Giovan Batt. d’Afflitto) certo è però che fosse molto caro a Guaimario IV Principe di Salerno di tal nome, dal quale fu posto con grande armata alla guardia di una porta della Città assediata dai Saraceni. 
A questo vennero un giorno quaranta Pellegrini, i quali dicevano ritornare da terra Santa, e desideravano essere ammessi nella Città, per provvedersi d’armi e cavalli, poichè essendo esercitati nella militia, avean disegno far prova delle loro forze contro di quei perfidi Saraceni, sperando che il Signor Giesù Cristo avrebbe loro data vittoria (Chron.cass.lib.2 f.35).  Non pareva sicuro in tempi
così gelosi introdurre nella Città gente sconosciuta, tuttavia considerando quel Nobile le circostanze, non ebbe sospetto d’inganno, perché vedevagli pochi e disarmati e dicendogli essere Cristiani e Normanni si persuase che non mentissero anzi per l’idioma latino nel quale favellavano, come per la bellezza delle sembiante e lunga capigliatura, contrasegni purtroppo manifesti di quella
Nazione.  Fattone dunque consapevole il Principe gli introdusse nella Città e nella propria casa lor diede cortese ricetto e comodo albergo, poi condussegli al Principe, il quale ammirando le generose offerte di quei Pellegrini, subito fece apprestare armi e cavalli, dei quali si fornirono a loro voglia. 
Sortirono il giorno appresso con tal bravura che avendone stesi sul campo quanti incontrarono, posero il resto in fuga, e fu si grande la strage fatta da pochi, che il Re dei Saraceni non volle aspettare il secondo assalto, ma la seguente notte sciolse l’assedio, e partissi con tutti i suoi con meraviglia e giubilo dei Salernitani.
Il Principe sopra modo lieto di si grande avventura si pose in cuore, non pure di rimunerare il prodigioso valore di quei quaranta guerrieri, m’anco al lettargli con promesse di grandiosi stipendi purchè rimanessero al suo soldo, presentogli dunque di ricchi e preziosi doni, et offerendogli per l’avvenire cose maggiori, gli pregò che si restassero alla difesa del suo Principato, ma quelli avendogli rese le grazie della sua munificenza rifiutarono i doni e le promesse, dicendo essersi impiegati in quella fattione per sol amore di Cristo e difesa di sua santa fede, e che i loro domestici affari non permettevano si trattenessero al suo servigio, poichè mancando molto tempo dalle proprie case erano costretti a ripartirsi.
Onde lasciando sconsolato il Principe partirono da Salerno per la Normannia, ma se partirono i Normanni non si partì dal cuore del Principe il desiderio dì averne al suo soldo almeno altri di quella bellicosa nazione, che però giunti con essi mandò alcuni dei suoi con ricchi doni, aggiuntevi quelle cose di maggiori delizie, che in quei paesi nascono, per allettargli a venirvi. 
Intanto ricordandosi che della libertà della patria fu principale cagione quello nobile che introdotti aveva quei quaranta normanni ed albergatigli in casa nel vederlo comparire in corte gioiva, chiamandolo il Cavaliere delli quaranta con quale agnome ad esempio del Principe il nominavano anche gli altri, ed egli recando ciò a non poca gioia, godeva di quello agnome, che poi rimase alla di lui posterità per cognome.
Rimunerò anche il Principe i suoi servigi donandogli alcuni poderi fuori della Città di Salerno in quello luogo che ora dicesi Fossalupara, situato fra essa Città ed il castello di S.Adjutore, fortezza molto considerevole in quel tempo per essere come un Baluardo per la difesa di Salerno in quella parte, poichè sotto di essa fra la via militare prima che la nuova (la quale ora si vede) intagliata fusse nel basso della falda del monte che viene bagnato dal mare, e che quel Castello fusse di gran importanza raccogliersi dalla donazione che pochi anni appresso fece al monistero della SS.Trinità il Principe Gisolfo, figliuolo del già detto Guaimario, poichè donati tutti i subborghi, o Ville di Salerno nella parte occidentale incominciando dal vallone detto Gallocanta (intorno a mezzo miglio fuori della Città) n’accettuò solamente la fortezza di S. Adjutore, che si ritenne dicendo in quello privilegio di donazione (Privil. Gisulfi 1058 in Archiv. SS.Trinità Cav.) exepta fortilia tantum dicti castri per essere di gran considerazione come s’era sperimentato gli anni addietro nelle guerre ch’ebbe il Principe Guaimario suo padre con il Principe di Capua.
E quivi è da notarsi che quantunque il tenimento colle Ville della parte occidentale di Salerno (le quali ora sono dette Casali della Cava) donate dal Principe Gisolfo al ministero si distennessero sino ai confini d’Amalfi e Lucera, a segno che detto monastero vien detto nei privilegi antichi ed altre scriture (Idem Principiis Gisulfi 1057 ed altri 1087, 1157, 1154) foris Civitatem Salernitanam, nondimeno il Castello di S. Adjutore colle sue pertinenze ancorchè fussero situate dentro di quel recinto, perch’era particolar membro d’essa Città di Salerno sempre si legge menzionato a parte: così confirmando il Duca Ruggiero la donazione fatta dal Principe Gisolfo dichiarò: (Priv. Ducis Rug.) in quo tenimento Castrum S. Adjutori situatum est, dal qual Castello promise donazione a parte soggiungendo (ibidem) si cut in nostro speciali privilegio de donatione de predicto Castro facienda per nos plenius declarabimus.
E quando poi tutti quei Casali divennero una terra sotto il dominio dei Svevi Federico Imperatore II, di tal nome, nominò il Castello di S. Adjutore, dico così spiegando i beni del monistero che ricevette sotto la sua protezione (Priv. Fed. II. 1221 in eodem Arch.) Castrum Cilenti cum omnibus suis casalibus et castrum santi Adjutori terrae Cave cum suis suburbiis, e parimenti dopo che la terra della Cava divenne città, gli Re e Regine, che succedettero il mentuarono a parte cominciando dal Re Danislao il quale in un suo privilegio disse (Priv. Reg. Dan.1403) Sane pro parte universitatis et hominum Civitatis Cave et Castri Sancti Adjutorii, come anco in altri ne tempi sussequenti, ed in molte private scritture ritrovandosi che S.Adjutore faceva anche Sindaco a parte, il che per essere notorio non bisogna provarlo.
In quel territorio dunque situato fra il Castello di S. Adjutore e la città di Salerno non molto distante dalle sue mura, edificò quel Nobile detto delli Quaranta una magnifica Casa per abitarvi nel tempo d’estate, e la denominò Quaranta ad uso dei Salernitani e particolarmente nobili i quali da tempi antichissimi praticarono edificare sontuosi Edifici nelle loro Ville, imponendogli i loro agnomi come anco sino a moderni tempi si è usato ed oggi giorno si vede che quantunque passate in altre Famiglie o nel dominio di Chiese pure ritengono gli antichi nomi come il Guarno, Marco-Lanno, Grello ed altri assai.
Edificavano i Sig. Salernitani quei sontuosi Edifici nei loro poderi non per sola grandezza d’animo ma per loro comodo, poichè vi si ritiravano ad abitarvi l’estate con tutta la Famiglia per godere della campagna, ed isfuggire i caldi assai noiosi dentro la Città, il che hanno costumato di fare sino a tempi a noi vicini, e che in quei tempi più remoti il praticassero si legge espresso nell’Anonimo loro istorico, il quale rendendo ragione come potessero gli Amalfitani (che non molto numerosi abitavano contro loro voglia in Salerno) attaccarvi il fuoco, e bruciatone una parte, fuggirsene salvi in Amalfi dice che ciò li venne fatto, perchè nella Città vi era pochissima gente essendo il tempo d’estate, quando quasi tutti i migliori Cittadini abitavano nelle loro Ville (Illo tempore per sua praedia Salernitani degebant et M. Augusti eo tempore per currebat: pro inde Amalfitani talia operarunt: (Anonimi Hist. Long. p.2 n.18). 
Ora all’uso dei Salernitani, avendo il Quaranta edificata comoda casa in quei poderi donatigli da Guaimario ivi si ritirava l’estate per suo diporto, tanto più volentieri perché la salubrità della aere, l’abbondanza delle acque limpide e fresche ed altre circostanze rendevano quella Villa assai delitiosa, ma le turbolenze, che poi avvennero in Salerno e nel Principato ressero quella stanza più amabile, laonde gran parte dell’anno vi dimorava solamente facendosi vedere nella Città, quando l’urgenza degli affari il necessitava a venirvi.
Fu da Salernitani ed Amalfitani ucciso il Principe Guaimario.  Gisolfo suo figliuolo feroce di genio, per vendicare la morte paterna divenne tiranno, poichè (come nota il citato Historico) non pure odiava a morte gli Amalfitani, ma inferociva contra i Salernitani medesimi, trattandogli quasi indifferentemente da nemici, che però il Quaranta a poco a poco s’allontanò, non pure dalla Corte ma dalla Città standosi in Villa con la sua famiglia dove accorsero anco molti suoi affezionati, o dipendenti. 
I figliuoli di lui allevati in quel delizioso luogo, poco vogliosi divennero di abitare nella città, e tanto più perché pochi anni appresso succedette mutazione di stato, poichè sebbene Gisolfo diede Sichelgaita sua sorella per moglie a Roberto il Guiscardo l’anno 1058 (Malaterra, lib.1 n.30) non di meno pochi anni appresso gli divenne fiero nemico e dimostrò odio sì grande a tutta la nazione normanna, che malmenava quanti gli ne capitavano nelle mani, perlochè, il Duca Robertio l’anno 1073 pose l’assedio a Salerno, che se gli rese per la fame (Id.lib.III n.2) ed avvenga che niun male facesse al cognato Principe nella persona, lo spogliò non di meno del Principato, che per sè ritenne, e dai suoi posteri passati poi nel Conte di Sicilia, Ruggiero suo nipote, l che fatto finalmente il primo Re di questo Regno, formò nella Sicilia la Real sede, dove anco risedettero i suoi succesori, finchè per le ragioni di Costanza passò il Reame nella famiglia Staufona dei duchi di svevia ed imperatori di germania: estintosi dunque il principato dei longobardi, e passatone il dominio in famiglia straniera, trasferitasi la corte nella Sicilia venne a mancare la grandezza dei nobili salernitani dei quali rari furono impiegati nei reali servigi, e per le tante mutazioni di stato, molti si compiacquero viver in vita privata, e quieta nelle loro Ville, dal che ne sorse in progresso di tempo l’ingrandimento de Casali, che prima uniti in terra sotto nome di Cava, e poi avuta la dignità di città sempre andarono avanzandosi, nè può dubirtarsi che così come gli abitatori furono salernitani di origine così della medesima città fussero originari gran parte di quelle famigli nobili che vi fiorirono fra i quali i Sig.Quaranta, che standosi nel la loro Villa ed accorrendovi molti ad abitarvi, edificarono quivi una Chiesa dedicandola sotto il nome dei SS. Quaranta Martiri in memoria del nome, la qual chiesa, benchè diruta, al presente si vede essere situata nel Territorio posseduto dal Sig. D. Placido Quaranta, che solo è quivi rimasto di quell’Antica famiglia.
Essendosi trasferito in Napoli l’altro ramo donde discende monsignor Arcivescovo di Amalfi, et il Dr. Aniello suo fratello, il quale solo fa casa, come con ogni chiarezza dimostrerassi appresso.
E perché con gli esempi si facci manifesto che molte famiglie nobili della Cava fussero salernitane antiche ed alcune di esse d’origine longobarda se n’apportono queste poche memorie per brevità, dalle famiglie dei Curte (de Curtis) nel 1278 Bartolomeo comprò d’Adelicia de Margerio pur di Salerno una Terra nel luogo detto Palmentata e leggiasi la di lui geneologia così: Bartolomeus qui dicitur de Curte filius q.m Landonis, qui fuit filius Matheis militis, filij Landulfi filij Marii, filij Ademari filij Adenulfi Comitis, (P.M.Prignano,Re pert.fol.90) sicchè queste generazioni importano sopra a duecento anni, ed il primo stipite Salernitano corrisponde verso l’anno 1050. 
Appresso poi nei tempi più moderni furono dette de Cava.  Dalla famiglia Longo leggasi in Salerno nel 1136: Robertus filius q.m Landonis, qui dictus est longus emit a Ihoanne Tramontano terram in loco Coraggiano, similmente nel 1149: Rogata filia q.m Domini Ursonis Longi, e poi dal 1400 sono i Longhi detti di Cava, dei quali finalmente nel 1519 Antonio e Vincenzo ritornati ad abitare in Salerno si leggono fra nobili dei seggio di Portanova (Ib.fol.165).
La famiglia della Monica pur della Cava vedasi esser anco Salernitana, leggendosi nel reale archivio che Matteo Della Monica di Salerno pretendeva sopra il jus delle foglie che si vendevano nelle botteghe di essa città insieme con le famiglie Comite e Guarna (1334 fol.122) a chi fu prima conceduto detto jus dal Duca Guglielmo (Priv.origini:) il che parimenti puote osservarsi d’altre famiglie, le quali indifferentemente or furono dette di Salerno, ora di Cava e particolarmente della Quaranta, la quale fu notata dal P.M. Prignano così: Quaranta de Cava seu de Salerno (P.M.Prignano rep.3 fol.283) perché essendo anticamente i casali di Salerno e la Cava facevano un corpo con la Città di Salerno e benchè a poco si dimembrassero, sicchè poi quando ebbe la Cava nome di Città furono del tutto separati, non di meno nel tempo degli Re Angioini vi era tal dipendenza che i giudici della Cava erano fatti dal Governo di Salerno, come il detto P.M.Prignano osservò nelli Archivi Reali (P.M.Prignano in Arch.Real.fol.20.1519) e benchè la curiosa osservanza di P.Prignano puote accertarne i curiosi di antichità dovendosegli indubitata fede per essere versatissimo in simili materie ed in faticabile nell’andare investigando le memorie Antiche delle famiglie nobili, particolarmente di Salerno sua Patria, quali avendo notate ne suoi zibaldoni che si conservano nel registro parte in due volumi prima della sua morte, i quali si conservano in Roma in Biblioteca Angelica, e vengono commentati con gran lode dal P.Abb. Ughelli famoso scrittore del’Italia sacra (Ughelli, Italia sacra praesertim fol.VII).
Fecero dunque dimora i Sig. Quaranta in quel luogo amati e riveriti da tutti per essere stati gli primi che vi facessero Casa, come anco in riguardo dell’antica Nobiltà loro, la quale non pure conservarono sempre, ma divennero ricchi e poderosi, il che si e’ manifesto quanto rasserenate le turbolenze di questo regno con la venuta di Carlo I e che fermò in Napoli la residenza Reale, mentre da ogni parte ci accorreva la nobiltà del Regno, per il desiderio di avanzarsi nell’impiego di servigi Reali, vi andarono ancor i Sig. Quaranta i quali furono riconosciuti per nobili, ed ammessi nei seggi di quella Città e nel Reale Archivio si leggono l’onorate memorie d’Angelo, Stefano, Ligoro, Venuto, Benvenuto, Sergio, Grazio e Paulo, e che questi venissero da Cava, e non fussero originarii Napoletani, ben puote argomentarsi dai nomi di Benvenuto e Grazio non praticati in Napoli, ma bene in questi Paesi, come anco nella famiglia Longo, i nomi di GiovanGentile, Ido, Raguccio, Giosuè, Provenzano, e simili, e nella famiglia de Curtis i nomi di Allegri, Pacifico, ed altri (Repertorio Prignano) che nel 200 udirgli davano indizio di Cavajoli; ma poco importa avessero qualunque nome i Sig.Quaranta ritrovandosi magnifiche memorie della Nobiltà loro, e ricchezza e che fussero cari a Regnanti et imparticolare se ne leggono li seguenti: Angelo fu da Carlo poi fatto Credensiero dello Sale nella Città di Napoli, ufficio che in quei tempi davasi a nobili di seggio, come si vede leggendosi in quella scrittura i suoi colleghi, con tale ordine Giovanni Vespolo, Donadeo Rossi, Abbraccia Benevenuto, Giacomo Severino, Angiolo Quaranta, Giovanni Brancaccio, Marino Rossi, Guglielmo Coppulo, Angiolo Puderico, ed altri nobili.
Trovasi anco Angiolo avere prestati denari al Re (1246 a fol. 41.42.43) insieme con Grazio pur de’ Quaranta e nel medesimo anno osservasi Benvenuto dell’isteso cognome con altri essere stato collettore della Città.
Sergio vien mentovato nell’istesso Registro di Carlo I, insieme con Giovanni Boccatorto (a. 1270), crederei che questo Sergio fusse della Piazza di Forcella si perché nè egli, nè alcuno discendente dei suoi si ritrova annoverato fra li signori Quaranta del seggio di Porto, nella congiura contro dei Griffi (della quale dirò appresso) come anco perché tra le famiglie nobili di Forcella, che edificarono la Chiesa di S.Agostino si conta la Famiglia Quaranta, da Cesare d’Engenio (Engenio. Napoli Sacra).  Figliuolo di Sergio fu Tomaso, di cui si ritrova memoria in un registro del Re Ruberto(1319).
Da Tommaso nacquero Biase e Giano (1336) ed ambedue annoverati si leggono fra i Valletti reali, essendo in uso che i giovanetti Nobili così allettati fussero nella Corte, Biase fu anco Hostario e familiare della Duchessa di Calabria, moglie di Carlo Illustre unico figliuolo del Re Roberto.
Egli si casò con Gristella Severina, dalla quale generò Antonio, Luciano, Flaminio, Iambo (Giovanni) e Gesualda; dei primi tre ill.mi si ritrovava scrittura di convenzione, fatta con Punzillo Isalla per alcune case; (Arch.S.Severino.Nap. arca 2.1376) nè si legge esservi intervenuto l’ultimo Ill.mo, forse perché era minore, non di meno egli si ritrovava menzionato con gli altri, in una rimunerazione fatta da Carlo III, a detti cinque figliuoli di Biase Quaranta d’annue oncie dodici d’oro, per servigi prestati alla Corona (1383-f.158) questo Iambo (Giovanni) ultimo figliuolo di Biase, crederei fusse quello Giovanni, il quale sotto il Re Stanislao fu mastro nazionale (1409,ex lib.Mag.rat.) officio maggiore de moderni Presidenti della Regia Camera, perché non pure aver ei cura del Real patrimonio, ma per non esservi allora Magistrato superiore, vien giudicato da molti al pari dei moderni Regenti; e fu decretato che non potesse ottenere tal ufficio chi non fusse nobile d’uno dei cinque seggi o dottore.
Da Iambo o Giovanni già detto nacque Aniello, il quale intervenne con altri nobili del Seggio di Forcella nella visita fatta da Nicolò Arcivescovo di Napoli della Chiesa di S.Maria a Piazza nel tenimento di Forcella; dal che si conferma che questo ramo dei Sig.Quaranta godesse in quel seggio, leggendosi così notasti i nomi di quei Nobili, che vi intervennero; (fede del lib.in pagamento di Not.Rug.Pezza): presenti detti nobili homini, e Venerabili de’platea Forizilla.
In primis Mag.co Dom. Porcello de Sicula, nobile Nardo Chianuta et nobile Athanasio Cotugno et Domino Petro Paolo de Sicula et nobile Anello Quaranta et nobile Ioanne de Hercules et nobile Ioannello Corvitello et Domino Anello de Alexandro.
Molto numerosi però si ritrovano i Quaranta nel Seggio di Porto, scorgendosi esservi stati Stefano, Ligorio, Venuto (e o Benvenuto) Grazio e Paulo ed altri dei quali solo Stefano era morto quando gli altri con loro figliuoli congiurarono con più di cinquanta altri Cavalieri del medesimo seggio contro dei Griffi e loro fazione.
Di questa congiura notasi nel Real Archivio che fu dato ordine al capitano di Napoli, che con il suo Giudice ed Attuario pigliasse diligente informazione della congiura ordita contro il Giudice Ligorio Griffo, ed altri di sua nazione, da molti Cavalieri del seggio di Porto delle famiglie Alopa, Castagnola, Ferrilla, Gennara, Quaranta ed altre, nominandovi cinquantacinque congiurati e fra questi della famiglia Quaranta annoverò Grazio, Nicolò, figliuolo di Ligorio; or fulminando gli ordini Regi conto dei congiurati, furono astretti allontanarsi dalla Città, fra i quali Nicolò figliuolo di Stefano si ritirò nell’antica Patria, per allontanarsi da tumulti, essendo i Griffi, non pure assai numerosi e potenti, m’anco di genio inquieti, con quali forse non sperava di potere avere pace buona e sincera.  E poichè s’abbia qualche notizia del genio di essi Griffi è da osservarsi nei medesimi Archivi Reali, che nel 1305 ritrovasi che, per tumulti e brighe fur confinati in Ebuli, Armandello con altri, Signorello, Sergio, Nicolò e Griffo dei Griffi nella città di Bari.
Quattro annui appresso quasi tutte le famiglie del seggio di Porto congiurarono contro di tal famiglia come si è detto nè per avere il Re proceduto con opportuni rimedii, s’estinsero i rumori, vedendosi risorta l’inimicizia tra essi Griffi e la famiglia Castagnola, una delle dianzi congiunte, poichè Rinaldo con gli altri ebbe briga con Alessandro, Carmino, Andrea ed altri de Griffi, nella quale pare che questi avessero la peggio, mentre leggesi che Paulo Castagnola, padre di Rinaldo fece istanza ed ottenne dal Re, che in quella causa si procedesse per via ordinaria et non ex officio,
per essere i Griffi molto potenti.
E quantunque il Re facesse da questi dar parola, e sicurtà de non offendere i Castagnoli, pure dopo sette anni ritrovasi che i già detti Alessandro e Carmine con altri loro fratelli ed altri uccisero Lorenzo, fratello di Rinaldo nell’uscire da Castello Nuovo (abitazione Reale in quel tempo) contro la data fede, perochè viene ordinato dal Re adirato che lor fossero demolite le case e s’esigesse la pena, ma questo non bastò ai Castagnoli, ritrovandosi che dopo sette anni, Rinaldo con altri assalirono Carmino ed Alessandro per vendicare la morte di Lorenzo lor fratello. 
Nicolò Quaranta dunque figliuolo di Stefano forse più degli altri intricati nella inimicizia dei Griffi, per isfuggire le brighe con famiglia così numerosa, potente ed inquieta e quel che più era
considerabile molto al Re cara (Campanile, nella famiglia Griffa) si risolse del tutto distaccarsi da Napoli, e fermarsi a viver vita quieta nell’antica Patria.  Era allora la Cava unita sotto il nome di Terra, ma del tutto dismembrata da Salerno, poichè come si disse, i suoi giudici erano fatti dal Senato Salernitano.
Il Castello di S.Adjutore (fra il quale e la Città di Salerno ed a questa più vicina d’ogni altra era la Villa dei Quaranta) quantunque per l’accennati motivi fusse pure unito alla Terra della Cava e particolarmente per essere con gli altri Casali donati al Monastero della Trinità dal Principe Gisolfo, non di meno in effetto come che anticamente era stato Castello di Salerno più a questa Città che alla Cava apparteneva; e se bene nel governo concorreva con essa Tera, dimostrava non di meno l’indipendenza nel creare il suo Sindaco a parte, come si vede dal privilegio del Re Roberto (Privilegio Reg.Rub.1339) il che proseguì a fare per molti anni appresso, per lo che pareva a Nicolò che standosi nella detta sua casa, non si dimembrasse dall’antica Patria Salerno, dove si vede che i suoi posteri abitassero imparentandosi con famiglie nobili come dimostrerò appresso, sicchè indifferentemente fur detti de Cava et Salerno, il che di sopra notai con l’autorità del P.M.Prignano.
Ma prima di parlare di questo Nicolò, dal quale discendono i viventi Sig.Quaranta della Casa di Monsignor Arcivescovo di Amalfi, non devo tra lasciare le memorie degli altri che si fermarono in Napoli dopo l’accennata congiura contro de Griffio, vidasi dunque Grazio uno dei congiurati essere stato persona di molta stima, poichè sei mesi appresso non pure era per grazia del Re Roberto, ma per le sue buone parti fu da lui destinato nel l’esazione delle collette, per la sua Piazza di Porto, insieme con Bartolomeo Guindazzo, Andrea Bozzuto, Errico Marogano, Pietro Cittolo e Pietro Commodio e sono chiamati, in quella scrittura, sex probi viri Civitatis Neapolis (Reg).
Nicolò figliuolo di Ligorio, ebbe per i suoi servigi provvisione di venti once annue, remuneratorie considerabile in quei tempi dal che puote raccorsi che non poco si faticasse in servigio del suo Re; fu padre del 2° Ligorio, il quale nella sua prima età fu valletto della Reale Casa (1346) da cui poi nacquero Nicolò e Giovannello, i quali si leggono essere procuratori, Francesco loro fratello, nè altre memorie ho letto.
Benutello o figliuolo o nipote del già detto Venuto, fu Giudice della Balliva di Napoli, insieme con Giovanni Cotamio.
Intorno a questi tempi ritrovasi ancora Letizia moglie di Pietro Giaquinto ed Isabella moglie di Tommaso Macedonio.
Ritornando ora a Nicolò figliuolo di Stefano, che partì da Napoli, egli fermò la Casa nella primiera sua patria, prese per moglie Caterina Longo (famiglia non meno antica che nobile, della quale uscì il Presidente Giovan Gentile ed altre persone qualificate) dalla quale generò Andrea, Giacomo e Ruberto.
Da Andrea nacque Matteo, da Giacomo, Giannotto e da Ruberto, Antonello.
Questi tre cugini temendo che per lunghezza di tempo rimanesse sconosciuta la di loro Origine da Stefano e Nicolò Cavalieri Napoletani (giacchè così nella Cava, come altrove molti ve n’erano dell’istesso cognome) si risolsero fondare uno jus patronato della Famiglia, per mezzo del quale si conservasse in futuro la memoria del’antica nobiltà loro; sicchè sempre essi ed i loro posteri fussero conosciuti distinti dagli altri.  Nel 1415 dunque Giannotto ed Antonello a nome proprio e come procuratori di Matteo loro cugino eressero il jus patronato, edificando dentro la Parrocchiale di S.Nicolò in Dupino, una cappella in onore di S.Caterina, assegnandoli convenevole entrata, conforme a quel tempo, riserbandosi per sè e loro Successori il ius presentandi il Cappellano.
E che fine particolare di essi fusse il distinguersi dagli altri di tale cognome si vede chiaro perché asseriscono fondare e dotare alla Cappella, perché vi si celebrassero messe e si pregasse per l’anime de loro antenati, nominandogli fino a Stefano nobile dicendo: In qua eadem cappella Ioannelius Antonellus et Matteus dispositi sunt dare quod libet annuo, in perpèetuum, pro dicendis missis ibidem et rando pro animabus suorum pa truum; nec non communis corum avi et ave paternae q,m Nicolai filii Stefani Quaranta nobilis Viri civt. Neap:et q.m Catharine de Longo Civ. Cavae (Copia fundat juris Patronat:ex Orig:in pergam:in Curia Cav: p.D.Placidum Quaranta die 3 Jun:1630).
E’ picciolo contrassegno sarà che avesero avuto mira al separarsi e distinguersi dagli altri, l’avere chiamati in questo contratto per testimonij Tommaso, Martuccio, Stazio, Errico e Carluccio tutti cognomati Quaranta, ma che alla loro famiglia niente appartenevano: dalla quale al presente solamente vivono Monsignor Arcivescovo d’Amalfi, il dr Aniello di lui fratello con i suoi figliuoli e D. Placido il quale gode del jus patronato, come si dimostrerà appresso.
Da Giovannetto nacque GiovanMatteo, da cui non apparono figliuoli, come raccogliesi dalla presentazione fata da Andriello e nipote di Matteo, uno dei primi fondatori (V.processis:Juris Patron:in Curia Ep:Cav:). 
Antonello figliuolo di Roberto fu padre di Bernardo e Bernuccio ambidue Dottori in legge: Bernardo e parimenti di gran valore e famoso nell’arte militare fu armato Cavaliere da Re Ferdinando il vecchio e diede gran saggio del suo generoso spirito guerriero nelli tumulti e ribellione de Baroni sollevati contro del Re nel principio del suo regno, poichè con due suoi figliuoli ed altri gentiluomini della Cava dall’armi nimiche, fermandola nella fede Reale, impiegandovi infaticabilmente la persona e la roba in servigio del Re suo Signore del che questi ne fece ampia testimonianza in un suo Privilegio (1460) nel quale chiamandolo Cavaliere e dottore e raccontando i servigi fatti tanto da lui, come dai suoi figliuoli lor concedette esenzione ed immunità non solo dalle ordinarie collette, ma da qualsivoglia imposizione, tassa o pagamento per tutto il Regno, con esimergli anco da qualunque servigio personale dovuto alla Reale Corona.
E nel medesimo anno ritrovandosi a nome della Città della Cava appresso il Re, insieme con Pietro Cola Longo, Lionello de Curte, Tommaso Gagliardo, Petrillo della Monica, e Perosino Giordano, ai quali benchè il Re dicesse che dimandassero grazie essi non vollero supplicarlo di cosa alcuna, laonde il generoso Re non sapendo che concedere a vassalli si degni da quali si teneva ottimamente servito, volle che nel ritorno loro portassero alla Città un privilegio da lui firmato di propria mano e col suo Real suggello in carta bianca, (priv.in Archiv.Civ.Cavae) acciò vi scrivessero quanto sapesser desiderare.
Ebbe ancora Bernardo dal medesimo Re privilegio di poter estrarre in ciaschedun anno dal Regno cinquanta carre di grano; (In R.Cam.Sum.ex 24 fol.18 1460) che poi del pari fusse nelle lettere eccellente il dimostrò con essere stato Regio Auditore nella Provincia di Terra di Bari.  Fra i figliuoli di Bernardo ritrovasi Alessandro e nipote di esso.  Bernardo che par fusse GiovanBernardo (così nominato in memoria dell’avo) il quale ebbe per moglie Geronima Cavaselice, la di cui madre fu Francesca Ruggi, famiglie ambidue della primiera nobiltà di Salerno, nel seggio del Campo.
Bernuccio, l’altro figliuolo fu parimenti dottore in legge il quale facendo casa in Salerno si vede fra que’ nobili, poichè si ammogliò con Polita Guardata, sorella di quel famoso letterato Masuccio ed ambidue figlioli di Lisio Guardato e Margarinella Mariconda (Prothocoll. Notar Iuliani Barbarisi) pur nobili in Salerno, e del medesimo seggio del Campo; sebbene la Guardata era originaria di Sorrento, dove anco oggi giorno risplende, non meno per antica, che chiara nobiltà: ebbe dalla Guardata Bernuccio tre figliuoli, Colantonio, Barnaba e Pierluigi, li quali si applicarono allo studio delle lettere.
Il primogenito Colantonio s’impiegò nelle scienze ed in altri esercizii degni, il quale che fusse nobile Salernitano si legge in molte scritture parti colarmente nel libro de’decreti della medesima Città dell’anno 1521 nel quale si vede chiamato ed annoverato fra nobili, (Lib.decret.1521 a fol.L, in Arch.Civ.Sal.) che fusse nobile del seggio del Campo, come pure l’attestò il P.M.Prignano di tutta la famiglia, nel suo primo repertorio grande, (Prign.  Rep.fol.154 T.L.) (nel quale, notando le memorie delle Famiglie nobili scritte sopra lo scudo dell’armi, ne’quali di tre seggi godesse e sopra lo scudo della famiglia Quaranta notò Quaranta del Campo) ma se ne leggono infinite cedule di chiamate di nobili di quel seggio, le quali nell’anno 1647 furono bruciate dal popolo con altre scritture pubbliche e private in quelli tumulti e sollevazioni popolari, non di meno molti nobili di fede degni del me desimo seggio del Campo, i quali prima avevano veduto e lette esse cedule attestano avervi osservato il nome di Colantonio Quaranta: (fede del degn.Archidia.no Granito e del Sig.Giulio Ruggi e del Sig.D.Giuseppe Astiopica) e finalmente si legge espresso in una lite del benefico di S.Maria d’Alimonda agitata da Colantonio ed il Canonico Antonio suo figliuolo contro quelli della famiglia Solimena, nel qual processo in più luoghi sono dette ambedue queste famiglie Quaranta e Solimena nobili dell’istesso seggio del Campo: (Proc.Oriig.in Curia Arch. Salernitana) fu Colantonio per la sua Nobiltà e virtù carissimo al Principe Antonello Sanseverino, dal quale egli ebbe in dono quella parte delle voci di detto jus patronato di S.a Maria d’Alimonda alla sua corte ricaduta, (ex codem proc.) e ne ricevette favori ricordandosene anche nell’ultimo testamento che fece morendo in Sinigallia; (ex test.privato 1498) prese per moglie D.Colantonio Giovannella della Queva nobilissima Spagnuola (la cui sorella si maritò con Carlo Grillo nobile del medesimo seggio del Campo) dalla quale Giovannella generò Antonio che fu Abate e Canonico della Cattedrale di Salerno (ex eodem proceso) e una figliuola chiamata Fenicita; rimasto vedovo si ricasò con Chiarella della Porta Salernitana, la di cui nobiltà basti solo ad accennare che il Principe Gisolfo chiamò suoi parenti Gaiferio ed Alberto della Porta; e da questi discese quel Eufranone Vice Re di Sicilia e chiarissimo per altre dignità (Id.f.139 ibid) la cui sorella Regale fu moglie di Giacomo Sanseverino Conte di Tricarico, edificò la Chiesa di S.Maria della Porta dei Padri Domenicani in Salerno l’anno 1275 come frontespizio di essa chiesa si legge.
Da lei ebbe Colantonio GiovanVincenzo e GiovanRoberto dei quali appare successione.
Barnaba attese allo studio delle leggi ed ottenuto il grado di Dottore ritrovasi essere stato Giudice e Luogotenente Generale di S.Pietro Cerviglione, (in Cancel:fol.32.1503) dove ratificò una rinuncia fatta da Nicola suo figliuolo già detto nobile di Salerno. (Scritt.Orig.).
Pierluigi, l’altro fratello fu molto caro al Cardinale Giovanni d’Aragona, figliuolo del Re Ferdinando ed Arcivescovo di Salerno, di cui fu familiare e commensale (In Regis.3.Card.Arag. fol.270 in Arch.SS.T.Cav.) ritrovasi anco di esso memoria in una scrittura fatta dal suddetto GiovanBernardo a Francesca Ruggi sua suocera. (inst.in proc.appo il Sig.D.Giulio Ruggi).  Ritornando alla serie della diretta dicendenza da Stefano e Nicolò suo figliuolo Cavalieri Napoletani detti sopra, d’Andrea figliuolo di Nicolò nacque Matteo (del jus patronato della famiglia uno de’fondatori) il quale fu padre d’Andriello (ex proc.Jus patron.) e di questi furono figliuoli Ferdinando, GiovanFilippo, Giacomo, Marco e Simone, de’quali quattro ultimi fratelli si legge altro che i loro nudi nomi nel processo del Jus padronato.
Ma Ferdinando il primogenito fu uomo di gran valore, come pure per la perizia delle lettere, nelle quali s’impiegò sin dalla prima gioventù, ma per la sua gran capacità ed attitudine che dimostrò ne politici affari, accoppiandovi un’assidua infaticabilità d’ingegno e della persona, per lo che fu molto caro al Re Ferdinando il vecchio, e ad Alfonso suo primogenito, come chiaro si scorge da 29 lettere regali a lui scritte per affari importanti della Corona, (Lett.Origini.appo D.Placido Quaranta) (in quelle chiamandolo il Re Nobile Familiare, Fedele, Togato, Cancelliere e Commissario Regio) leggesi parimente essere mandato in Otranto, e terra di Bari per negozi importanti, con ordine che come Ministro Regio, per tutto fusse ben ricevuto, e nella Reg.Camera si vede esserli stati pagati denari per sua provvisione, (Arch.R.C.Sum.1481 fede dell’Arch.Toppi) fu poi mandato fuori del Regno, e prima nell’Avellina coll’Ambasciatore del Duca di Ferrara; indi alla Morea ed a tal fine dal Re li furono pagati denari (ex lib.  Te saur.8 fol.88 e 230) appresso fu impiegato dal Re in diverse Ambasciate in Italia, come ad Innocenzio VIII Sommo Pontefice, al Duca di Milano ed alli Sig.Gonzaghi per affari importanti: ed in particolare osservasi in esse lettere che col titolo di Commissario gli fu imposto d’assistere in alcuni maneggi, che ricercavano grande accortezza e fedeltà, come appresso il Sig.Virginio Orsino Capitano dell’armi Regali nella Marca e luoghi convicini, in tempi assai gelosi, poichè il Re quantunque professasse ossequio al Pontefice non di meno giudicava bene in sergreto favorire quei sudditi alla Chiesa poco ubbidienti per suoi interessi ed in molte occasioni gli scrisse con tale confidenza, che ben si potè scorgere che il Quaranta aveva la midolla de’sentimenti Reali, quanrunque l’Orsino avesse il comando dell’armi, particolarmente ne’movimenti degli Aquilani, e fazioni degli Anolani, scrivendo il Re prima a lui, e con maggior confidenza, che all’Orsino così parimenti gli scoprì gli intimi suoi sentimenti intorno al dar aiuto a Senati e condotto a Padiglioni bene spesso a sè li chiamava per comunicarli a voce cose importanti, che non giudicava fidarle allo scritto: davagli il Re per suoi servigi provvisione ordinaria (fede di Toppi.Artch.della R.C.S.ria 1488) ed oltre a ciò gli aveva conceduta la Mastrodattia di Foggia e della Cava, con potestà di esercitarla per mezzo di persona da lui sostituita (Priv.Orig. 1469) ed il Cardinal d’Aragona Commendatore della Corte Eclesiastica della Cava vi aggiunse la Mastrodattia di quella Chiesa, sicchè veniva a godere esso Quaranta gli emolumenti dell’Ecclesiastico e temporale in essa Città: non v’è dubbio che più altamente sarebbe stato remunerato se i tempi calamitosi della Reale Casa d’Aragona non avessero troncato ogni speranza. 
Morto il Re Ferdinando par che avesse a cuore di farlo Alfonso II suo figliuolo il quale essendogli affezionato quando era solo Duca di Calabria, dopo che fu coronato nel Regno paterno s’avvalse di lui mandarlo suo Ambasciatore al Re di Tunisi (e per quanto può penetrarsi) perché insinuasse al Turco, quanto temer dovesse di Carlo VIII Re di Francia incamminato al conquisto del Regno di Napoli, ed in questa Ambasciata seppe così bene adoperarsi Ferdinando che (aggiuntavi d’altra parte le richieste del Papa Alessandro VI) il gran Signore mandò a’ Veneziani un suo Ambasciatore, minacciandogli di guerra se non si dichiaravano contro il Francese, come pur finalmente ferono collegandosi con il Papa, con il Re dei Romani e di Spagna e Duca di Milano perlochè fu costretto ritornarsene in Francia (Argentone libro 3,C.15) quantunque standosi in questi maneggi di lega, senza ritrovare chi gli facesse minima resistenza quel giovanetto Re s’impadronì del Regno, essendosene fuggito Alfonso in Sicilia, ed all’arrivo di Carlo, anche il Re Ferdinando suo figliuolo, che egli l’aveva fatto coronare in queste turbolenze: Ferdinando quantunque fusse aragonese, non fece perdita delle cose che aveva perché il Francese vedendo stabilito nel Regno di nuovo acquisto, con rendersi affezionati i vassalli concedette un privilegio generale che ognuno fusse mantenuto nel suo possesso (l’istesso Argentone nelle sue Memoerie, libro 5 cap.14) avendo solamente nel principio a pochi tolto gli stati loro ma in generale a sudditi fate assaissime grazie e tolte molte
gravezze.
In virtù, dunque di quella mastrodattia e gli ne fu spedito nuovo privilegio dal nuovo Re Francese, (Priv.Car.VIII Copia orig.apud D.Palcidum Quaranta) come anco in riguardo della Mastrodattia di Foggia gli ne fu spedito un altro da Guglielmo di Villanova fatto nuovo Conte di Foggia;(op.D.Plac. Quaranta) ritrovasi poi memoria di Ferdinando di avere presentato il juspatronale della famiglia, il Cappellano delle due voci che egli aveva furono di lui figliuoli GiovanTommaso, Benedetto e D.Placido Sacerdote (sic).
GiovanTommaso fu familiare della Regina Giovanna vedova di Re Ferdinando, e Sig.della Cava, dalla quale gli furono confirmate le già dette Mastrodattie, rinunciategli da suo padre, (1515)(pri.apud.D.Placidum Quaranta) le quali anco le confirmò il Re Cattolico (priv.1515) a cui già era pervenuto il Regno.
Da GiovanTomaso nacque Giulio dottore di legge, che si ritrova essere stato Giudice Regio nella terra di Stilo in Calabria, (1566) dove morì, avendo lasciato un altro GiovanTommaso, il quale fu padre di D.Matteo e D.Placido sacerdote, e questi fu ultimamente presentato il juspatronato da Fulvio Carmino Saluto ed Angiolo suoi fratelli quali tutti sono morti, senza lasciar prole maschile. Benedetto, l’altro figliuolo di Ferdinando si legge in d.o processo del Juspatronato dicendo sui essere presentato da lui  per proc.re alla d.a Cappella Marino figliuolo ed erede di esso Benedetto figliuolo di Ferdinando, (ex eodem processo) ritrovandosi Benedetto ben agiato di beni di fortuna e
stimando a suoi generosi disegni angusta la città di Cava, si illegibile.
Risolse ripassare in Napoli da dove erano venuti gli antenati suoi e fermarvi la Casa.
Comprò dunque un palazzo nel quartiere di Montagna nel Vico Sopra il Pozzo Bianco, il quale dell’antica abitazione e qualità della famiglia, sin oggi giorno dicesi il vicolo delli Quaranta, la quale casa sinora da suoi discendenti, che sempre hanno vissuto nobilmente, e sfuggito di esercitare uffici populari per non pregiudicare alla nobiltà loro.  Marco nacque da Benedetto.
Anco Marino nacque da Benedetto, ed impiegatosi sin da fanciullo nello studio delle leggi  divenne famoso avvocato ne’Regi tribunali, accoppiando alla sua eminente dottrina una notabile integrità di vita, del che ne fa testimonio Stefano, suo figliuolo, che nella somma del Bullario da lui composta, apportando un testo di Bartolo così aggiunse: ubi excellens Marinus Quaranta pater meus consultus et advocatus nemini secundus vita et doctrina conspicuuus in eius dictis per Bartulum multa addidit.  Ebbe Marino per moglie Prudenzia Gagliarda di quello stipite donde discese Muzio Cavaliere di Malta (Fede della Città di Cava) il quale eresse quale magnifico elogio nella Cappella di sua famiglia dentro la chiesa di S. Maria della Nova in Napoli, ne’ quali vengono
spiegate in parte le glorie e dignità de’suoi maggiori.
Dalla Gagliarda generò Marino Claudio e Stefano, questo divenuto uomo di chiesa, fu canonico della Cattedrale di Napoli ed essendo famoso giuriconsulto fu da tutti ammirato e stimato; compose la somma dello Bullariio opera che va per mano delli leggisti, nella quale oltre della fatiga dei autori vi si conosce la sua gran dottrina nelle sue erudite annotazioni ed addizioni, con quali diede saggio in parte del suo gran talento del suo raro ingegno.
Claudio l’altro figliuolo di Marino fu pure dotore in legge e si casò con Caterina de Rosa, sorella di Theodoro (che fu giudice di Capova) e zia paterna di Giuseppe R. o C.re persona di rara bontà e dottrina a tutti nota ed anco di Tomaso Vescovo di S.Angelo e Bisaccia, la quale famiglia fu sempre cospicua e nobile nella Città della Cava e potesi scorgere particolarmente da un antico Juspatronato di più di duecento anni di essa famiglia, nel quale furono detti nobili, nè vi mancarono uomini guerrieri, de’quali molti ancora vivono con carichi militari.
Ebbe dalla detta moglie Claudio, Stefano, Gennaro e Aniello.  Stefano nella sua prima età fu chiamato da Dio a servirlo nella Religione dei Teatini e quivi del pari avendo appreso purità di vita e lettere umane, divenne perciò a tutti riguardevole e vien celebrato dal P.Ughelli con tale elogio (Italia Sacra t.VII in Arch.Amalf.): Illumanarum divinarumque rerum summis viris comparandus.
Egli nello stato privato di religione, sin dalla prima gioventù, diede gran saggio, poichè fu lettore di Teologia in Napoli ed in Roma e della Congregazione de Propaganda in Napoli, ancora Consultore del S.o Ufficio e consultore della Sacra Congregazione dei Riti; laonde avendo avuto largo campo di manifestare il suo gran talento nel fior degli anni suoi, in età che non passava i quaranta anni rese adorna la sua Famiglia Quaranta colla dignità dell’Arcivescovado di Amalfi, conferitogli di proprio moto dal Pontefice Innocenzio X, qual si fusse il suo zelo nel primo ingresso verso della sua chiesa, da lui adornata con rifare anco il Palazzo, con abbellirlo di quanto vi faceva bisogno, vien attestato da quel Elogio, che due anni appresso gli fu eretto dalle dignità e Canonici di Amalfi (cosa rara ne’prima praticata da quel R. Capitolo) ed avendo poi sopra altri venti anni proseguito dirigere quella Chiesa, con pari zelo, e bontà si rendè ad ogni stato di persona non meno amabile e riverito.
Gennaro fu Canonico della cattedrale di Napoli, e Vicario delle Monache di essa Città, ufficio difficile e di gran confidenza solito darsi dagli Arcivescovi a persone di sperimentato merito e valore, si conobbe la di lui prudenza nelle passate sollevazioni e tumulti popolani, quando il tutto andando sossopra non succedette però in tali Monasteri di Monache minimo inconveniente del che gli rese grazie il Sig. don Giovanni d’Austria, come anco per gli altri servigi fatti alla Corona (lett.di d.Giov.Orig.). 
Aniello solo fa casa in tutta questa nobil famiglia, della quale è rimasto unico ceppo, egli nella prima gioventù prese il grado di dottore in leggi, si casò con D. Ippolita Mascambruno, famiglia tanto antica e nobile di Benevento, che stimò soverchio dirne altro, bastando solo averla nominata.  Da questa Signora abbe quattro figliuoli, Domenico Dottor in legge, don Stefano Maria, teatino, Tommaso e Giovan Battista pur dottori in leggi, i quali così come sono giovani che danno di loro alte speranze, così daranno altra materia a’posteri d’accrescere lodi a così Nobile ed Antica Famiglia.
Usa la Nobil Famiglia Quaranta per arma: una fascia vermiglia in campo d’oro,e dentro di essa fascia vermiglia quattro numeri di dieci, in questa forma, con corona sopra tre stelle, tre monti e vipera.
In memoria dell’Antica origine di Quaranta.
Anno Domini 1660.

 

Per devozione  di Casa Quaranta 2

Per devozione di Casa Quaranta 2

Nozze Meli Lupi Quaranta - Radicati

Nozze Meli Lupi Quaranta - Radicati


Casato inserito nel 1° Volume di "LA STORIA DIETRO GLI SCUDI"

Copyright © 2007 www.nobili-napoletani.it -
All rights reserved 

 

*******************

  Elenco Famiglie nobili - dalla A alla B Elenco Famiglie nobili - lettera C

STORIA DELLE FAMIGLIE NOBILI:

Elenco Famiglie Nobili - dalla Lettera D alla lettera H Elenco Famiglie nobili - dalla I alla N
  Elenco Famiglie nobili - dalla O alla R Elenco Famiglie nobili - dalla S alla Z

*******************

Cosa dicono i quotidiani Pubblicazione libri Eventi