Ovvero delle Famiglie Nobili e titolate del Napolitano, ascritte ai Sedili di Napoli, al Libro d'Oro Napolitano, appartenenti alle Piazze delle città del Napolitano dichiarate chiuse, all'Elenco Regionale Napolitano o che abbiano avuto un ruolo nelle vicende del Sud Italia. 

Famiglia Suriano

- Parte prima -
A cura del Conte don Pietro Giovanni Suriano

Arma:
ramo di Sicilia: d'oro alle tre sbarre cucite d'argento;
ramo di Calabria: di verde alla fascia d'azzurro accompagnata in capo da due pali d'argento e in punta da due bande dello stesso.
Motto:
Servus Dei Presidium populi.


Stemma inquartato con le armi della Casata Suriano di Piazza Armerina e Suriano Ralles di Crotone, pregevole opera in ceramica calatina
del Maestro Liguori, una copia dell’arma, sempre del Maestro Liguori, è visibile presso uno dei più antichi circoli dell’Unione in Italia:
Circolo dell’Unione e della Cultura di Piazza Armerina.

Le origini della "Camara tra storia e leggenda"

Le origini della "Camara" dei Suriano, ovvero della casata, sono assai vetuste e fanno riferimento ad una stirpe denominata de Soria, che possedeva vastissimi territori sia a Cihuela che a Esteras de Medinaceli, molto vicini a Soria, città antica del Léon posta a 1200 metri, famosa per la resistenza che sollevò all’occupazione romana. La casata era composta da una famiglia molto numerosa ed unita, ricchissima, che abitava una Aldea (borgo fortificato) in Cihuela, permettendosi pure la possibilità di mantenere una compagine di uomini in arme. Sin dall’inizio furono fedeli sudditi dei sovrani del Léon da cui ottennero la nobiltà de Hidalgos. L’arma che li distingueva era al campo d’oro con una sbarra d’argento cucita. Ciò avveniva attorno all'anno 900 d.C. Ma notizie più certe, legate alla tradizione familiare, indicano come vero fondatore della dinastia: Don José de Soria, che lasciata ai suoi familiari la gestione dei vasti feudi posseduti, si dedicò alla ventura delle armi prestando la sua notevole abilità di cavaliere e stratega al re del Léon don Alfonso VI che avrebbe riunito i regni paterni di Castiglia, Léon e Galizia, divisi dopo la morte del padre, per volontà della moglie, equamente ai tre fratelli nel 1065. La guerra fratricida condotta soprattutto contro don Sancho II, cui s’era alleato il famosissimo condottiero Rodrigo Diaz de Bivar (o Vivar) meglio conosciuto come el “Cid”, fu alfine vinta nel 1073 da Alfonso VI. Ciò andò in merito a don José de Soria, che pare avesse salvato proprio il re Alfonso da una improvvisa sortita degli uomini del Cid, cangiando le sorti della battaglia finale. Don Josè divenne rico Hombre de Fuero del Léon e come Barones del regno partecipò in seguito alla crociata dei nobili detta appunto dei baroni nel 1099, che giunse in soccorso alla prima crociata detta dei “pezzenti”. Don Josè acquistò invidiabili meriti e vestì la croce dei Cavalieri del Santo Sepolcro, ottenendo anche numerose terre in Palestina e per tale motivo che pare fu avviata la tradizione nei rami delle varie successioni dei Suriano a servire Cristo sotto la veste dei Cavalieri Gerosolimitani. Don José divenne famoso in tutti i regni di Spagna e soprattutto in Aragona, dove i suoi successori si trasferirono definitivamente già agli inizi del 1200, gli uomini d’arme della casata, molto abili condottieri, entrarono nella leggenda  per le loro gesta specie quelle riportate nella guerra del Léon e nelle battaglie in Palestina, furono denominati los “Sorianos” dal cognome del loro condottiero. Successivamente tale denominazione degli uomini d’arme della casata doveva divenirne poi il cognome definitivo, prima Soriano e poi definitivamente Suriano quando giunsero in Sicilia a seguito dell’inflessione dialettale.
Regnando don Pietro III di Aragona e I di Sicilia, Don Juan de’
(1) Suriano a ragione del valore delle sue armi e quale barone del Regno, fu invitato dal sovrano ad unirsi alle armate aragonesi inviate in soccorso dell'aiuto richiesto dai siciliani al re aragonese, dopo la cruenta rivolta isolana meglio nota come i Vespri siciliani del 1282 contro l'arrogante occupazione angioina.


La Flotta angioina all'assedio di Messina

Don Juan Suriano già barone del regno d'Aragona con la dignità di rico hombre de senera y Fuero de Aragon, così venivano indicati i barones maggiori o del regno, rispose ben presto al richiamo del re d'Aragona e con le sue truppe d'origine catalana, una volta sbarcato in Sicilia, nei pressi della grande città di Palermo, si diresse verso Piazza Armerina strategica roccaforte allora conosciuta come Platea o Plutia, divenuta Plaza in lingua spagnola. Presidiò con la sua armata le scorrerie degli Angiò controllando così la Sicilia centrale fino al mare di Gela: da Castrogiovanni (attuale Enna) a Caltanissetta e da li fino a Gela attraverso le valli dell’omonimo fiume e sino a Caltagirone importantissima roccaforte della resistenza della compagine latina, alleata degli Angiò, insieme ad Aidone e Assoro e tutta la valle del Dittaino.


Sciabola da cavalleria araba, detta comunemente scimitarra, donata a Don Juan III Suriano, Primo Gran Priore dei
Gerosolimitani, dall’emiro arabo Alì Ibn Yussuf discendente del Saladino e Principe di Damasco.

Giuramento di Fedeltà di don Antonio Andrea Suriano, del ramo di Castrogiovanni

Regnando Don Giovanni II d’Aragona e succeduto a Alfonso V d’Aragona deceduto nel 1458, tutti i baroni del regno dovettero prestare nuovo giuramento di fedeltà e di successione alla investitura precedente ricevuta, così avviene per tutti i baroni vassalli dei feudi del regno. In questo caso don Antonio Andrea Suriano, del ramo di Castrogiovanni, presta giuramento di fedeltà al Re in presenza del Signor Viceré ove aveva in precedenza prestato giuramento il capo della Casata don Angelo Achille in qualità di barone del Regno nella sede del palazzo proprio a Calascibetta, posta a ridosso di Castrogiovanni. Il documento sotto risportato mostra l’importanza dell’investitura quale imprescindibile rinnovo di fiducia del Re verso i vassalli insieme a molte altre cose tra le quali possiamo notare la qualifica sovrana del barone con diritto di mero e misto impero ossia: serenissimo barone. Tale aggettivo superlativo poneva il barone nelle vesti di sovranità reale presso il feudo o la marca o qualsivoglia concessione feudale, in completa autonomia, non a caso viene rimarcata la parola di origine germanica: Baro e non barones, che in quella antica lingua alana significava principe affrancato dalle leggi, ossia in poche parole: sovrano, poiché lui stesso emanatore di leggi. Il titolo di barones è successivo di qualche secolo, propriamente utilizzato in sostituzione, quando finite le dispute baronali un po’ in tutta Europa si iniziò un lungo processo di autonomia delle signorie e dei comuni, che affrancandosi in toto od in parte dalle sovranità dell’impero o dei regni cominciarono a utilizzare i vari mandati sovrani come puri e semplici titoli di nobiltà. In sintesi nel medioevo il titolo di barone era collegato a quello di sovranità deputata dall’Imperatore o dal Re e sovente se non quasi sempre accompagnata da un titolo nobiliare a seconda della vicinanza o meno alla reale casata ed alle concessioni feudali affidate in vassallaggio.

160. [1459, maggio 31, indizioneVII, Calascibetta]

[f.38v] - Eodem

Antonius Andrea Suriano in presencia illustris domini viceregis

personaliter constitutus tactis sacrosanctis scripturis iuramentum

fidelitatis ac ligium et homagium manibus et ore comendatum

iuxta pragmaticarum et constitucionum regni continenciam et

tenorem quod erit fidelis servitor vassallus et baro serenissimo

domino nostro regi et heredibus et successoribus suis in hoc regno

ac promisit fidelitatem secundum formam iuris pro pheudo de

Ramulsuru in manibus dicti domini viceregis prestitit et tribuit,

presentibus supradictis testibus.

v. anche Canc. 100, f. 107v.

Sul margine sinistro di altra mano:

Pro Antonio Andrea Suriano feudum Ramulsuru.

Nel secondo foglio la notifica ufficiale dell’avvenuta investitura

Piazza Armerina e la Sicilia nuova patria dei Suriano

Piazza Armerina è molto vicina alla attuale Enna, florida e strategica città posta nel cuore di Sicilia, che grazie alla sua posizione geografica favorevole, controllava le vastissime coltivazioni di grano e di cereali nonché il loro trasporto, che in quei tempi avveniva anche e soprattutto mediante il fiume Gela allora navigabile fino al porto dell’omonima città posta strategicamente sulle sponde del canale di Sicilia e dunque importante crocevia delle rotte da e per il continente Europeo, Asiatico ed Africano.


Castello di Piazza Armerina

Fino al 1600 i Suriano scelsero Piazza Armerina come residenza e a ragione del fatto che ebbero spesso mandato reale quali magistrati, delegati della corona o capitani di giustizia e d’armi, nelle province del centro sud del regno di Trinacria, un ramo della famiglia con Giovanni Pasquale ebbe residenza a Castrogiovanni, questo era il nome della attuale Enna. Alla fine del 1600 i Suriano del ramo principale della casata si spostarono a Catania, dopo il terribile terremoto del 1693. Fu a Catania che don Giovanni V eresse un palazzo per godere della vicinanza della nobiltà più famosa dell’isola e soprattutto della gestione dei mutati interessi economici della casata, che basata sui proventi delle colture agricole ora s’era spostata ai grandi commerci con il continente, favorendo così la necessità di avere grandi depositi di mercanzie vicinissimi ai porti del mediterraneo. 
A Piazza Armerina esiste ancor oggi una "porta catalana", per ricordare la notevole compagine di spagnoli presente nella città successivamente al vespro e nel periodo della lunga guerra dei 90 anni che insistette sull'isola, guerra combattuta tra i siciliani e gli aragonesi da una parte e gli angioini dall'altra e che portò vanto alla marineria dell'isola per le numerose vittorie riportate dai siciliani ed aragonesi sulla flotta francese, celebre e passate alla storia sono: la beffa di Ognina, apoteosi strategica del grande Almirante e gran Conte don Artale Alagona. Piazza Armerina godeva di una estensione territoriale che era tra i più vasti dell'Italia del sud, a quei tempi pare superasse i 600 Km2. Contava ben 101 Feudi con altrettanti nobili che ne detenevano la titolarità. Infatti Piazza Armerina è a tutt'oggi ricca di splendidi palazzi medioevali e di chiese di stupenda architettura, alcune delle quali risalenti al periodo di Simone del Vasto Aleramico, come quella del Gran Priorato di Sant'Andrea del 1144 dallo stesso conte donata ai gerosolimitani.
La nobiltà antica dei Suriano ed il loro prestigio presso la corte d’Aragona, era così famoso che presto un giovane rampollo della famiglia, don Giovanni III, che aveva con onore vestito l’abito dei Cavalieri gerosolimitani e fatto conoscere le sue epiche gesta in Palestina che gli valsero l’amicizia dell’Emiro di Damasco, fu creato Priore proprio del priorato di Sant’Andrea che elevavo il medesimo al 35° posto fra i pari del regno in quello che fu il primo vero parlamento europeo. Ovviamente oltre alla fama del giovane condottiero e crociato valse molto la nobiltà della Camara quali Ricos Hombres de senera, erano i pari del re e potevano inalberare il loro stendardo "llevar alzados los pendones" accanto a quello reale nelle grandi occasioni ed in guerra.
Ma fu la grande amicizia tra don Giovanni III Suriano Priore dei Cavalieri gerosolimitani fuori dalla Palestina in Sant'Andrea e Sant'Elia di Piazza Armerina e i Martini, sia il Giovane che il Vecchio o l'Umano e con la regina
Maria di Sicilia (detta anche d'Aragona, regina di Trinacria dal 1377 al 1401), che accrebbe enormemente il potere nel regno di Trinacria della casata principale dei Suriano.
La Dinastia poteva vantare un ben organizzato esercito autonomo, che sotto gli auspici d'Aragona, permise anche al fratello di don Angelo Achille, don Giovanni Pasquale I di ricevere la promessa del Re di governare la vasta contea di Ramursura, già nel 1347 - 49, a ragione della sua vittoria contro le armate del barone ribelle il conte di Assoro don Scaloro degli Uberti e capo della frangia latina.
Don Angelo Pasquale al comando delle armate della casata, fornite dal fratello e di quelle reali aragonesi, sconfisse, sotto le porte del Castello di Assoro, don Raimondo Manganelli che godeva fino a quel tempo della baronia di Ramursura o come era conosciuta Ragalmursuri, nome derivante dall'arabo Rahal Bn Mussuri (fortilizio di Bn Mussuri).


Casale dei Campieri” di Ramursura (Ragalmisuri o meglio Rahal bn Mussuri)

Il barone Manganelli era il maggiore alleato del conte degli Uberti. Don Scaloro subì la stessa sconfitta dopo l'assedio del suo castello e perì in questo definitivo scontro. Ciò dette maggior lustro alla casata dei Suriano che allargò notevolmente i confini del suo governo fino a giungere alla contea di Priolo e di Melilli affacciate sul mar Ionio, confinanti con il territorio dei Moncada di Augusta. Inoltre vantarono l'incarico di grandi Siniscalchi reali e ministri in Aragona e Trinacria. Operarono sempre per il miglior governo possibile, nel rispetto della giustizia per il popolo e fedelmente legati alla corona d'Aragona fino alle mutate sorti della storia (1707 - 1716). Ancora oggi vantano il forte legame che li lega alla lontana madre patria.
La Camara de’ Suriano con i suoi alleati, don Pietro del Vasto Lanza e  don Nicolò Branciforte, appoggiò fortemente la corona d’Aragona contro le ultime e resistenti frange della fazione dei latini capeggiati dal conte Manfredi Chiaramonte poi duca di Gerba cui successe il figlio don Andrea. Infatti don Giovanni III sconfisse i ribelli caltagironesi e le armate di Andrea Chiaramonte al comando del conte Giovanni degli Uberti, nella piana di Caltagirone  e poi definitivamente nei pressi di Castrogiovanni sotto monte Navone. Inoltre consigliò proprio al giovane re Martino I ed al padre Martino di Montblach duca di Luna di esiliare gli ultimi Alagona in terra di Malta. Cosa che gli valse il titolo di Gran Priore di tutti i priorati gerosolimitani e del ducato di Sant’Andrea e Sant’Elia. Corona che don Giovanni trasmise alla sua morte avvenuta nel 1409 ad opera di un esecrabile assassinio ordito dal generale Cabrera visconte di Bais e Cabrera e nuovo conte di Modica al posto dei Chiaramonte. Don Giovanni fu un uomo giusto e saggio, fu nominato da Martino I di Trinacria conte castellano di Piazza Armerina consegnandogli il nuovo castello regio fatto edificare su progetto del conte Nicolò Branciforte nel 1396. Ebbe ampi poteri baronali di mero e misto impero e fu il primo e praticamente l’ultimo conte castellano di Piazza, che poi sollevata proprio da don Angelo Suriano contro il Cabrera che ne voleva usurpare la contea, fu eletta a libera universi tate dal successore di Martino II di Sicilia e I di Aragona, conosciuto come l’Umano o il Vecchio.
La linea di successione dei Suriano di Castrogiovanni dopo la morte di don Giovanni Pasquale passò al figlio don Antonio Andreatta (Andrea) Suriano, sotto la tutela però dello zio Don Angelo Achille II de' Suriano (1445) che deteneva l'antica e prestigiosa rico hombria de senera, nonché le baronie su molti feudi, il comando delle milizie, l'amministrazione della giustizia su un vastissimo territorio (sia di Piazza che di Castrogiovanni, oggi Enna) e la podestà patriarcale sulla casata. La tutela posta consisteva su un fedecommesso testamentario imposto a don Giovanni Pasquale, che lo accettò di buon grado, che impegnava il destinatario erede del feudo di Ramursura, sia in linea maschile o femminile per diritto aragonese jus mulieribus, di mantenerne il governo nel nome de' Suriano e di essere sempre provvisto delle regia e legittima investitura alla successione, mancando a tale fedecommesso il feudo di Ramursura, sarebbe passato alla linea più prossima della casata o affidato al governo della Chiesa. Questo atto fu imposto dal patriarca e Gran Priore don Giovanni, già prima che il feudo fosse destinato ufficialmente al ramo cadetto della casata guidato da Don Giovanni Pasquale, ossia nel 1396, proprio per l'importanza dello stesso e per la sua vastità (diverse migliaia di ettari).
I Suriano ricevettero inoltre per la stretta parentela con l'antica casata dei Mirabella, per mancanza di eredi diretti di quest'ultimi, ultimo erede fu Giovanni Mirabella deceduto alla fine del 1577, i feudi di Colletorto alias Mendola e le Terre dei Mirabella (donna Leonora Mirabella, è famosa per aver dato il cognome alla cittadina di
Mirabella Imbaccari in provincia di Catania, per volontà del marito don Cesare Paternò Castello), tale investitura fu ottenuta il 24 Gennaio 1582 da don Giuseppe Suriano della linea diretta di Don Andreatta, ed al ramo principale della casata (terre di Mirabella) quello di don Angelo Achille Antonio, regnando Filippo II di Spagna.
Il Feudo di Ramursura, passò definitivamente alla linea dei Suriano di Castrogiovanni, discendenti di don Antonio Andrea (Andreatta) Suriano, figlio di don Giovanni Pasquale (II) e firmatario del giuramento di fedeltà al re, morendo don Giovanni e regnando don Ferdinando il Cattolico, con investitura addì 12 Gennaio 1479. Per tale investitura fu posta la tutela dello zio don Angelo Antonio, della maggiore linea dinastica di successione ai titoli di Sant'Andrea e prima di questi alla Rico Hombria de senera in qualità di Fueros d'Aragona, per garantirne i fidecommessi testamentari. Il feudo poi, fu dato in dote nuziale da don Giuseppe alla figlia donna Caramanna, che sposò don Cesare Petruso di Castrogiovanni (attuale Enna) barone di Bubunetto con la clausola, del fedecommesso testamentario di rispetto, di dotare la dinastia del doppio cognome e di provvedere alla trascrizione dell'investitura, altrimenti la successione sarebbe passata alla linea parentale dei Suriano discendenti da don Angelo Achille. La qual cosa donna Caramanna non riuscì a fare, morendo nel 1685, pur ottenendo che il suo unico figlio don Pompilio Petruso Suriano portasse il doppio cognome, mancò la clausola dell'investitura diretta di donna Caramanna.
Ciò fu questione di disputa fra gli eredi della casata dei Suriano soprattutto quelli che vantavano il diritto di successione alla Rico Hombria e ai titoli appartenuti al Gran Priore per i feudi di Sant'Andrea e Sant'Elia e che divenivano da Don Angelo Achille (1445) il quale deteneva i maggiori titoli della Casata con le investiture dei Feudi nel nome di Sant'Andrea. Ma, fino alla fine del '700, le lunghe e dibattute cause dinastiche sulla legittimità del titolo feudale su Ramursura e Mendola, furono anche complicate dalle cangiate sorti del Regno di Trinacria che fu annesso al regno di Napoli, che determinò pure una diversa regola feudale rispetto a quella della madre patria: la Spagna, nonché dagli eventi storici sopravvenuti, sicché non si venne a capo di alcuna risoluzione. Nel frattempo, conosciute le cangiate regole feudali del regno di Napoli, i Petruso Suriano, che confluiranno attraverso un matrimonio tra donna Maria Petruso Suriano ed un
Grimaldi, dividono in numerose proprietà allodiali, con naturale compiacenza di qualche funzionario regio di quei tempi, il vasto Feudo di Ramursura, che abilmente smembrato poco prima del 1812 venne, almeno ciò che ne restò, definitivamente perso quale governo baronale per rientrare nella proprietà demaniale mediante la legge borbonica che nel 1812 appunto fece decadere le leggi feudali ancora vigenti nel regno. Solo 600 ettari circa furono con molta abilità alienati da donna Maria Petruso Suriano e Varisano Grimaldi (con la quale si estingue il ramo dei Suriano della linea di Giovanni Pasquale) come proprietà allodiali e di questi gran parte furono ereditati dai marchesi di Torresena imparentati con i Petruso (donna Maria Petruso Varisano e Grimaldi e di poi don Giuseppe Maria Grimaldi 27 luglio 1775) ultimo destinatario con investitura feudale.
Finiva l'era delle grandi baronie feudali, sebbene queste fossero già state oscurate con la "svendita" ignobile di titoli principeschi e ducali, per fare cassa. In generale la "tariffa" per divenire principe o duca era di 100.000 fiorini già sul finire del basso medioevo a prescindere se il "sedicente principato" fosse realmente degno di tale nome. Fu una corsa simile all'albero della cuccagna, tutti i parvenu fecero l'impossibile per ottenere il titolo di barone sul loro latifondo o addirittura sulle tonnare, sulla vendita del sale e così via, poiché tale titolo era ancora ammantato dall'antica fama del potere supremo. L'immenso potere dei baroni, eredità della loro supremazia guerriera, fu solo un lontano ricordo del tempo passato cangiato in quello più a buon mercato del nuovo ed in ogni caso ancor prestigioso titolo nobiliare, che si inseriva, al contrario di com'era nato, al di sotto del titolo di visconte. Ma furono a centinaia i ricchissimi mercanti e banchieri che acquistarono il titolo di "principe", classici sono gli esempi dei mercanti di lana e poi banchieri fiorentini e gli usurai e poi banchieri di Roma.

I cambiamenti epocali in Spagna: Cessa di esistere di diritto il regno d'Aragona.

In Spagna tra il 1707 ed il 1716 furono epocali, di fatto in Spagna non s'era mai parlato prima di un regno unico, nel periodo che stiamo considerando, sale sul trono spagnolo Filippo V della dinastia dei Borbone e dunque strettamente legato al trono di Francia. L’orgoglio del potente regno d’Aragona si risveglia e chiede la deposizione di Filippo di Borbone, invocando l’atavica discendenza degli imperatori d’Asburgo Principi fra i principi perché legati alla Santa Madre Chiesa. Tutti i Fueros d’Aragona si schierano con tutta nobiltà a favore di Carlo d'Asburgo, ma alla fine Filippo V ha la meglio e sale sul trono. Ovviamente ciò causa la fine dei privilegi dei Fueros e ne nascono decreti punitivi per tutti coloro che avevano patteggiato per il pretendente Carlo d'Asburgo. I decreti di Nueva Planta tolgono all'Aragona l'atavico privilegio sovrano, annettendola direttamente alla corona riunita di Spagna. Vennero aboliti i diritti speciali della nobiltà aragonese fra i quali quelle dei Fueros di Aragona.
Naturalmente le ripercussioni di tali decreti reali della nuova nazione spagnola riunita sotto lo scettro borbonico, provocarono una sorta, se non di ribellione, ma certamente di grande ostilità da parte delle antichissime famiglie dei los Barones d'Aragona specialmente in quelle che ormai avevano eletto residenza nei territori lontani dalla madre patria, come appunto i Suriano.
La casata già indebolita dalle vessate questioni sui grandi feudi scioccamente perduti di Mendola e Ramursura, si trovava a dover fronteggiare una situazione assai difficoltosa e conflittuale, come gran Fueros d'Aragona, non si poteva accettare la fine del più potente regno di Spagna, come sudditi del re degli stati spagnoli si doveva dichiarare la propria sottomissione. Inoltre le grandi contee di Ramursura divenuta Marca e di Mendola, contestate ad una famiglia (i Petruso Suriano e poi Grimaldi) fortemente benvoluta dal nuovo governo borbonico, appariva sempre di più una causa pressoché persa in partenza. Come gli Ayerbe d'Aragona, i Suriano ed altre Famiglie optarono per un distacco netto, ma conforme alla loro dignità di Fueros e di "privilegiati di Aragona e Léon" (questo il significato intrinseco della parola fueros), addirittura comprensivo di Fons Honorum, ossia del diritto di creare a loro volta nobiltà vassallatica.
I Suriano erano Serenissimi ed Altissimi Barones de Reino, Duque de San Andres y San Elias erano detentori di corona sovrana di fueros e furono parenti dei Luna,
nel loro sangue scorreva l'orgoglio di essere pari dei re d'Aragona, le loro armi avevano fatto grande la Spagna. Non potevano riconoscere un re francese.
Don Pietro V era certo che in Sicilia si sarebbe ricreata una nuova Aragona. Forse osò sperare l'inosabile. La casata dei Suriano del ramo patriarcale di don Juan e di poi di don Angelo Achille I, decise di onorare gli impegni con chi considerava essere il proprio reale sovrano: don Pietro III d'Aragona e I di Sicilia e della discendenza Aragonese che ne derivò.
La rottura definitiva con la corte dei Borbone sia di Spagna che di Napoli avvenne con don Giovanni V e con la moglie donna Maria Concezione (Concetta), i quali con grande coraggio iniziarono un drastico disconoscimento della corte Borbonica, dichiarandosi ancora e a tutti gli effetti:
Fueros de Aragón avocarono alla casata tutti i diritti, doveri e privilegi de' los Fueros de Aragón. La Casata Suriano costruì lentamente le basi per un risorgimento futuro, trovando alleanza proprio con l'altro grande ramo della medesima, quello calabro, che si era distaccato attorno al 1330 dal ramo principale di Piazza Armerina. Don Giovanni Suriano (V con questo nome) sposò una de' Caruso, donna Maria Concezione (Concetta) donna di grande coraggio e di notevoli capacità, figlia del barone di Spaccaforno attuale Ispica, con la quale stabilirono a Catania la residenza, per meglio sviluppare gli scambi commerciali ed il trasporto della liquirizia coltivata in Sicilia e facilitando così l'alleanza con il ramo di Crotone, che avrebbe poi avuto, anche se per altri 150 anni un felice riscontro.


Catania - Palazzo Suriano (Anno 1750)


Stemma dei Suriano presso il palazzo Suriano in Judecca a Crotone

L'attuale linea di successione deriva da quel don Angelo Achille Baron de los Fueros de Aragón, a cui fecero seguito don Angelo, che fu come il precedente un grande magistrato e capitano di giustizia fino a don Giovanni V, che fu abilissimo grazie anche alla saggia diplomazia della moglie donna Concetta (prima metà del 1700) a stringere i rapporti con il ricchissimo ramo dei Suriano Ralles di Crotone e prepararne poi l'unione tra don Gaetano e donna Luccia Suriano Ralles (ultima erede dei due rami della famiglia Suriano di Crotone derivanti da don Gio. Dionisio Suriano e don Scipione Suriano detti anche Suriano Ralles). A don Giovanni e donna Concetta si deve l'idea di effettuare una vera e propria distribuzione capillare su scala nazionale dei prodotti industriali della liquirizia calabra e delle pelli conciate. Costruirono a Catania grandi depositi e sedi opportune di distribuzione adiacenti al Porto della città etnea, oltre al palazzo di famiglia. Tali grandi opere furono poi distrutte quasi del tutto da bande di disperati sollevate dai garibaldini nell'estate del 1860. Don Gaetano Angelo che sposò Donna Luccia Suriano Ralles e di poi fino a Don Pietro Angelo Salvatore (1861 1939) e finalmente a Don Angelo Raimondo Salvatore (1923 2002). Sempre a Donna Concetta si deve la descrizione minuziosa della storia di famiglia e dei gioielli impareggiabili che la stessa possedeva, che la resero motivo di invidia delle nobildonne siciliane, gioielli in piccola parte ancora in possesso della Camara tra i quali la pregevolissima "Cruz de la Camara" preziosissima croce, riportante l'arma di famiglia ed incorniciata da diamanti e rubini purissimi, regalo del re di Aragona e Trinacria Martino I d'Aragona e II di Trinacria alla Casata dei Suriano, a riprova della grande amicizia e fedeltà reciproca che i De Luna e i De Suriano mantennero per lunghissimo tempo.


Plurisecolare ulivo posto nel confine fra l'antico transito dei cavalieri di San Giovanni di Rodi, (percorso compreso tra Piazza ed Augusta) ed
i folti boschi di sugheri, frassini e querce appartenenti alle tenute di San Giovanni soprano e sottano e di San’Andrea del
Ser.mo D.mo Pietro Giovanni Barone del regno d’Aragona.

Ai nostri giorni l'antica camara continua nella stirpe per buona sorte numerosa di don Angelo Achille capo della casata nel 1445 e fino ad oggi con don Pietro Giovanni, sposato con donna Loredana Caruso Ferlito, che ha arricchito le terre con l'apporto di latifondi di Ragameli. Don Pietro Giovanni è un noto patologo cerebro vascolare, docente universitario, ben conosciuto negli ambienti scientifici, grande esperto di storia e d'arme giapponesi per i quali ha ricevuto solenni riconoscimenti da quell'affascinante ed imperiale paese. Già cooptato da Sua Altezza Reale quale membro della Consulta dei senatori del Regno (Associazione privata costituita nel 1955), è coordinatore dei Consultori di Sicilia. La figlia donna Nadia Ester, ha dato slancio produttivo alle terre, avviando un processo di completa trasformazione e industrializzazione agricola. Con gli stessi criteri architettonici del fortilizio di Rahal bn Mussuri, risalente al X secolo, sono stati ricostruiti, con moderni materiali, ma con rivestimenti tipicamente in pietra: Magazzini e Casale, anche se adesso riedificati nelle fertilissime ed altrettanto ataviche terre di San Giovanni sugli Iblei, da dove si possono ammirare con grande meraviglia paesaggistica: i monti Erei, i lontani Nebrodi ed a Nord l'imponente sagoma del Grande Etna.
Donna Nadia Ester raccoglie l'eredità dei rami Siciliano dei Suriano di Piazza e di quello dei Suriano e Suriano Ralles di Crotone, che riuscirono già nel '600 a produrre ricchezza per le genti a loro affidate onorando in toto il motto: Servus Dei presidium populi.


Donna Emilia Ester Trompeta Suriano Baronesa de la corona de Aragon y Trinacria XVII Duquesa de San Andrés y San Elias.
Ritratto di un giovane autore polacco.

L'arme dei Suriano del ramo di Sicilia è in campo d'oro con cucite tre sbarre d'argento, raro esempio di metallo su metallo, che depone per l'antichissima origine medioevale. Pare che Don Giovanni Suriano sostituì il grido d'Arme dei Cavalieri Gerosolimitani: "Deus lo Vult" per dare un nuovo impulso alla missione della importante corona e dell'importante paria ottenuta con il motto: "Servus Dei Presidium populi". Che la dice lunga sulla sua sete di giustizia e sulla fede che hanno da sempre caratterizzato i maggiori componenti della casata. Successivamente Don Pietro Angelo, dispose di inquartare nello stemma le Armi dei Suriano di Piazza e del ramo Suriano Ralles di Crotone: d'oro con tre sbarre cucite d'argento in 1 e 4 e di verde fasciato di torchino con due pali d'argento in capo e due bande dello stesso in punta. Don Pietro non accettò l'unione del regno di Sicilia sotto la bandiera del neonato regno d'Italia, come del resto non accettò mai la dinastia dei Borbone delle Due Sicilie, restando fedele al regno della madre patria Aragona, cui i suoi avi per molti secoli avevano contribuito a fare grande. Una famosa citazione di don Pietro V riguardava i molti nobili creati sul niente, esclusivamente per denaro: "No hay un barón sin propiedad de la tierra, no hay rey sin reino que tiene". La moglie Donna Emilia Ester fu invece una devota sostenitrice della casa sabauda e dopo la morte del marito, all'alba del 1940, spinse tutta la famiglia a prodigarsi per stringersi attorno al re d'Italia S.M. Vittorio Emanuele III in un momento molto difficile per la nazione. Fu una grande benefattrice dei poco abbienti della periferia della grande città etnea.
L'Arme della dinastia è stata mantenuta secondo l'indicazione araldica d'Aragona e di Spagna ossia con la punta circolare, ciò per disposizione di don Pietro Giovanni Huius nominis primus comes Plateae et barho Serenissimus Aragoniae et Trinacriae, nel 1969 addì 22 di Ottobre, anno della sua richiesta di pretensione ai titoli della Camara in presenza dei maggiorenti della Stessa, Madrina della pretensione fu Donna Giuseppina Trombeta Stella duchessa di Castel del Mirto. Come è d'uso nella tradizione.

I Suriano di Calabria

Il ramo cadetto dei Suriano spintosi in Calabria Ultra, si distinse in nobiltà presso la città di Crotone. Nelle minuziose cronache della Calabria Ultra si evince che già agli inizi del ‘500:
“Anselmo Berlingeri, Nobile Patrizio di Crotone (ascritto al Sedile di San Dionigi l’Areopagita), nell’anno 1531 rappresentante della Nobiltà di Cotrone assieme a Stefano Suriano, Giovanni Valez de Tapia e Giovanni Mazza nell’acquisto dall’Imperatore Carlo V della Città di Crotone per la Città stessa “per non averla mai a concedere [in feudo] a persona, ed erigendola a fortezza”, e nel 1535 fece dono alla città di una mezza colubrina fatta fondere a sue spese (con lo stemma di famiglia a sbalzo ed iscrizione) la quale servì egregiamente finché non esplose il 1-V-1613 quando tutte le artiglierie di Crotone sparavano a salve per festeggiare il passaggio del Marchese di Santa Cruz”.
Alla metà del Seicento a Crotone la casata dei Suriano era composta da quattro rami principali: quello di Gio. Dionisio Suriano, dell'Abbate Gio. Pietro Suriano, di Dezio Suriano e di  Scipione Suriano; quest'ultimo era detto anche dei Suriano Ralles.
La Casata dei Suriano assieme ai Lucifero, ai Berlingieri, ai Montalcini e successivamente agli Albani, fu fra le più potenti della Calabria Ultra e soprattutto in Crotone e nella costa ionica detenne un potere veramente notevole.
Queste casate contrassero fra loro più volte alleanze potenti, attraverso matrimoni; ad esempio coi Berlingieri addirittura per ben tre generazioni consecutive, a partire dal 1656 con Cesare Ottaviano Berlingieri, che sposò Luccia o Isabella Suriano, poi con Nicolò Berlingieri che sposò Anna Suriano ed infine con Cesare Francesco Berlingieri che sposò Violante Suriano mantenedo così titoli e patrimoni ben saldi e soprattutto procurandone l'accrescimento di generazione in generazione.


Crotone - Altare Suriano


Crotone - Stemma Suriano con le insegne melitense

La citata Donna Anna Suriano, rimasta vedova di Nicolò Berlingieri, sposò nel dicembre del 1719 Bernardino Suriano Junior, portando una dote ingentissina (2). La predetta Violante Suriano sposò Cesare Francesco Berlingieri, marchese di Valle Perrotta (3).
Il feudo di Aprilliano era stato acquistato da don Gio. Dionisio Suriano barone di Garrubba e Lamposa da don Francesco Campitelli principe di Strongoli nel 1640. Successivamente il 25 novembre 1695 Don Antonio Suriano vendette il feudo di Aprillianello (parte della marca di Aprilliano) a don Fabrizio Lucifero figlio di don Giuseppe Lucifero e di donna Livia Suriano, ottenendo anche per quella feudalità il riconoscimento Marchionale da Carlo II di Spagna nel 1698 con il nome però di marca di Apriglianello (o Aprillianello).
I Suriano di Crotone contrassero parentela con i maggiorenti della Calabria Ultra tra cui principalmente: i Berlingeri, i Lucifero, gli Albani, i della Motta Villegas, i D’Ayerbis d’Aragona, i De Filippis, i del Castillo, i Barricellis, i Montalcini, gli Sculco, ecc. Soprattutto con i Lucifero ed i Berlingeri i Suriano contrassero alleanze molto potenti.


Crotone, uno dei palazzi dei Suriano


Crotone, Palazzo Suriano oggi Albani

I Suriano erano preminenti nelle cariche ecclesiastiche, essi ressero per tutto il seicento l’arcidiaconato di Crotone che  era la seconda carica religiosa dopo quella vescovile, dapprima con Prospero, poi con  Mutio (che sarebbe poi divenuto arcivescovo di Santa Severina e quindi con Hieronimo. L’abbate Gio. Pietro confrate della confraternita del Rosario (che riposa nella Cappella di Sant'Anna dei Suriano presso la chiesa convettuale dei Cappuccini) e Mutio ricoprirono anche la carica di vicario generale della chiesa cattedrale.
Mutio fu poi arcivescovo di Santa Severina e  Prospero e Giuseppe vestirono il mantello dei gerosolimitani, ci fu anche un Francesco che divenne priore gerosolimitano, e riposano presso l’altare di S. Anna dei Suriano in Cattedrale di Crotone. Numerosi furono poi i Suriano di Calabria con cariche di Canonici, Abbati, Badesse e Vescovi anche fuori dei confini di Calabria.


Santa Severina, uno dei più bei borghi della Calabria, in fondo la Cattedrale

I Suriano e Suriano Ralles di Crotone detenevano i più vasti latifondi della Calabria Ultra oltre ai diritti feudali sulla marca di Aprilliano e sulle baronie di Garrubba e Lamposa. Inoltre possedevano centri del commercio per i vari raccolti (in primo luogo della liquirizia e del grano) a Napoli dove prosperò maggiormente il loro commercio con un ramo cadetto che appositamente in quella città si insediò: Don Ignazio Suriano. Successivamente i commerci si estesero nel Veneto e culminati poi con la riunione dei due ceppi della casata originale, ossia i Suriano di Sicilia e quelli di Calabria con il matrimonio di Don Gaetano Suriano e donna Luccia Suriano Ralles che dotarono il nipote don Pietro Angelo Antonio (Pietro V) dei titoli e delle pretensioni sia di Calabria che di Sicilia.

Ramo di Piazza Armerina

Agli inizi del 1300 la casata aveva come capostipite Juan de’ Sorianos poi divenuto Suriano, cui seguirono: don Angelo Achille I, don Pietro II che con alcuni componenti della famiglia avrebbe proseguito per cercar gloria in Calabria dando origine al ramo di Crotone e  don Giovanni Pasquale I, che avrebbe dato il ramo origine al ramo di Castrogiovanni (Enna) con l’estinzione nella Famiglia Grimaldi (fine del 1700).
Si riporta una sintesi genealogica del ramo di Castrogiovanni a correzione di alcune storpiature di varie cronologie (anche famose) riportanti nella genealogia della casata solo il ramo di Castrogiovanni per la Sicilia e quello di Tropea in Calabria: Dopo la concessione del Feudo di Ramursura al ramo di Castrogiovanni a partire del nipote di Antonio Andreatta (Andrea) investito a seguito della morte di re Giovanni e regnando re Ferdinando il cattolico a 12 gennaio 1479: don Giovanni Pasquale III (investito a 30 dicembre 1516 regnando Carlo V, cui i Suriano di tutti i rami giurarono fedeltà assoluta sia alla persona che alla successiva dinastia come tutti i Fueros d’Aragona), don Andreatta II a 23 gennaio 1546, don Angelo I del ramo di Giovanni Pasquale I a 15 agosto 1549, don Giuseppe IV a 4 novembre 1557 e successivamente con investitura per il feudo di Mendola a 24 gennaio 1582, donna Caramanna che sposa il barone di Bubunetto don Cesare Petruso di Castrogiovanni, non pone investitura pur dotando il figlio del cognome in parità e crea l’intervento della casata principale alla sua morte nel 1665 per aver mancato a quanto previsto dai fedecommessi testamentari imposti dalla casata. Pur tuttavia eredita Pompilio Petruso Suriano, non investito, cui segue don Cesare Petruso Suriano e di poi donna Federica Petruso Suriano a 28 maggio 1693 con sola riconferma testamentaria di successione e mancante l’investitura ed infine Maria Petruso Suriano Varisano e Grimaldi maggio  1760 che riesce a far porre investitura al figlio Giuseppe Maria Grimaldi dei marchesi di Terresena a 27 luglio del 1775. Decade dopo il diritto feudale. I Suriano vengono usurpati dei feudi di Ramursura e di Mendola specie per la loro ostinazione a non riconoscere la legittimità della casata dei Borbone.
Il ramo principale di Piazza Armerina  con a capo Angelo Achille dette una lunga serie di rami che dopo Angelo I e Achille Angelo II videro succedersi parimenti gli stessi nomi alternati come da tradizione con eccezione di Giovanni IV alla fine del 1600 e con Giovanni V nella seconda metà del 1700, cui si intercalò don Gaetano nei primi del 1600 e don Giuseppe Angelo nel 1630, poi vi fu l’influsso del nome Salvatore imposto da donna Concetta de’ Caruso di Spaccaforno (attuale Ispica) nella seconda metà del 1700 cui però per tradizione fu posto a tutti i primogeniti ed i secondogeniti il nome di Angelo. Il nome di Pietro appare successivamente all’unione del ramo calabro di Crotone con quello siciliano di Piazza armerina, divenuto tuttavia definitivamente residente a Catania. Don Pietro V che porta anche il nome di Angelo è in realtà il primo con questo nome ad essere pretendente dei titoli siciliani e calabri ed in piena autonomia don Pietro unificò l’arme dei Suriano di Sicilia e Calabria inquartandone le stesse. Nato nel novembre del 1861, 16 mesi dopo la fuga della famiglia verso i feudi degli Iblei in San Giovanni, per scampare ai rancori dei garibaldini che avevano subito l’onta di una sconfitta proprio nel tentativo di impossessarsi dei depositi dei Suriano nell’antico corso di Catania e nel porto, don Pietro non volle mai riconoscere l’avvenuto regno d’Italia. Nei fatti storici avvenne che un manipolo di briganti associati ad una pattuglia garibaldina al comando  della quale era posto un giovanissimo tenente, forse piemontese dall’accento, nel ricordo di famiglia, si presentò nei quartieri periferici dell’antico corso in Catania, proprio quando le prime truppe garibaldine tentavano l’ingresso nella città etnea. Con baldanzosa arroganza chiesero di porre sotto sequestro ogni bene contenuto negli stessi e che fosse messo a disposizione delle truppe dei liberatori dalla tirannide borbonica. Don Salvatore, fratello di Don Gaetano Suriano capo della casata, si presentò protestando con il giovanissimo ufficiale e riferendo che i Suriano non dovevano spartire nulla con i Borbone e che non avrebbero permesso soprusi di sorta. Probabilmente spaventato dalla contemporanea presenza di molti uomini in arme che avevano scortato il barone don Salvatore, il giovane ufficiale garibaldino esplose un colpo di pistola che ferì il barone. Il campiere accortosi che la truppa variegata dei garibaldini era per maggior parte senza munizioni, ordinò di fare fuoco e molti caddero fra briganti e camicie rosse compreso il tenente, che fu colpito al volto. Successivamente la cavalleria borbonica sgombrò in poco tempo Catania dalle truppe di Bixio, ma il giorno successivo il comandante in capo della guarnigione borbonica ricevette l’inquietante ordine di ritirare le truppe verso Messina. La famiglia Suriano si diede alla fuga verso i feudi degli Iblei per evitare di esser soggetta a rappresaglie, come puntualmente avvenne e che si manifestò di li a poco con l’incendio di depositi e dei casali, dopo che i liberatori ebbero fatto razzia di ogni bene, basti pensare che solo nelle casse dell’erario di Catania in un sol giorno presero il volo 16300 onze d’oro, in nome della libertà. Donna Concezione moglie del barone don Salvatore dette alla luce il figlio Don Pietro Angelo, che a seguito della morte del primogenito in giovanissima età, successe al titolo nella baronia di San Giovanni. In seguito fu nominato erede di ogni titolo della casata dallo zio Don Gaetano in novembre del 1867 nel giorno del suo compleanno e poco prima che don Gaetano morisse senza aver avuto eredi diretti. Don Pietro detto V nella successione Calabra e primo con questo nome nella successione diretta Siciliana riunì ogni atavica pretesa nel suo nome. Egli preferì tuttavia sempre il titolo di barone del regno in  onore alla tradizione aragonese della rico hombria, restando sempre fedele alla dinastia d’Aragona ed alla sua sovranità, morì il 29 Dicembre del 1939. Suo figlio don Raimondo Angelo Salvatore fu eroe nella II guerra mondiale e pluridecorato, servì poi nei servizi segreti il nuovo corso dello stato, già nel 1969 per sua volontà il figlio don Pietro Giovanni, in data del suo diciottesimo anno di età nel giorno 22 di ottobre, avocò a se i titoli della Casata ed i diritti doveri dei Fueros d’Aragona e fu direttamente insignito dalla matriarca della casata donna Emilia Ester in presenza di don Antonio Trompeta Hidalgo di Navarra e donna Giuseppina Trompeta Stella duchessa di Castel del Mirto baronessa di Bonagia.
Attuale XXI erede della casata è donna Nadia Ester cui sono state già dotate le signorie di San Giovanni soprano e sottano e Ragameli quali proprietà allodiali riconosciute alla casata dalle vigenti leggi italiane, mentre la casata stessa e solo essa nel nome e per conto dei diritti dei Fueros d’Aragona, riconosce a Donna Nadia Ester i titoli di Baronesa de los ricos Hombres de senera y Fueros d’Aragon, Contessa di Piazza Armerina
(4) e Baronessa di Ramursura, Mendola e Sant’Andrea ecc.. Al tempo secolare la seconda in linea di successione è rappresentata dalla sorella di don Pietro Giovanni donna Rosalba Emilia Marchesa in Calabria Ulteriore Baronessa di Rossomanno ecc. Il terzo in linea di successione è don Giovanni Luca Mosto Suriano cui spetta il titolo di Visconte delle terre di Mirabella, Barone di Garrubba nobile di Cihuela di Piazza e di Castrogiovanni ecc. Seguono don Fabio Raimondo e don Giorgio rispettivamente nobili di Esteras de Medinaceli, di Piazza e di Castrogiovanni. La casata si continua inoltre con i parenti di don Raimondo Angelo Salvatore che sono eredi dello scomparso Don Giuseppe cugino in primo grado. Per tutti i livelli di successione valgono le disposizioni della tradizione d’Aragona con la possibilità di succedere alla rico hombria de senera  anche in trasmissione femminile (jus mulieribus) purché sia sempre mantenuto l’obbligo della trasmissione del nome della casata.


Il XX conte di Piazza Armerina, Don Pietro Giovanni Suriano duca di Sant’Andrea e Sant’Elia Seren.mo Barone d’Aragona e consorte
Donna Loredana,alla destra il Conte Don Federico La Longa Mancini ed a sinistra il Conte Don Maurizio Perrone.

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Note:
(1) -
Nella descrizione dei nomi era uso generale firmare gli atti di successione in modo da sottoscrivere il cognome della casata senza aggiungere la specificazione dei o de', che invece era generalmente presente nella descrizione del notaio che ne registrava gli atti parlando in terza persona. Per molte famiglie specialmente quelle che hanno ottenuto nobiltà successivamente al periodo medioevale, invece fu molto usato riportare il predicato della casata o del feudo annesso.
(2) -
Per i soli beni immobili: il territorio e gabella La Marina delli Comuni, Barrea e Spataro, il Palazzotto, La Cattiva, Vignale di Valle di Nigro, il territorio detto il Terzo delle Ficazzane, porzione sopra Lavaturo, sei magazzini di cui quattro per conserva di grani al Fosso fuori porta, chiusa di terra vitata ed alberata luogo detto il Ponte, esigono un censo sopra il Dazio della Catapania della città per capitale di ducati 1200, territorio La Rotondella, Bovi aratori n. 120 dei quali si deducono n. 38 che s’assegnano per la coltura del feudo detto La Garrubba, a questo si deve aggiungere il gran palazzo in luogo detto della Judeca a S. Maria Protospari.

(3) - Il feudo di Valle Perrotta pervenne a Cristofaro Pallone sposato con Vittoria Berlingieri; a causa di debiti il feudo fu sequestrato dalla Regia Corte e alienato per 3.300 ducati a Nicolò Orazio Berlingieri, figlio di Annibale. Alla morte di Nicolò Orazio il feudo passò al fratello Francesco Cesare, sposato con Violante Suriano, al quale re Carlo di Borbone il 19 gennaio 1740 concesse il titolo di marchese di Valle Pettotta. A Francesco Cesare successe il figlio Carlo nel 1781, poi a Cesare per successione ad Anselmo nel 1786, suo padre.
(4) -
La Casata dei Suriano è molto conosciuta nelle provincie di Enna e Caltanissetta e specialmente a Piazza Armerina gode ancora di onore e grande considerazione. Moltissime sono le occasioni ufficiali della florida città dell’ennese che vede partecipe la casata ancora onorata e apprezzata.
Don Pietro Giovanni Donato, cui per scelta spirituale sono stati aggiunti i nomi di Antonio Angelo Maria in devozione alla Madonna Santissima Annunziata e Concepita di Spirito Santo, nonché in devozione a  Sant’Antonio di Padova al quale è stato votato dalla madre Donna Anna Maria Clementina, al tempo secolare ritiene per se la Rico Hombria de serena de los Fueros de Aragón quale Gran barón del reino de Aragón y León, nonché la baronia  e signoria di San Giovanni, Sant’Andrea e Ragameli, la prima in ricordo della ricca storia della Casa di Soria che, attraverso le epiche gesta della sua progenie, arricchì di gloria il Léon e l’Aragona, trovò maggiore fede in Palestina ed una nuova patria in Sicilia e Calabria ed ancora a Ramursura e Piazza Armerina trovò un nuovo corso di gloria e di Fede, la seconda perché quelle sono le terre della casata su cui la stessa continua il suo percorso secolare:
“Chiunque fra quanti e sono tanti, oggi come ieri, abbiano pagato in denaro il potere derivante da un titolo, hanno reso la loro casata nobile agli occhi dell’uomo, ma povera agli occhi di Dio. Chiunque abbia combattuto perché il popolo avesse un giusto governo sono invisi agli occhi dei potenti e nobili, ma eccellenti ed aristocratici nel cuore di Dio”.
Don Pietro Giovanni Donato Antonio Angelo Maria Suriano
Rico Hombre de senera y Fuero

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Continua sul quinto volume in preparazione di "LA STORIA DIETRO GLI SCUDI"

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