Ovvero delle Famiglie Nobili e titolate del Napolitano, ascritte ai Sedili di Napoli, al Libro d'Oro Napolitano, appartenenti alle Piazze delle città del Napolitano dichiarate chiuse, all'Elenco Regionale Napolitano o che abbiano avuto un ruolo nelle vicende del Sud Italia. 

 Famiglia Turnone

a cura del Dr. Pierluca Turnone

Arma: partito, nel 1° d’azzurro seminato di gigli d’oro; nel 2° di rosso al leone d’oro[1].

Alias dell’arme esposta a Palazzo Bo (innalzata dal Nobile Francesco Turnone, Rettore dell’Università degli Artisti dello Studio di Padova, Cavaliere e Artis Medicinae Doctor): partito, nel 1° d’azzurro a sette gigli d’oro posti 2, 2, 2, 1; nel 2° di rosso al leone d’oro sormontato da corona dello stesso[2].

Dimora: Martina Franca, Monopoli, Napoli, Taranto.


©
Stemma del Nobile Cav. D. Francesco Turnone, Rettore dell’Università degli Artisti dello Studio di Padova (1603-1604).
Entro la targa è inciso: “FRANCISCO TORNONIO APULO / MARTINENSI EQUIti IN PHILosophia ET / MEDicina LAUREATO RECTORI / MAGNIFICENTISSIMO / UNIVERSITAS (…) MDCIV” (Palazzo del Bo, Padova).

La famiglia Turnone, Casata pugliese di antica distinzione, è di probabili e assai verosimili origini francesi. Il cognome infatti, anche nelle sue più antiche attestazioni (de Tornona, de Turnona), pare riflettere il toponimo transalpino Tournon (Turnone in latino, Tornon in dialetto vivaro-alpino), forse di provenienza romana e derivante dal nome Turnus[3] ; il Casato, peraltro, innalzò almeno dal XVI secolo un blasone armeggiato di gigli d’oro in campo azzurro nel primo partito e di un leone d’oro rampante in campo rosso nel secondo, presentandosi quindi come una diramazione collaterale in Terra d’Otranto dell’antichissima e nobile Stirpe di Cavalieri de Tournon. Quest’ultima, uno dei Casati più illustri di tutto il Regno d’Oltralpe, derivava il proprio nome dal feudo di Tournon (dal 1989 Tournon-sur-Rhône), situato sulle sponde del Rodano, suo possesso e roccaforte sin da tempo immemorabile; nei secoli ebbe modo di fregiarsi dei titoli di Signore, Barone, Conte e Marchese, non mancando di imparentarsi a più riprese con i Reali di Francia (Capetingi e Carolingi, sin a ridosso dei Merovingi) e i Conti di Savoia[4].

Comunque stiano le cose, è certo che la famiglia Turnone fiorì tra il XV e il XVI sec. a Martina Franca[5] (originariamente Franca Martina), borgo medievale di fondazione angioina situato in Valle d’Itria, a metà strada tra Taranto e Monopoli. Qui il Casato ebbe modo di prosperare e in breve tempo accumulò tali ricchezze e potere da essere annoverato tra i lignaggi più illustri del circondario; i suoi vari membri presero parte alle vicende politiche della città nel frattempo infeudata ai Caracciolo[6] e ricoprirono cariche di rilievo nella pubblica amministrazione, distinguendosi nondimeno nelle lettere, nelle scienze e nel servizio della Chiesa.

La famiglia godette di svariati trattamenti d’onore (Nobilis, Magnificus, Messer, Signore, Dominus[7]), visse more nobilium e amministrò un cospicuo patrimonio fondiario e immobiliare, compresa un’antica e imponente casa a corte situata dentro Martina, eletta quale sua dimora gentilizia e oggi parte del Conservatorio di Santa Maria della Misericordia (complesso ritenuto degno di interesse storico dall’Associazione Dimore Storiche Italiane[8]). Nel XVI sec., inoltre, il Casato esercitava il giuspatronato sull’altare di Santa Maria della Croce (oggi non più esistente) dell’antica chiesa di San Martino, di fronte al quale possedeva un proprio sepolcro[9]; nel 1671, d’altro canto, è documentato il possesso dell’altare e della cappella di Sant’Antonio Abate da parte della “familia Clerici Donati Antonij Turnona[10].

I primi membri della Casata di cui si abbia memoria vissero tra il XV e l’alba del XVI sec.; i loro nomi, relativi a personaggi certo già abbienti e ben inseriti nel contesto sociale di Martina, sono custoditi nei Libri dei conti e nella Platea capitolare dell’Insigne Basilica di San Martino. Tra le carte d’archivio emerge dal buio di tempi tanto remoti il nome del Magister Pietro Angelo de Tornona, qualificato “aromatario[11] e vissuto presumibilmente al tramonto del Quattrocento; da documenti affini si apprende che Carmosina Tornona, figlia del Magister Antonio (forse un fratello di Pietro Angelo), assegnò alla chiesa un legato di un censo annuale di un tarì sul suo palazzo dotale sito dentro Martina “in vicinio Sancti Petri de Graecis[12]; la donna fece testamento col notaio Vito Scatigna il 14 agosto 1502. Nel 1505 un “dominus Philippus de Turnona de Martina” è invece annoverato tra gli studenti della prestigiosa Universitas Artistarum patavina[13].


Targa in memoria di Filippo d'Angiò, principe di Taranto, che
diede vita al Casale di Martina Franca

 


Martina Franca - La Collegiata di San Martino riedificata nel 1747 
su preesistente chiesa le cui vicende risalgono al XIV secolo. Già prima del 1557 l’altare di Santa Maria della Croce, oggi non più esistente, era sotto il giuspatronato della famiglia Turnone.

Un primo filo genealogico comincia dunque a delinearsi con Pietro Angelo, forse nipote dell’omonimo speziale. Vissuto nella prima metà del Cinquecento, dovette appartenere a famiglia già annoverata tra le primissime Casate della città: egli infatti, appellato Nobile e Magnifico, fu Consigliere della Comunità della Franca Martina nel 1530 e in tale veste si recò a Buccino con il Sindaco Antonio Vacca per rendere omaggio al Duca Petracone IV Caracciolo in occasione della nascita del figlio ed erede di questi, Ferdinando Giambattista[14]. Pietro Angelo ebbe come figlio Gilberto (appellato Nobile, Magnifico e Messer): insieme fondarono prima del 1557 il giuspatronato sull’altare di Santa Maria della Croce nell’antica chiesa di San Martino, assegnando per dote un legato di un censo annuale di 2 ducati e 4 carlini su un’abitazione con forno posta dentro Martina, nelle vicinanze della Porta di Santa Maria. La Platea capitolare fa riferimento a tre ebdomade effettuate da Pietro Angelo, dalla moglie Maria Scialpi e da Gilberto per un totale di 156 messe annuali (successivamente ridotte) da celebrare per le loro anime sull’altare e nella cappella di proprietà del Casato[15]. Donato Antonio (Nobile, Magnifico), galantuomo vissuto intorno alla metà del XVI sec., era con ogni probabilità un altro figlio di Pietro Angelo[16]; dal suo matrimonio con l’honesta Laura Blasi, appartenente a una delle Casate più cospicue di Martina, nacquero Giovanni Giacomo (futuro marito di Aurelia Orimini), Donna Livia e la Magnifica Vittoria Turnone.

Nel 1540 il Magnifico Filippo Turnone, Utriusque Iuris Doctor [17] e Avvocato, fu nominato membro della Commissione istituita dai Consiglieri della Comunità della Franca Martina per contestare alla Corte ducale l’illegittimità procedurale e l’incompatibilità giurisdizionale delle azioni del Governatore Dottor Camillo Dante di Palo, che in seguito a un caso d’omicidio ad opera di ignoti si era arrogato il diritto di procedere penalmente contro i Consiglieri e il Sindaco appellandosi alla normativa della pubblica amministrazione [18]; qualche decennio dopo si incontrano il Magnifico Giovanni Battista Turnone (Magnifico, Messer), Artis Medicinae Doctor[19] e ricco possidente, e suo fratello, il Nobile Giovanni Cataldo Turnone. Quest’ultimo ebbe sicuramente come figli Pompeo e Messer Ambrogio Turnone.

Nel 1584 Messer Filippo Turnone (MagnificoMesser, Dominus), figlio del dottor fisico Giovanni Battista, Utriusque Iuris Doctor e Giureconsulto, ricoprì la carica di Procuratore dell’Università della Franca Martina[20], mentre nel 1594 intervenne nel corso della santa visita che Monsignor Lelio Brancaccio, Arcivescovo di Taranto, fece alla chiesa di San Martino (1-10 novembre). Suo fratello, il Reverendo D. Girolamo Turnone, fu suddiacono[21], diacono[22] e infine presbitero[23] della chiesa maggiore martinese, nonché Artis Medicinae Doctor. Nel 1585 fu nominato dal Magnifico Angelo de Angelini primo cappellano dell’altare della Santissima Trinità, carica che ancora conservava nel 1594.

Il Magnifico Dottor Filippo ebbe due eredi: il primo fu il Cavaliere Francesco Turnone (Nobile [24], Magnifico, Dominus [25]; 1577 – 1656), uno dei più distinti personaggi che abbia illustrato il Casato (vedi atto di battesimo); il secondo il Magnifico Giovanni Battista Turnone (Nobile, Magnifico, Signore, Dominus).

Francesco fu battezzato il 27 settembre 1577 (padrino del neonato fu il Signor Angelo de Angelini, allora Arciprete di Martina) e presto inviato dalla famiglia a studiare presso l’Università degli Artisti dello Studio di Padova (natio romana). In breve tempo fu eletto Magnifico Rettore della stessa: si rammenta che per tale carica “si avea in mira di scegliere soggetti cospicui per nobiltà, scienza e fortune tali e da esigere riverenza, e da poter, senza scapito, magnificamente trattarsi come conveniva alla dignità dell’ufficio[26]. Nel corso del proprio mandato, durato dal 1603 al 1604 [27], Francesco fu innalzato alla dignità equestre. Si addottorò quindi in Filosofia e Medicina l’11 settembre 1604 (“doctissime in utraque facultate”); a insignirlo del titolo fu l’illustre filosofo e scienziato Cesare Cremonini, esponente di spicco dell’aristotelismo padovano nonché docente ordinario di primo luogo di filosofia naturale[28]. A tal proposito, giova ricordare che nel XVI e nel XVII sec. l’Università degli Studi di Padova costituì uno dei principali centri scientifici dell’Europa moderna, all’interno di una vivacissima atmosfera intellettuale e culturale. Molte nobili famiglie del continente iscrissero i propri rampolli al celebre ateneo, allora attraversato da quei fermenti e da quelle istanze che sarebbero state le più precipue caratteristiche del fenomeno, plurale e complesso, noto come Rivoluzione scientifica. Personalità del calibro di Galileo Galilei, Girolamo Fabrici d’Acquapendente (suo allievo, tra gli altri, fu William Harvey) e dello stesso Cremonini insegnarono in loco proprio negli anni del rettorato di Francesco Turnone, il cui stemma gentilizio, scolpito in pietra, decora ancora oggi il passaggio dal cortile antico al cortile nuovo di Palazzo Bo (storica sede dell’Università). Entro una targa, separata dallo Stemma, è inciso: “FRANCISCO TORNONIO APULO / MARTINENSI EQUIti IN PHILosophia ET / MEDicina LAUREATO RECTORI / MAGNIFICENTISSIMO / UNIVERSITAS (…) MDCIV”.

Tornato nella città natia, il novello dottor fisico impalmò la Magnifica Isabella Leone (Magnifica, Donna), esponente di una delle famiglie più rappresentative del ceto egemone martinese, avendo poi modo di distinguersi anche nell’amministrazione comunale oligarchica e al servizio del Duca. Nel 1626 Francesco aveva infatti il compito di consegnare svariate somme di denaro dell’Università di Martina al partitario Ludovico Pisacano in Lecce, e in quell’anno, al fine di recuperare tutte le polizze di ricevute, si recò personalmente nel capoluogo salentino. Nel 1627 fu nominato Procuratore dell’Università, mentre il 25 luglio 1631 figura tra gli eletti della stessa, in sostituzione dell’Utriusque Iuris Doctor Giovanni Battista Fullone (dichiarato assente). Nel 1637 è Luogotenente della Ducal Curia della Terra di Martina; nel 1640 è attestato come Priore ed Economo della Venerabile Confraternita del Santissimo Sacramento; nel 1642, infine, è nuovamente Luogotenente ducale. Morì, a 79 anni d’età [29], il 31 ottobre 1656 e fu seppellito nel Convento dei Reverendi Padri Domenicani in San Domenico. 

 

Il secondo erede di Messer Filippo, il Nobile Giovanni Battista, è attestato a Padova tra il 1603 e il 1604[30]. Nel 1627 è nominato Procuratore del Venerabile Convento di Santa Maria del Monte Carmelo, a Martina; nel 1634, invece, pare si trovasse nella capitale del Regno. In un atto rogato dal notaio Donato Antonio Caramia, Giovanni Battista è definito consanguineo della gentildonna Vittoria Turnone.


© Stemma del Nobile Cav. D. Francesco Turnone, in discreto stato di conservazione (Palazzo del Bo, Padova).

Altri esponenti del Casato nella Martina dei primi del Seicento furono il Magnifico[31] Giovanni Turnone di Messer Ambrogio (vedi atto notarile), Artis Medicinae Doctor e notabile Professore di latino e greco[32], il Magnifico Donato Antonio (Magnifico, Messer) e Orazio Turnone: questi ultimi furono entrambi figli di Giovanni Giacomo e quindi pronipoti di Pietro Angelo.

Particolarmente celebre, ad ogni modo, è rimasta la figura del Dottor Francesco Turnone (Magnifico, Signore [33], Don [34]), anch’egli figlio di Giovanni Giacomo. Laureato in utroque iure e prestigioso Avvocato, fu nominato Procuratore dell’Università della Franca Martina nel 1626; nel 1628 fu invece Luogotenente di quella Terra per conto del Duca. Eletto più volte tra i membri del parlamento locale, nel 1631 venne inviato per conto della Comunità a Valenzano, al fine di trattare con il Barone Francesco Jurietti (creditore del’Università) la liberazione di alcune giumente appartenenti al fratello Orazio Turnone. Occupò la carica di Sindaco della città dal 1° settembre 1632 al 31 agosto 1633 e poi nuovamente dal 1° settembre 1638 al 31 agosto 1639. Nel 1634 fu Priore della Venerabile Confraternita e della Cappella del Santissimo Rosario; nel 1635 risulta invece attestato come Deputato ed Economo del Venerabile Convento di San Francesco di Monache (all’epoca in costruzione)[35]. Personaggio di spicco della vita politica e sociale martinese e titolare di un consistente patrimonio fondiario e immobiliare, il Dottor Francesco era però odiatissimo dal popolo (che lo soprannominava Franceschiello) in quanto partigiano del Duca Francesco I Caracciolo [36]. Nel luglio del 1647, in seguito alle propaggini in Terra d’Otranto della rivolta di Masaniello, a Martina scoppiò un tumulto popolare, animato da Mastro Vito Antonio Montanaro detto Capodiferro (un noto fabbro ferraio). Franceschiello fu trovato nascosto nel Convento dei Domenicani, forse qui rifugiatosi dopo essere fuggito dal proprio palazzo: la folla inferocita lo defenestrò, lo finì a colpi di mazza e, dopo averne trascinato il corpo per le vie della città, lo abbandonò nei pressi del Convento dei Cappuccini, ove nottetempo i religiosi lo seppellirono cristianamente. L’accaduto costituisce un episodio rilevante in molte opere di storia locale, e dovette suscitare una certa sensazione all’epoca, in considerazione della celebrità del personaggio in ambito cittadino.

Il Dottor Francesco sposò intorno agli anni Venti del XVII sec. Donna Antonia Semeraro, dalla quale ebbe molti figli: si distinsero nella Martina del secondo Seicento Maddalena (Donna, Signora), abbiente gentildonna andata in sposa al Dottore di legge Tommaso Magli (Signore), nominato prima Procuratore dell’Illustrissimo D. Innico Caracciolo (14 marzo 1664) e poi amministratore in suo nome del feudo di Sant’Angelo in Terra d’Otranto (5 aprile 1664)[37]; il Reverendo D. Giovanni, chierico, poi suddiacono e diacono, quindi presbitero, Abate[38] e infine Canonico della chiesa di San Martino, il quale ricoprì più volte la carica di Procuratore ed Economo del Reverendo Capitolo e del Clero della Collegiata (1° settembre 1669 – 31 agosto 1670; 1° settembre 1675 – 31 agosto 1676; 1° settembre 1690 – 31 agosto 1691) e che al tramonto della vita concesse in affitto alla Duchessa Aurelia Imperiali la propria abitazione privata, col fine di accogliere e riscattare povere fanciulle orfane (in seguito provvide a donarla, permettendo l’istituzione del Conservatorio di Santa Maria della Misericordia ancora oggi esistente[39]); il Reverendo D. Giovanni Giacomo, sacerdote della Collegiata di San Martino negli stessi anni del fratello omonimo; e infine Maria, poi divenuta Suor Angela Maria, ultima figlia di Franceschiello e Donna Antonia.

 

Secondo l’insigne studioso Giuseppe Grassi, nella Martina della seconda metà del XVII sec. sarebbe vissuto anche l’Abate Dottor Franco Turnone, insigne ecclesiastico della chiesa di San Martino nominato dalla Repubblica di Venezia Cavaliere di San Marco[40].


Palazzo dell'Università, luogo e simbolo del potere civico di Martina Franca per diversi secoli. Nel 1734 venne eretta la torre civica.

Nel Settecento l’antica potenza della famiglia in città sembra ormai del tutto oscurata, essendo il Casato entrato in una fase di decadenza già nel secondo Seicento (per ragioni ancora da chiarire). Alcuni rami si estinsero e solo pochi tornarono successivamente a distinguersi: tra questi sono da citare il ramo monopolitano-napoletano e quello degli attuali rappresentanti della famiglia.

 Nel Settecento una ramificazione della Casata risulta infatti attestata anche a Monopoli, avendo il martinese Filippo Antonio Maria Turnone trasferito la propria residenza nella città adriatica forse intorno alla metà del secolo. Nello stesso periodo fu attivo in loco il Padre Domenico Turnone, Professore di Eloquenza nel seminario di Venafro e membro dell'Accademia dei Venturieri[41] (associazione di letterati, filosofi e uomini di cultura, sia laici che ecclesiastici, sorta nel 1765 sotto la protezione della Vergine Addolorata).


Ode composta da Padre Domenico Turnone in onore di Mario Petraroli, apparsa nell’opera Poesie di Mario Petraroli nell’Accademia dé Venturieri
della Città di Monopoli il difensore
(Napoli 1766)

Agli inizi del XIX sec. tale ramo del Casato risulta poi trapiantato a Napoli, nelle persone di Don Giovan-Battista Turnone (ecclesiastico) e delle gentildonne Aurelia e Francesca Turnone sue sorelle; il 6 aprile 1809 Donna Teresa Turnone (Signora, Donna), figlia del Signor Carlo, sposò Don Giuseppe Fanelli (Signor, Don), dal quale ebbe cinque figli. 
Questo ramo della famiglia, discendente in linea diretta dal seicentesco Rettore patavino ed estinto prima della metà dell'Ottocento, ebbe dimora al n°51 dell'antica Salita dei Sette Dolori, nel quartiere partenopeo di Montecalvario.
 

Gli attuali rappresentanti del Casato, residenti a Taranto, discendono invece da Orlando Martino Turnone (1911 – 1992), benestante signore martinese della prima metà del Novecento. Figlio di Domenico e di Rosalia Cito, fu Sottufficiale del Regio esercito nella Seconda Guerra Mondiale; nel 1961 si trasferì con la famiglia nell’antica città della Magna Grecia, ove attualmente risiedono per l’appunto i suoi discendenti. Questo ramo del Casato trae origine dall’unione del Nobile Donato Antonio Turnone e dell’honesta Laura Blasi, membri dell'aristocrazia martinese del XVI sec.

 PALAZZO TURNONE

Palazzo Turnone (oggi Conservatorio di Santa Maria della Misericordia) fu edificato, con ogni probabilità, intorno alla fine del XV o nel XVI sec. Del tutto privo di guglie, doccioni e altre decorazioni tipiche del Barocco (che invasero successivamente i palazzi storici di Martina al massimo del loro splendore), mantenne anche in seguito alla ristrutturazione avvenuta nel Settecento il proprio stile caratteristico, ben esemplificato dalle pietre del portale d’ingresso (rievocanti il quattrocentesco Palazzo Strozzi di Firenze). Si trattava in effetti di un’ampia casa a corte con una bilanciata gestione degli spazi, adatta ad ospitare una famiglia del ceto egemone. Se al pian terreno, in prossimità della corte, erano con tutta probabilità ubicati un giardino con pozzo e piazzolina, stalle, depositi alimentari e camere per la servitù, al primo piano (cui si accedeva tramite scale dalle balaustre elegantemente rifinite e decorate, ancora oggi esistenti) erano situate le gallerie, le camere di rappresentanza e gli appartamenti della famiglia padronale. Il fatto che il successivo complesso monastico sia sorto dall’aggregazione di tali strutture e di altri edifici privati spiega perché esso costituisca un unicum da un punto di vista architettonico: non vi è infatti, come di norma, un chiostro centrale; vi è piuttosto un vasto androne d’accesso, delimitato dal portale d’ingresso in bugnato in stile tardo-rinascimentale, entrambe tracce dell’antico carattere gentilizio della struttura. Al di sopra del portale è possibile ancora oggi riconoscere l’antico manufatto stemmato rappresentante il blasone della Casata, purtroppo in cattivo stato di conservazione al di là dell’elmo e delle piume del cimiero. Affianco al portale in bugnato, sulla destra, è situato l’ingresso della cappella del complesso monastico, dedicata alla Madonna della Misericordia.

© Palazzo Turnone, oggi Conservatorio di Santa Maria della Misericordia, con particolare del manufatto stemmato, purtroppo in degradato
stato di conservazione (vico Monacelle, Martina Franca).

Palazzo Turnone costituì con ogni probabilità una delle prime residenze signorili di Martina Franca. È tra i pochi edifici ad essere sopravvissuto alla completa ristrutturazione edilizia cittadina del Settecento, pur essendosi trasformato in tutt’altra istituzione; si trova, peraltro, nel rione Curdunnidde, antico complesso abitativo del centro storico risalente all’epoca angioina. Il palazzo testimoniò efficacemente, anche tramite la propria estensione, il notevole prestigio sociale ed economico del Casato.

Nel 1712 il Conservatorio appare essere già operante e perciò a quella data il Canonico Abate Giovanni Turnone doveva già avere affittato in parte la struttura alla Duchessa di Martina. La donazione del palazzo ebbe luogo il 28 luglio 1715 (quel giorno l’ecclesiastico fece testamento con atto del notaio Cataldo Antonio Rattico), ma venne resa effettiva solo con l’apertura del testamento, il 31 agosto di quello stesso anno. Nel documento il Canonico dichiara: “[i]tem iure legati lascio alle figliuole del Conservatorio fondato dall’Eccellentissima Signora Duchessa Madre Donna Aurelia Imperiale li miei palazzi, dove al presente habito, e voglio, che di detti miei palazzi se ne faccia un Conservatorio à spese di dette figliuole, dove habbiano da abitare in perpetuum; col peso però di far celebrare per l’anima mia, padre, madre, fratelli, e sorelle, et à chi mi ritrovo più tenuto, et obligato messe numero cento dieci ogn’anno in perpetuum, et mundo durante, e di pregare Dio per me, e per detti miei defunti […]”. Anche il Chirulli scrive, nel terzo volume della sua Istoria cronologica della Franca Martina: “Fondò ella [la Duchessa di Martina, ndA] un Conservatorio di povere Zitelle mantenute a sue spese prima in una casa ad affitto, e poi nel Palazzo del fu Canonico Giovanni Turnone, da chi fu legato a dette Zitelle col peso di alcune messe, e colla condizione, che facendosi altrove il Conservatorio, il detto Palazzo andasse a beneficio del Revedendissimo Capitolo di Martina[42]. Nel 1725 Aurelia Imperiali e Isabella d’Avalos istituirono definitivamente il Conservatorio in loco.

Il complesso, incluso dall’Associazione Dimore Storiche Italiane tra gli edifici di interesse storico della città, è inoltre sede della Fondazione Caracciolo-De Sangro.

Anche a Taranto vi è un Palazzo Turnone, ubicato nel Borgo Antico e affacciato sul Mar Grande. Acquistato e ristrutturato nella seconda metà del XX sec., tale palazzo è tuttora di proprietà della famiglia.


© Palazzo Turnone, Taranto.

FAMIGLIE IMPARENTATE CON CASA TURNONE

La famiglia Turnone si è imparentata a più riprese con la maggior parte delle Casate del ceto egemone di Martina Franca, e insieme a loro ha contribuito a scrivere la storia di quest’elegante cittadina. Si è scelto di esporre qualche cenno storico in riferimento a dette Casate, indicando in che modo esse abbiano contratto parentela con la famiglia. Alcune vantano origini lontane o hanno prosperato anche al di fuori delle mura di Martina; in qualche caso, peraltro, non di tratta affatto di famiglie martinesi.

 

AYROLDI: La famiglia Ayroldi fu nobile in Ostuni, ove è annoverata tra le Casate più ricche e distinte almeno a partire dal XVI secolo: nel 1585-1586 è infatti attestato il Magnifico Stefano Ayroldi, Cassiere dell’Università ostunese. Membri del Casato furono svariati gentiluomini, abbienti professionisti e benefattori. Paolo, Pietro, Giuseppe e Giovanni Battista furono chierici in Ostuni, ove vissero anche il Dottor Carlo Ayroldi, Don Vito Ayroldi e Onofrio Ayroldi. Il Reverendo D. Carmelo Ayroldi, erudito sacerdote e Tesoriere, resse la Curia di L’Aquila; degno di nota fu anche il Cantore Agostino Ayroldi. Nel 1720 il Reverendo D. Giuseppe Ayroldi fece costruire la chiesa gentilizia di San Giuseppe (poi riedificata nel 1870): la famiglia ebbe il privilegio di poter assistere alla messa da una tribuna direttamente collegata al proprio palazzo. Giuseppe Ayroldi, uno dei maggiorenti di Ostuni, fu la prima vittima della plebe reazionaria nel corso della Rivoluzione Napoletana del 1799 (il suo nome è citato persino dal celebre Vincenzo Cuoco nel saggio dedicato a tale rivoluzione); il figlio, Don Ferdinando, fu instancabile patriota e coordinò il governo provvisorio che resse la città nel 1860. Nel 1812 Mario Ayroldi fu Sindaco ostunese, mentre nel 1922 il Reverendo D. Agostino fece restaurare e ulteriormente arricchire la chiesa di San Giuseppe (di cui era padrone e cappellano canonico); in seguito, il Reverendo D. Tommaso Ayroldi, suo erede e congiunto, donò la chiesa al Capitolo della Cattedrale di Ostuni. Appartennero forse al Casato anche il Sottotenente Federico Ayroldi (caduto sul Tonale il 25 agosto 1915) e il Maggiore Antonio Ayroldi (1906 – 1944; Croce di guerra al valor militare, Croce di Ferro di I classe, Medaglia d’argento al valor militare), partigiano caduto alle Fosse Ardeatine il 24 marzo 1944.

Questa nobile famiglia, dal 1870 proprietaria di Palazzo Zevallos in Ostuni, si imparentò inoltre con altre eminentissime Casate cittadine (tra cui i Carissimo) e innalzò un blasone rappresentante tre stelle e un leone rampante fasciato.

Giuseppe Ayroldi, proprietario (alias possidente) nato ad Ostuni da Stefano e Giulia Ayroldi ma domiciliato in Martina Franca, impalmò nel 1895 Beatrice Turnone, figlia di Angelo Raffaele e Grazia Rosato, dalla quale ebbe come figlie almeno Giulia Maria Giuseppa (1897), Grazia Maria (1899) e Giulia Maria Giuseppa (1899). La coppia di proprietari dimorava a Martina in via Paisiello; nella stessa città gli Ayroldi si imparentarono anche con i Casavola e i Fischetti.

Altre famiglie Ayroldi si distinsero in Monopoli e Molfetta; in quest’ultimo comune innalzarono un’arma gheronata d’oro e d’azzurro al capo d’Impero, vantando quindi discendenza dagli Airoldi o Iroldi milanesi, illustre Casata lombarda poi trapiantata in Sicilia agli inizi del XVII secolo (Duchi di Cruyllas, Marchesi di Santa Colomba, Conti di Lecco, Signori di Bellagio, trattamento di Don e Donna) e presentante un blasone molto simile a quello della schiatta molfettese (gheronato d’argento e d’azzurro al capo d’Impero).

BLASI (de Blasio): La famiglia Blasi fu tra le primissime Casate di Martina, e per antichità di lignaggio (l’origine delle sue fortune è probabilmente databile all’alba del XVI secolo, con un “Magister Laurentius Magistri Caroli alias de Blasio [43]), e per le cariche ricoperte, i trattamenti goduti e gli sterminati possedimenti che amministrò in oltre cinque secoli di storia. Dette alla città svariati Sindaci (si citano qui i sindacati di Pompeo, 1569-1570; Nicola Antonio, 1595-1596, 1597-1598; Domenico, 1606-1607, 1618-1619; Pietro Antonio, Utriusque Iuris Doctor, 1619-1620, 1641-1642; Giovanni Leonardo, Utriusque Iuris Doctor, 1635-1636; Francesco Antonio, 1791-1792, 1793-1794, 1795-1796; Domenico, eletto dai sanfedisti dopo la sommossa popolare del 26 settembre 1798 e poi sostituito da Francesco Paolo Filomena), uomini d’arme (Messer Giovanni, figlio di Nicola Antonio e nipote del giudice Giovanni, è attestato come Alfiere nel 1619; anche Scipione, figlio di Domenico, fu Alfiere nella prima metà del Seicento; Vito Antonio, oculato agente del Duca di Martina, fu invece Tenente nel 1701) ed ecclesiastici (il Reverendo Abate Pietro Antonio è Tesoriere della Collegiata di San Martino sul finire del Cinquecento; il Reverendo Abate Giovanni Leonardo nel 1638 figurava tra i Canonici della Collegiata di San Martino; intorno alla metà del Seicento il Reverendo Abate Graziano officiava nella chiesa maggiore martinese; Lorenzo è attestato come Arciprete di Martina dal 1711 al 1720). I membri di questa famiglia ricoprirono anche altre cariche di rilievo (Giovanni Lorenzo è nominato Luogotenente ducale l’11 agosto 1617; Francesco Antonio, Dottore di legge e futuro Sindaco di Martina, è Priore della Confraternita dell’Immacolata dei Nobili nel 1620) ed esercitarono un’enorme influenza nel panorama politico martinese (nel XVIII sec. il chierico Graziano, Dottore di legge, si dedicò alla causa del partito universalista con notevole pervicacia, insieme ai fratelli Ettore, Angelo e Giovanni Leonardo). Dai Blasi discese l’omonima famiglia dei Baroni di Statte, feudataria della cittadina pugliese dal 1730 (col Barone Francesco Blasi) al 1800 circa. A Martina esistono ancora due palazzi intitolati alla Casata, che nel 1652 deteneva il giuspatronato sull’altare di Sant’Antonio da Padova, appositamente eretto nell’antica chiesa di San Martino (ne conservò la proprietà sino alla metà del Settecento). In detta chiesa il Casato possedeva anche un sepolcro davanti all’altare di Santa Maria dell’Assunzione (1594).
Verso la metà del XVI sec. il Nobile 
Donato Antonio Turnone sposò Laura Blasi (“honesta” – vedi atto notarile), figlia di Messer Pompeo e sorella di Domenico (entrambi futuri Sindaci della città), quindi nipote del Tesoriere Pietro Antonio e di Messer Graziano (Magnifico, Messer), nonché zia del Dottore di legge Pietro Antonio (anch’egli futuro Sindaco), dell’Alfiere Scipione, del Reverendo D. Francesco e delle signore Donna Livia, Donna Aurelia e Donna Cecilia. Pochi anni più tardi il Magnifico Dottore di legge Filippo Turnone, Procuratore dell’Università nel 1584, si unirà in prime nozze con Antonia Blasi, come da carte dotali stipulate in data 19 febbraio 1576: insieme procreeranno Francesco (il futuro Rettore artista) e Giovanni Battista. Infine, Paola Antonia Blasi (testamento col notaio Nicola Antonio Angelini il 7 marzo 1626), figlia di Nicola Antonio e sorella dell’Alfiere Giovanni, di Porsia e di Padovana, sposò Donato Antonio Sisto e fu la madre di Maria, seconda moglie di Orazio Turnone.

Lo stemma dei Blasi consisteva in un ermellino (secondo alcuni una lince) con un cartiglio recante il motto MALO MORI QUAM FOEDARI (“Meglio morire piuttosto che tradire”).

CAROLI (de Carolis): Orazio Turnone, figlio di Giovanni Giacomo e di Aurelia Orimini, sposò in prime nozze Donna Vita Antonia Caroli, figlia di Francesco e di Nunzia Locorotondo, dalla quale ebbe Giovanni Giacomo e Aurelia (presumibilmente morta in tenera età). In un atto notarile seicentesco rogato dal notaio Nicola Antonio Angelini si afferma inoltre che il chierico Filippo Turnone era consanguineo delle figlie di Giovanni Giacomo Caroli, Dottore in utroque iure, la cui famiglia fu per secoli una delle più cospicue di Martina: dette infatti alla città diversi Magnifici, proprietari terrieri e facoltosi professionisti (via Arco Caroli prende il come da questa Casata). Furono Sindaci della cittadina pugliese almeno Giovanni (1527-1528), Ambrogio (1572-1573; 1582-1583), Donato (1588-1589), Donato Antonio (1603-1604), Giuseppe (1607-1608) e il dottor fisico Girolamo (1628-1629). Il Reverendo D. Giovanni Antonio nel 1575 fu Arciprete di Martina, carica ricoperta anche dal Reverendo D. Donato Antonio (Magnifico) almeno fra il 1609 e il 1637. Il Magnifico Girolamo fu Priore della Confraternita del Santissimo Sacramento (1594-1595).

Nel 1594 la famiglia possedeva un sepolcro privato nei pressi della porta australe della chiesa di San Martino; il Magnifico Graziano Caroli aveva inoltre in proprietà un sepolcro nei pressi della porta del coro, accanto a quello del Magnifico Donato Antonio Magli. Nello stesso anno la Casata esercitava il giuspatronato sull’altare di Tutti i Santi (eretto dal Reverendo D. Antonio Caroli e passato poi al nipote, chierico Fabrizio) e sul recente altare di San Giovanni Battista (fondato dai Magnifici fratelli Graziano e Giovanni Maria; Vito vi fondò un beneficio, di cui il chierico Donato Antonio fu cappellano nel 1594). Entrambi gli altari erano ancora di proprietà della famiglia Caroli nel corso delle visite pastorali del 1652 e del 1721.  

CAVALIERE: La famiglia Cavaliere fu una distinta e onorata Casata barese di rango civile; attestata già sul finire del XVI sec. e vissuta anche a Mola, godette di notevole prosperità economica, ciò che le permise di vivere di rendita (more nobilium). La famiglia donò al capoluogo pugliese illustri gentiluomini come il longevo Don Luigi Cavaliere (vissuto a cavallo tra XVIII e XIX sec.) e il figlio Don Nicola, impiegato della Corona. Il Sindaco Nicolangelo Cavaliere fu uno dei magistrati che ressero la città di Bari dal 1° settembre 1800 al 31 agosto 1801, insieme al Signor Dottore Modesto Cavaliere (uno degli eletti dell’Università). Quest’ultimo fu importante politico, eletto anche Sindaco del popolo; il 31 maggio 1800, peraltro, fu nominato rappresentante del primo ceto cittadino in un comitato istituito dal decurionato al fine di ratizzare la somma di 2035 ducati. Nel 1823 Girolamo Cavaliere è chierico della Basilica di San Nicola; Don Pietro Cavaliere esercitò il notariato a Bari intorno alla metà dell’Ottocento, secolo in cui visse anche il Reverendo D. Modesto.

Carmela Francesca Fortunata Cavaliere nacque a Bari il 5 luglio 1837 da Don Nicola Cavaliere (figlio di Don Luigi e impiegato della Corona) e Donna Maria Lizzari (figlia di Don Filippo Giacomo); intorno alla metà del secolo perse progressivamente tutti i membri della sua famiglia. Non si sa di preciso quando si trasferì a Martina Franca; certamente, comunque, contrasse matrimonio con il martinese Carmelo Cito, da cui ebbe Rosalia, futura moglie di Domenico Turnone. Gli attuali rappresentanti del Casato, nipoti e pronipoti di Domenico e Rosalia, discendono quindi in linea diretta dalla famiglia Cavaliere di Bari.   

CHIAFELE: Nel testamento di Messer Ambrogio Turnone (4 settembre 1623, notaio Donato Antonio Caramia) si afferma che il galantuomo era cugino di Francesco Chiafele e che quest’ultimo fu “creato di sua casa”. Francesco apparteneva a una facoltosa famiglia martinese di cui furono importanti esponenti Tiberio e Donato Antonio, entrambi vissuti nel Seicento. Il Reverendo D. Raffaele Chiafele fondò un antico altare di San Vito nella chiesa di San Martino, ma già nel 1594 non ve ne era più traccia; un nuovo altare dedicato al Santo fu eretto nel 1562 dal Reverendo D. Vito Chiafele e poi spostato più indietro nel corso della ristrutturazione dell’ala sinistra della chiesa (tra il 1577 e il 1580). Lo stesso Vito aveva commissionato nel 1540 una statua di San Vito Martire, nota per la sua bellezza.

CITO: Il chierico Francesco (attestato nel 1631), Livia e Antonia Cito, nipoti di Donna Livia Turnone e di Cesare Sarcinella, erano figli di Donato Antonio, “eccellente medico, letterato appieno, dottor teologo, storico e poeta impareggiabile, che ricevé l’onore di essere aggregato nell’Accademia degli Oziosi di Napoli ed in quella degli Umoristi di Roma, ben conosciuto dalla repubblica tutta dei letterati per le sue eroiche Rime, che diè alla luce[44], e nipoti ex fratre del cappuccino francescano Pietro Cito, autore del poema La Vergine saettata (1645). Altro importante membro di questa benestante famiglia martinese (nel 1594 aveva un proprio sepolcro nella chiesa di San Martino, davanti all’altare di San Pietro Martire) fu il Magnifico Fulvio Cito, vissuto nel primo Seicento e anch’egli Artis Medicinae Doctor.

COLUCCI (de Colutio o de Colutia): Casata tra le più antiche, prospere e potenti di Martina; nella visita pastorale dell’Arcivescovo di Taranto del 1594 è indicata come proprietaria della cappella di San Sebastiano nel cimitero della chiesa collegiata. Giovanni Marino Colucci fu notaio nel Cinquecento; nello stesso periodo Donato fu giudice a contratti. Collega del Magnifico Filippo Turnone, nella commissione istituita nel 1540 contro il Governatore Camillo Dante, fu il Magnifico Francesco Antonio Colucci (Utriusque Iuris Doctor, figlio di Flaminio e nipote di Graziano), padre del notaio Giovanni Antonio. Nel 1544 Antonio fu nominato Governatore militare di Martina e provvide a restaurare le mura e le torri della città. Goffredo (o Gioffreda) Colucci fu Arciprete di Martina tra il 1586 e il 1587, mentre Giovanni Battista, Utriusque Iuris Doctor, rettore della cappella di San Sebastiano e ancora chierico nel 1594, diverrà Abate, Canonico e poi Tesoriere della Collegiata di San Martino (a partire dal 1617). Fratelli del Tesoriere, tutti Magnifici, furono Pomponio, Lucio o Luzio (Sindaco di Martina nel 1616-1617 e confratello dell’Immacolata dei Nobili) e il Signor Dario, Artis Medicinae Doctor , Professore di latino e greco nonché anch’egli Sindaco di Martina (1620-1621; 1622-1623).

Giovanni Antonio Colucci, figlio di Dario e della prima moglie Livia Palazzo, sposò Donna Laura Turnone (figlia di Giovanni Giacomo e di Aurelia Orimini, morta il 9 novembre 1673 e seppellita nel Convento dei Padri Domenicani), dalla quale ebbe Livia, ultima esponente del Casato che da allora in poi fu considerato come la “vera famiglia Colucci” (in riferimento a un’omonima schiatta assurta al rango civile a partire dalla seconda metà del Seicento).

FANELLI e CAVALLERI (Cavalleria): Maddalena Fanelli, appartenente a una facoltosa Casata del primo ceto di Martina e moglie di Nicola Antonio de Cesare, fu la suocera di Messer Ambrogio Turnone, padre del Magnifico medico Giovanni. Quest’ultimo sposò Donna Antonia Cavalleri (Cavalleria), forse originaria di San Vito, poiché qui nacquero i suoi figli Ambrogio e Maddalena Turnone (entrambi morti prematuramente). In seguito alla dipartita del marito, avvenuta nel primo XVII sec., Antonia si risposò con il Magnifico Giacomo Antonio Laversano di Napoli.

Il ramo napoletano della famiglia Turnone, inoltre, si imparentò con un Casato Fanelli di origine barese ma dimorante nella capitale partenopea: esso presumibilmente non aveva nulla a che fare con l’omonima famiglia martinese. Il 6 aprile 1609 Donna Teresa Turnone (Donna, Signora), figlia del Signor Carlo e di Elisabetta Costantino, sposò Don Giuseppe Fanelli (Don, Signor), figlio di Emanuele e di Donata Rosa d’Abbrizzi, dal quale ebbe Emanuele Carlo Giuseppe (1810), Rosa Carolina Santa (1815, andata in sposa il 28 aprile 1836 a Don Rafaele Alessandro Palmieri, medico cerusico di benestante famiglia salernitana), Elisabetta Alfonza Raimonda (1818), Alfonza Carolina Maria Anna Raimonda (1820) e Carlo Vito Giovanni Battista Raimondo Alfonso Francesco (1823 – 1827).

GRASSI: Il 5 settembre 1918 Maria Carmela Turnone, figlia di Domenico e di Rosalia Cito, si unì in matrimonio con Mario Grassi, imparentato con il famoso onorevole Don Paolo (deputato del Parlamento del Regno d’Italia) e appartenente a una ricca e distinta famiglia cittadina di rango civile, principale protagonista della politica martinese nell’Ottocento e nel primo Novecento. Secondo il Montefusco i Grassi di Martina discenderebbero da una nobile famiglia di Otranto, originatasi da Guglielmo il Grosso (feudatario sotto Re Guglielmo il Buono) e distintasi anche a Lecce, Martano e Locorotondo; secondo altri autori, tale schiatta avrebbe goduto nei suoi vari rami dei titoli di Barone di Provignano e di Barone di San Nicola (in Pettorano). Ciò che è certo è che la famiglia Grassi di Martina costruì le proprie fortune a partire dal Seicento; membri del Casato furono Francesco Paolo senior (medico chirurgo), Francesco Paolo junior (Avvocato), Raffaele (Avvocato), un Canonico Cantore della Collegiata di San Martino e una suora agostiniana. Nel secondo Ottocento la famiglia assurse a una posizione politica di primo piano con i figli di Raffaele Grassi, membro della Carboneria e Sindaco di Martina nel 1848: essi, entrambi patrioti e deputati del Parlamento italiano, furono i signori Graziano e, per l’appunto, Paolo (capo della fazione liberale della città)[45]. Illustri rappresentanti del Casato furono anche il Reverendo D. Giuseppe Grassi, detto Peppino (1881 – 1953), Canonico della Collegiata di San Martino,  Professore e insigne storico locale (fu l’autore di opere come Il dialetto di Martina Franca, Martina Franca 1925, e La Chiesa di San Martino in Martina Franca, Taranto 1929), cui è oggi intitolata una scuola media di Martina; e suo nipote Paolo (1919 – 1981; Cavaliere di gran croce dell’Ordine al merito della Repubblica italiana), famoso impresario teatrale milanese, fondatore del Piccolo Teatro di Milano. A quest’ultimo sono dedicate la Scuola d’Arte Drammatica Paolo Grassi del capoluogo lombardo e la Fondazione Paolo Grassi di Martina Franca.      

GRECO: Donna Palma Greco, figlia di Giovanni e nipote del Reverendo Abate Evangelista Cervellera, dette al Magnifico Donato Antonio Turnone cinque figli: Aurelia (1609), il chierico Giovanni Antonio (1610), Camillo (1614), Francesco (1615) e Filippo (1617). Solo il secondo e il quarto sopravvissero all’infanzia. In seguito alla prematura dipartita del marito (morto il 2 ottobre 1618 e seppellito nel Venerabile Convento di San Domenico), Donna Palma si risposò con il Magnifico Vespasiano Scialpi; la donna farà testamento con il notaio Nicola Antonio Angelini il 13 giugno 1645.

LEONE (de Leonibus o de Leone): Tra le più ricche e insigni Casate del circondario martinese, di antichissima distinzione (l’origine delle sue fortune è addirittura precedente all’infeudazione dei Caracciolo del 1507). Alla fine del XV e nel XVI sec. i suoi membri influenzarono decisivamente la vita politica della città, per mezzo dei sindacati di Bernardino (1496-1497; 1502-1503; 1508-1509), Geronimo Antonio (1526-1527), Consalvo (1552-1553), Alfonso (Nobile; 1555-1556; 1559-1560), Michele (1557-1558; 1565-1566) e Bernardino (1573-1574). Nel Cinquecento furono notai Antonio (Cancelliere dell’Università nel 1528), Giorgio e Girolamo Antonio (Sindaco nel 1526-1527 e figlio del Sindaco Bernardino); Leonardo Antonio fu Consigliere della Comunità di Martina Franca nel 1528. Messer Annibale è attestato sul finire del Cinquecento, così come il Nobile Scipione, figlio di Ascanio, lo è dal 1595 al 1607; Francesco, dottor fisico, ricoprì la carica di Sindaco di Martina nel 1630-1631. Alfonso, Dottore di legge, fu un’importante personalità del Seicento martinese, nonché Priore della Confraternita dell’Immacolata dei Nobili (1635, 1637); altri importanti membri del Casato furono Flavio (con i figli Reverendo D. Donato Antonio, Camillo, Dottor Francesco, Giovanni Matteo e Maria), il Reverendo D. Girolamo, il Signor Fulvio (tutti viventi nel Seicento) e Giuseppe, regista delle commedie recitate nel Settecento a Palazzo Ducale. Un altro Giuseppe, Reverendo sacerdote, fu nominato successore del famoso D. Isidoro Chirulli nell’arcipretura di Martina (1767).

La famiglia Leone possedette l’altare di Santa Maria Maddalena nell’antica Chiesa di San Martino (inclusi due sepolcri a esso prossimi), ma a partire dal 1685 vi si fa riferimento come all’altare di Santa Lucia; nel 1721 la famiglia è indicata anche come proprietaria dell’altare del Presepio (o di San Giuseppe).

Donna Isabella Leone (Magnifica, Donna), sorella di Fulvio e Virginia Leone, sposò il Nobile Francesco Turnone, già Rettore dell’Università degli Artisti dello Studio di Padova, agli inizi del Seicento; dal matrimonio nacque Antonia (battezzata il 27 gennaio 1607 e presumibilmente morta in tenera età). Nonostante in un atto notarile seicentesco si affermi che Isabella non avesse speranza d’avere figli a causa dell’età (morirà il 23 febbraio 1651, cinque anni prima del marito), in altri atti il Signor Giovanni Battista Turnone viene detto figlio dell’Artis Medicinae Doctor Francesco (con ogni probabilità nacque quindi da altra relazione). Giovanni Battista sposerà Donna Caterina Leone (figlia del Signor Fulvio e di Silvia Colucci) intorno alla metà del Seicento e, tramite la propria discendenza, sarà il diretto antenato dei rami monopolitano e napoletano del Casato.

MAGLI (de Malleo o de Maglio): Già nel Cinquecento si hanno tracce di questa famiglia, di cospicua distinzione e onorata discendenza: Angelo e Pietro Magli figurano tra i galantuomini di spicco del panorama politico martinese di quel secolo. Il notaio Paolo fu Sindaco nel 1571-1572, come lo furono Angelo nel 1576-1577 e un omonimo Utriusque Iuris Doctor nel 1627-1628; Giovanni Paolo fu invece Arciprete di Martina nel 1586. Nel 1594 la famiglia possedeva un sepolcro nella chiesa di San Martino e anche il Magnifico Donato Antonio Magli ne aveva uno ante ianuam chori. Il membro più importante del Casato fu certamente il Reverendo Abate Pasquale Arcangelo Magli, illustre filosofo nato a Martina il 25 giugno 1720 da Nicola (contabile del Duca di Martina) e Maria Maddalena Marinosci e morto in città nel febbraio 1776: Canonico della Collegiata di San Martino e cappellano delle Agostiniane di Santa Maria della Purità, fu l’autore delle Dissertazioni filosofiche (Napoli, 1759) e delle Dissertazioni sul diritto della natura e sulla legge della grazia (Napoli, 1772), opere che lo consacrarono come il più grande pensatore martinese del suo secolo.

Ancor oggi a Martina esistono due palazzi del centro storico intitolati a questa importante famiglia.

Il Signor Tommaso Magli, figlio del Dottor Angelo (già Sindaco di Martina) e di Donna Porsia Ruggieri, Utriusque Iuris Doctor, Procuratore dell’Illustrissimo D. Innico Caracciolo e amministratore in suo nome del feudo di Sant’Angelo in Terra d’Otranto, sposò la Signora Maddalena Turnone (figlia del Dottor Francesco, anch’egli già Sindaco di Martina, e di Donna Antonia Semeraro) il 10 giugno 1655 nella chiesa di San Martino; l’officiante fu il Reverendo Abate Giovanni Turnone, fratello della sposa. Prima della morte prematura del Magli, sepolto il 5 ottobre 1669 nella stessa chiesa, la coppia ebbe svariati figli (tra cui il Reverendo D. Roberto e la Signora Antonia Magli) e poté quindi assicurarsi una propria discendenza.

ORIMINI (de Orimino): Giovanni Giacomo Turnone sposò Aurelia Orimini sul finire del XVI sec. Quest’ultima (seppellita nella chiesa di San Domenico il 25 ottobre 1652 a circa 74 anni d’età) apparteneva a un’illustre e importante Casata oggi totalmente estinta, dimorante in Martina almeno dalla seconda metà del Cinquecento; si trattava con ogni probabilità di un ramo della antichissima (X sec.) e nobile Casata Orimini o d’Orimini, originaria di Napoli (ove godette nobiltà al Seggio della Montagna e fu annoverata tra le antiche Famiglie feudatarie) ma spostatasi poi “in Brindesi, in Lecce, e nella stessa Provincia d’Otranto[46]. Il Foscarini, nel suo Armerista e notiziario delle famiglie nobili, notabili e feudatarie di Terra d’Otranto, riporta come Sindaci di Lecce un Roberto (1474), un Francesco (1479) e un Luigi (1529). Nel 1646-1647 il Magnifico Scipione Orimini fu Sindaco di Martina, mentre nel 1694 il Magnifico Bartolomeo, Dottore in legge, fu Priore della Confraternita dell’Immacolata dei Nobili. La Famiglia si estinse nel XVI sec. a Lecce e nel primo XIX sec. a Napoli (ove nel Settecento fece ritorno un ramo al quale appartenne il noto giureconsulto D. Antonio, Patrizio brindisino). A Martina risulta attestata una Magnifica Donna Anna Antonia Orimini, Baronessa di Luogosano sino al 1729, ancora nel 1738; anche in questo caso, comunque, non si avranno più notizie circa una famiglia di tal nome già a partire dal secolo successivo.

La Casata alzò un blasone bandato di rosso e d’argento con il capo caricato da un lambello a cinque pendenti d’azzurro; essa dette il nome alla Masseria Orimini nei pressi di Crispiano (costruzione fortificata con lunghe garitte di forma circolare e comprendente molti trulli) e al cosiddetto Bosco Orimini, suggestiva distesa boschiva di leccio d’alto fusto facente parte del patrimonio naturalistico della Valle d’Itria e costituente l’antica strada che congiungeva Martina Franca a Taranto (area protetta nota anche per via di misteriosi fenomeni paranormali intorno ai quali si è più volte soffermato l’immaginario collettivo della popolazione della zona).   

PALAZZO (de Palatio): Filippo Turnone, Magnifico Dottore di legge, sposò in seconde nozze Laura Palazzo (come da carte dotali stipulate il 18 marzo 1594), ma non sembra che la coppia abbia generato figli: alla morte del marito, peraltro, Laura si risposò con Flavio Leone. Il Nobile Giovanni Battista Turnone, figlio del Dottor Filippo, sposò invece la Nobile Porsia Palazzo (Nobile, Magnifica, Donna) agli inizi del XVII sec. Insieme ebbero cinque figli: Antonia (morta il 10 dicembre 1663 e inumata nella chiesa dei Padri Domenicani), Grazia, Palma, Livia (seppellita il 26 aprile 1680 nella chiesa dei Padri Domenicani; le quattro sorelle erano tutte vergini in capillis) e il chierico Filippo (seppellito nella chiesa di San Martino il 7 aprile 1708; aveva 89 anni). Porsia fece testamento col notaio Nicola Antonio Angelini il 6 febbraio 1634.

Nel Cinquecento furono membri della famiglia Palazzo il notaio Dario e Messer Mario, mentre nel primo Seicento si distinse il Magnifico Ambrogio (Magnifico, Messer). Non si hanno più notizie di una notabile famiglia di tal nome dopo questo secolo.

RODIO (de Rodia): Nel primo Seicento Francesco Turnone, figlio di Messer Donato Antonio e di Donna Palma Greco, sposò Caterina Rodio, figlia di Donato Antonio e di Isabella Fischetti. Donato Antonio Rodio era a sua volta figlio di Giuseppe (XVI sec.) e fece testamento il 24 settembre 1643 con il notaio Nicola Antonio Angelini. Nel 1594 la famiglia Rodio possedeva un sepolcro privato nella chiesa di San Martino, in prossimità dell’altare di Santa Maria degli Angeli. Dal matrimonio di Francesco Antonio Rodio con Maria Scialpi nacque Donato Antonio, il quale si trasferì da Martina a Locorotondo; qui D. Michelangelo Rodio (1649 – 1739) fu Arciprete, Vicario Foraneo e parroco, mentre Francesco Antonio Rodio nel XVIII sec. è qualificato nobile vivente. Suo figlio Donato Antonio fu Dottore in Medicina e, trasferitosi a Ostuni sul finire del Settecento, ne divenne Sindaco: dal suo matrimonio con Antonia Carissimo dei Patrizi di Ostuni nacque Francesco Antonio, anch’egli Sindaco della città.  

RUGGIERI (de Rogerio): La famiglia Ruggieri fu una ricca e illustre famiglia martinese; nel corso dei secoli amministrò svariati beni, tra i quali Palazzo Ruggieri, ancor oggi una delle più caratteristiche dimore signorili della città. Nel 1594 la Casata possedeva l’altare di Sant’Eligio nella chiesa di San Martino (avendolo forse eretto ex novo), mentre a partire dal 1685 esercitò il giuspatronato sull’altare dello Spirito Santo. Giuseppe ricoprì la carica di Sindaco di Martina nel 1610-1611, come anche Carlo (1684-1685) e un altro Giuseppe (1742-1743; 1753-1754; 1766-1767): quest’ultimo è qualificato come Signor, Don e Nobile nel Catasto Onciario di Martina del 1753 (once 3.033-19).

Giuseppe Ruggieri è attestato all’alba del Seicento come marito della Magnifica Vittoria Turnone; tra i loro figli, importanti furono Giovanni Paolo Ruggieri, Utriusque Iuris Doctor (testamento il 27 dicembre 1644 col notaio Nicola Antonio de Angelini), e il suddiacono Giovanni Antonio Ruggieri.
SARCINELLA e FULLONE (Fullona):
 Nel 1594 la famiglia Sarcinella, antica e distinta famiglia martinese entrata in decadenza dopo il Seicento, possedeva un proprio sepolcro nei pressi della fonte battesimale della chiesa di San Martino. Donna Livia Turnone sposò Cesare Sarcinella al tramonto del XVI sec., dal quale ebbe almeno Nicola Maria (chierico nel 1631) e la gemella Donna Fagostina o Faustina, moglie di Marco Aurelio Gemma; Nicola Antonio Sarcinella fu invece il marito di Faustina Turnone, figlia di Giovanni Battista (fine XVI – inizio XVII sec.). Un Magnifico Nicola Maria Sarcinella è attestato nel 1627 come marito della Magnifica Antonia Chiafele, mentre un altro Nicola Maria qualche anno dopo è qualificato come milite del Conte di Buccino (alias del Duca di Martina): è molto probabile che le due omonime figure coincidano.

Nel testamento di Donna Livia, inoltre, l’Utriusque Iuris Doctor Giovanni Battista Fullone, esponente di spicco del primo ceto martinese seicentesco (per qualche tempo ospitò il Duca Francesco I nel proprio palazzo), appare essere il nipote della gentildonna.

SCIALPI (Salpo, de Scialpo o dello Scialpo): L’“honesta” Maria Scialpi, figlia di Antonio, è attestata nel XVI sec. come moglie del Magnifico Pietro Angelo Turnone, Consigliere della Comunità di Martina Franca nel 1530 (vedi atto di donazione). La famiglia Scialpi dette alla cittadina pugliese eminenti personalità sin da tempi antichi: basti citare Angelo, Arciprete di Martina almeno nel 1497-1498, e i Sindaci Donato (1499-1500; 1506-1507), Paolo (1525-1526), Angelo (1563-1564) e Consalvo, Utriusque Iuris Doctor (1565-1566; 1570-1571; 1574-1575; 1575-1576). Nel 1594 la famiglia possedeva l’antico altare di San Pietro Martire (o della Trasfigurazione) nella chiesa di San Martino: fondatore fu Guglielmo Scialpi. Fino al 1655 il Casato conservò anche il giuspatronato sull’altare di Sant’Antonio Abate.

SEMERARO: Il Dottore di legge Francesco Turnone, figlio di Giovanni Giacomo e di Aurelia Orimini, sposò agli inizi del Seicento Donna Antonia Semeraro, figlia di Messer Pietro Antonio e di Donna Laura Colucci e appartenente a una prospera e antica Casata martinese: Antonio di Jannotta Semeraro fu infatti Sindaco della città nel 1515-1516, come lo fu Pietro nel 1539-1540. Simbolo araldico del Casato erano tre spighe di grano.

Questa famiglia nel 1594 era proprietaria di una sepoltura privata a lato della fonte battesimale della chiesa di San Martino; in tempi più antichi fondò l’altare di Sant’Antonio Abate e, dopo il rinnovamento settecentesco della chiesa maggiore martinese, rilevò l’antica statua del santo, oggi conservata a Palazzo Marinosci. Nel 1733 fu invece eretto il cosiddetto Palazzo del Cavalier Semeraro, una delle dimore signorili più significative del centro storico di Martina.


© Martina Franca - Stemma famiglia Semeraro

SISTO: Orazio Turnone sposò in seconde nozze (1640) Maria Sisto, primogenita di Donato Antonio (da vedovo divenuto suddiacono, essendo attestato come tale nel 1650) e di Paola Antonia Blasi; la donna gli dette Donato Antonio, Leonardo, Francesco e Aurelia Turnone e al termine della sua vita terrena fu sepolta nella chiesa di San Martino (13 maggio 1675).

La famiglia Sisto era una distinta Casata originaria di Noci: nel Cinquecento il Nobile Mario figura tra i cittadini eminenti di quella città, così come Stefano e il Reverendo D. Scipione, fondatori del giuspatronato sulle cappelle di Santa Maria di Costantinopoli e di San Giovanni Battista (con il diritto di nominarne il cappellano). Sempre nel XVI sec. un ramo del Casato risulta trapiantato a Martina con Giovanni Vito, padre del Reverendo D. Giovanni Carlo (sacerdote della Collegiata di San Martino nonché cappellano e Rettore delle predette cappelle in Noci), di Donato Antonio e di Donna Antonia (moglie di Messer Francesco Ruggieri). Quest’ultima, insieme alla progenie del fratello (nel 1661 rappresentata da Antonia Sisto e dalla sorella Maria, vedova del Turnone), dovette essere l’erede dei fondatori del beneficio istituito sulle cappelle, dal momento che quello stesso anno le tre donne nominarono cappellano e Rettore il Reverendo D. Modesto Sisto di Noci. La famiglia scomparve a Martina nel corso del Seicento.

Dal matrimonio di Orazio e Maria Sisto discendono gli attuali rappresentanti del Casato dei Turnone.  

VACCA (Bacca): Antica famiglia martinese del ceto egemone, scomparsa dopo il Seicento. Antonio fu prima Consigliere della Comunità di Martina Franca (1528) e poi Sindaco di Martina (1530-1531); in tale veste si recò con il Magnifico Pietro Angelo Turnone a Buccino, come si è già detto. Persio, figlio del notaio Battista Vacca, è attestato nella Martina del Cinquecento; nel 1579 vissero la Nobile Ottavia (moglie del Nobile Angelo d’Angiulli di Grottaglie), la Nobile Aurelia (moglie del Nobile Delfino Marangi), il Nobile Francesco (Nobile, Magnifico) e la Nobile Perna Aurelia (moglie del Nobile Ettore d’Angiulli di Grottaglie), tutti figli del Nobile Sebastiano Vacca (Nobile, Magnifico) e della Nobile Antonia Leone (Nobile, Magnifica) e quindi nipoti del Nobile Alfonso Leone, carismatico Sindaco di Martina; a quella data un quarto fratello, il Nobile Antonio Vacca (Nobile, Magnifico), era già morto, mentre nel 1586 è attestata un’altra sorella, la Magnifica Laura. Importanti membri del Casato furono pure Quinto e Vito Vacca e la Signora Lucrezia Vacca (XVII secolo).

Nel 1594 la famiglia possedeva l’antico altare di Santa Caterina nella chiesa di San Martino e il sepolcro antistante (fondatore Messer Antonio Vacca);  nel 1652 ne era ancora proprietaria. All’epoca della visita pastorale del 1594 sull’altare si officiava una messa settimanale per due legati: il primo fu istituito da Perna Vacca; il secondo da Donna Giustina Turnone, moglie di Messer Francesco Vacca, già defunto nel 1569 (data del testamento della Turnone). Nell’atto, redatto dal notaio apostolico D. Giovanni Antonio de Cataldo, la gentildonna afferma, tra le altre cose, di voler essere seppellita nel sepolcro della famiglia del marito; dispone, inoltre, che il giorno delle sue esequie si “distendano al populo” di Martina quattro grana[47].  

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Note:

[1] Dello stemma innalzato ab antiquo dal Casato sopravvivono oggi tre raffigurazioni. La prima è il blasone cavalleresco collocato sopra il portale del Conservatorio di Santa Maria della Misericordia, già Palazzo Turnone (Martina Franca); di gusto manierista, è forse databile alla seconda metà del Cinquecento. Pur essendo fortemente degradato, sono ancora visibili un giglio nella parte superiore sinistra ed elementi d’insieme riconducibili all’antico stemma partito. Il blasone è sormontato da un elmo posto in posizione frontale, col cimiero consumato ma al quale appartenevano piume ricadenti tuttora ben conservate.

La seconda e la terza raffigurazione sono rappresentazioni dell’arme appartenuta al Cavalier Francesco Turnone, una scultorea e l’altra affrescata: entrambe sono ancora visibili a Palazzo Bo (Padova).

Lo stemma scultoreo appartenuto al Rettore è esposto nel passaggio dal cortile antico al cortile nuovo del palazzo; di notevoli dimensioni e magnificamente rifinito, si confà alla più alta carica dell’Università degli Artisti e presenta anche una targa dedicata al Cavaliere (stemma e targa furono eretti, come di consueto, ex post). Le tinte sono oggi completamente scrostate, se si esclude qualche traccia di colore disseminata qua e là; per il resto lo stemma è ottimamente conservato ed efficacemente blasonato nell’opera Gli Stemmi dello Studio di Padova a cura di Lucia Rossetti (Trieste 1983). Esso presenta sette gigli d’oro nel primo partito (posti 2, 2, 2, 1) e un leone d’oro rampante con corona dello stesso nel secondo. L’elmo, a cancelli, è posto di profilo, e comprende un cimiero di tre piume di struzzo; da tale elmo discendono ampi svolazzi incornicianti lo scudo ed elegantemente definiti.

L’ultima rappresentazione del blasone, sempre relativa all’arme del Rettore e stavolta affrescata, adorna il passaggio dalla Sala di Medicina alla Sala di Giurisprudenza di Palazzo Bo, proprio affianco allo stemma dell’illustre Girolamo Fabrici d’Acquapendente. Ben conservata (se si escludono il primo partito, del quale sopravvivono solo due gigli in capo, e il cartiglio sottostante l’emblema araldico, oggi illeggibile), raffigura un leone d’oro senza corona nel secondo partito e nel suo insieme appare ornata da un elmo (posizione di tre quarti a sinistra) con cimiero di cinque piume di struzzo. Anche questa versione dell’arme è blasonata nell’opera della Rossetti; essa viene tuttavia attribuita al Rettore con riserva, proprio a causa del fatto che il nome del proprietario sia stato del tutto scrostato dal cartiglio.

Dal momento che non sono documentate ulteriori raffigurazioni dello stemma che siano sicuramente rapportabili alla famiglia, e al fine di rispettarne le varianti oggi sopravvissute, si è preferito indicare l’arma archetipica cui queste direttamente rimandano e dalla quale discendono: il blasone innalzato dalla famiglia de Tournon. L’intenzione degli antichi Turnone era infatti quella di mostrare la propria connessione con l’illustre Casato francese ed era quindi logico che ne assumessero l’arme. A questo proposito non sarà superfluo aggiungere che lo stemma fu alzato almeno nel 1303 da Guiot, Signore e Barone di Tournon, e che il seminato di gigli (di Francia antica) fu verosimilmente ottenuto in virtù delle molteplici parentele che univano la sua Casata ai Reali di Francia.

[2] Di seguito si riporta la blasonatura dello stemma apparsa nell’opera di Lucia Rossetti (n°2960, relativa all’arme di Franciscus Tornonius Apulus Martinensis): “Partito. I. (Azzurro): 7 gigli (d’oro), 2, 2, 2, 1. II (Rosso): 1 leone (d’oro) rampante con corona (dello stesso)”.

I gigli d’oro in campo azzurro rimandano, come tutto il blasone nel suo insieme, alla famiglia de Tournon, quindi alla provenienza transalpina del Casato e alle regali parentele con la Maestà cristianissima di Francia. In araldica il giglio è una delle figure più antiche ed è al centro di una ricchissima tradizione: simbolo ora di speranza e di candore, ora di giustizia e di benignità, alle volte mariano e alle volte trinitario, fu scelto sin dal 1211 come emblema (il celebre fleur de lys) del Principe Luigi, futuro Luigi VIII di Francia: da allora conobbe secolare fortuna e straordinaria diffusione. L’antico seminato di gigli, idealmente in-finito e rappresentante forse la vocazione cosmica e universale della monarchia francese (in connessione con lo smalto azzurro, colore del cielo e quindi connesso alle virtù più elevate), fu poi ridotto a tre figure nel corso del XIV secolo: l’ipotesi più accreditata vuole che Carlo V abbia scelto in questo modo di onorare la Santissima Trinità, ma in tale disposizione va letta soprattutto la definitiva attestazione di una consuetudine che andava sempre più affermandosi in quegli anni.

Il leone, altra figura araldica dalla ricchissima tradizione simbolica, indica generalmente nobiltà, coraggio cavalleresco, fortezza, valore; nella maggior parte dei casi è rivolto a destra (cioè a sinistra di chi guarda), pronto a combattere con fierezza l’avversario. Secondo Giulio Cesare da Beaziano “il Leone d’oro in Campo Vermiglio porta seco molti significati; per il Leone s’intende l’animo generoso, e grato de’ beneficij riceuuti, per il metallo magnanimità, per il Campo Nobiltà, formando tutte queste cose un senso molto glorioso, cioè generosità per beneficij riceuuti, e magnanimità in animo grande, e nobile” (Giulio Cesare da Beaziano, L’araldo veneto, overo universale armerista, mettodico di tutta la scienza araldica, Pezzana 1680, p. 177).

Nella variante dell’arme qui blasonata, il leone d’oro è coronato, o meglio è sormontato da una corona dello stesso metallo, probabilmente in funzione di un ulteriore rafforzamento dei significati allegorici competenti a tale figura animale.  

[3] Reso celebre da Virgilio nell’Eneide con Turno Re dei Rutuli, figlio di Daino e della ninfa Venilia, promesso sposo di Lavinia e antagonista di Enea. Altri studiosi propendono invece per un’origine gallica dell’etimo, derivante da Taranis (dio della mitologia dei Galli) o dal lemma turnomagos (indicante un mercato, -magos, situato su un’altura, turno-; il prefisso turno- potrebbe addirittura essere di matrice preceltica). 

[4] Secondo certa agiografia i de Tournon sarebbero discesi dal Turno virgiliano, sfuggito alla morte e stabilitosi nel Sud della Francia; oppure da Priamo, Re di Troia, tramite un principe discendente da Ettore (prova di tale affermazione consisterebbe nel leone dello stemma araldico, antica reminiscenza troiana). Anche San Giusto, Arcivescovo di Lione dal 374 al 381, sarebbe da annoverare tra i membri del Casato.

I primi esponenti della famiglia storicamente accertati furono comunque Pons de Tournon, Abate dell’Abbazia di Chaise-Dieu (1094) e Vescovo di Puy (1102), e il fratello Gilbert, Signore di Tournon (partecipante alla Crociata del 1096 sotto le bandiere del Conte di Tolosa). Nei secoli questa importantissima Casata della nobiltà francese dette i natali a importanti feudatari e alti dignitari, vescovi e cavalieri, abati e siniscalchi, sino al raggiungimento della Paria con il Conte Camille Philippe Marcellin Casimir de Tournon-Simiane (1788 – 1833), già Prefetto della Roma napoleonica (1809 – 1814): un esaustivo e comprensivo cenno storico richiederebbe allora molte pagine. Basti citare in questa sede il membro più noto della famiglia, il Cardinale François de Tournon (1489 – 1561): nato nel Castello di quella città dal Barone Jacques II, Ciambellano del Re Carlo VIII, e da Jeanne de Polignac, fu uno dei più importanti dignitari di corte e uomini politici della Francia del Cinquecento e per un certo periodo costituì l’unico arbitro delle sorti del Paese (tanto da guadagnarsi a posteriori l’appellativo di “Richelieu di Francesco I”). Nominato Arcivescovo d’Embrun il 30 luglio 1518 (a 28 anni), divenne Abate Commendatario dell’Abbazia di Chaise-Dieu l’anno successivo; nel 1525, entrato a far parte dei Consiglieri della Reggente Luisa di Savoia, firmò il Trattato di Madrid ed ebbe poi un ruolo di primo piano nei negoziati precedenti al Trattato di Cambrai (1529). Sposò Francesco I con Eleonora d’Asburgo, divenendo in seguito Arcivescovo di Bourges. Creato Cardinale di Santa Romana Chiesa da Clemente IX (9 marzo 1530) con il titolo dei Santi Pietro e Marcellino, fu inviato in Inghilterra per tentare di dissuadere il Re Enrico VIII dal provocare uno scisma con la Chiesa cattolica; successivamente divenne Abate Commendatario dell’Abbazia di Saint-German-des-Prés (1534) e, dopo essere stato nominato da Francesco I Luogotenente generale del Regno, firmò la Tregua di Nizza (1538). Arcivescovo di Auch (1538) e di Lione (1551), nonché Abate Commendatario delle Abbazie di Notre-Dame d’Ambronay (1544) e d’Ainay (1554), fu nominato Cardinale Vescovo di Sabina (1550), di Ostia (1560) e di Velletri (1560) nonché Decano del collegio cardinalizio (1560). Dopo aver fondato il Collegio di Tournon (uno dei più antichi d’Europa) e aver ammesso i Gesuiti in Francia, presiedette il Colloquio di Poissy (1561). Morì a Saint-Germain-en-Laye il 22 aprile 1562.

Nel corso della sua vita il ricchissimo cardinale fu straordinario mecenate e uomo di cultura, ricoperto d’ogni onore: ambasciatore del Re di Francia in Europa, partecipò a cinque conclavi (contribuendo a eleggere Paolo III nel 1534, Giulio III nel 1550, Marcello II nel 1555, Paolo IV nel 1555 e Pio IV nel 1559), riuscendo quasi a farsi eleggere Papa nel corso dell’ultimo.    

[5] I. Chirulli, Istoria cronologica della Franca Martina, cogli avvenimenti più notabili del Regno di Napoli, vol. I, Martina Franca 1980, pp. 315-316.

[6] M. Pizzigallo, Uomini e vicende di Martina, Fasano 1986, p. 128. Lo dimostra anche il prestigioso appellativo di “Magnifico” (legato all’esercizio di incarichi politici e a uno stato di notevole ricchezza economica), del quale godettero vari membri della Casata.

Un ramo della famiglia Caracciolo (annoverata tra i più antichi e illustri lignaggi del Regno di Napoli) resse Martina dal 1507 (primo Duca fu Petracone III) sino all’abolizione della feudalità nel 1806; Placido I fu quindi l’ultimo signore effettivo della cittadina.

[7] A tali onori devono aggiungersi i numerosi dottorati in legge e in filosofia e medicina che i membri della Casata conseguirono sin dal XVI secolo. Secondo il Reale Dispaccio del Re Ferdinando IV (24 dicembre 1774) i Dottori erano nobili di privilegio e in quanto tali erano inclusi nella prima classe del Regno, quella delle famiglie in possesso di titoli nobiliari. La nobiltà di privilegio era di esclusivo appannaggio personale.

[8] (URL=http://www.adsi.it/wp-content/uploads/2013/05/Martina-Franca-nel-Settecento.pdf)

[9] F. Liuzzi, L’antica chiesa di San Martino nelle visite pastorali (1594-1721), Martina Franca 1997, p. 35. Secondo quanto riporta Liuzzi (p. 90), negli atti della santa visita di Monsignor Lelio Brancaccio alla chiesa di San Martino (1-10 novembre 1594), sotto la dicitura “Altare Sanctae Mariae dela Croce”, si legge: “Post transitum portae australis extat altare lapideum erectum non consecratum, sub titulo Sanctae Mariae de Cruce, dixerunt dictum sacellum esse de familia de Tornona, habet altare portatile, quod fuit repertum indecens, et mandatum, ut renovetur, tres tobaleas, candelabra lignea depicta, duo pulvinaria, et sepulcrum de eadem familia. Habet onus missarum viginti sex pro quolibet anno ad quas tenetur Cpitulum, pro dote legata a Petro Angelo, et a Giliberto Tornona fundatoribus tarenos duodecim super eius domo cum furno prope Ianuam Sanctae Mariae solvendos per eorum heredes. Preterea Marius quondam Antonii de Scialpo introitu dictae cappellae dedite idem Capitulo apotecam unam sitam in Platea Publica dictae terrae, quae locata erat quondam domino Antonio lo Scialpo, ut apparet ex introitu hebdomadarum”. Il “Marius quondam Antonii de Scialpo” cui ci si riferisce nell’atto è in realtà l’“honesta”Maria Scialpi, moglie del Magnifico Pietro Angelo Turnone. Nel 1652 l’altare di Santa Maria della Croce (anche detto di Santa Maria della Pietà, di Santa Maria della Santa Croce e della Croce) appare essere di proprietà del Capitolo, come emerge dagli atti della visita pastorale di quell’anno (sempre trascritti dal Liuzzi); in questo caso è ben descritto il soggetto del dipinto murale, raffigurante la Vergine con in braccio il corpo di Gesù Cristo dopo la deposizione dalla Croce.     

[10] Così è scritto nella relazione della santa visita del 23 aprile 1671 (In Sancta Visitatione Collegiatae Ecclesiae Terrae Martinae Incepta sub die 23 mensis Aprilis 1671), conservata nell’Archivio capitolare della Basilica di San Martino.

[11] Almeno secondo quanto si riporta nell’ebdomada di una non meglio precisata “Magistra Palomba”, con ogni probabilità antecedente al 1500 (Archivio capitolare della Basilica di San Martino, Platea reverendissimi Capituli civitatis Martinae, ms., partita n°120 – Hebdomada Magistrae Palombae; qui il cognome di Pietro Angelo è Turnona e non de Tornona come nel libro dei conti, ben più antico della Platea). L’aromatario, anche detto speziale, era colui che preparava e vendeva aromi, erbe medicinali e spezie nella propria bottega (denominata spezieria); spesso era rifornito anche di profumi ed essenze, cera, candele, colori usati da tintori e pittori. Scrive fra’ Donato d’Eremita nel primo libro del suo Antidotario: “Aromatario vien detto da Aroma, cioè, materia odorata, & al gusto acre, e lo stesso dinota il nome di Spetiale, chiamando noi spetie le materie acri al gusto, & all’odorato soavi; adunque l’Aromatario, ò Spetiale sarà quello, che maneggia, e dispensa gli aromati, e le spetie: e questi due nomi sono in uso dé nostri Artefici, non come più proprij del nome di Pharmacopeo; ma per le materie più principali, che tratta, quali sono gli Aromati, pigliando, come dicono, partem pro toto” (Donato d’Eremita, Antidotario di fra Donato d’Eremita dell’ordine dei Predicatori nel quale di discorre intorno all’oßervanza, che deue tenere lo Spetiale nell’elegere, preparare, componere, & conservare i medicamenti semplici, & composti, Vol. I, Napoli 1639, p. 2). L’aromatario s’intendeva di medicamenti e della cosiddetta “arte speziale”, antenata della moderna scienza farmaceutica: la sua sapiente figura, a metà strada tra quelle del farmacista, dell’erborista e dell’alchimista, era tenuta in gran conto dalla popolazione presso cui svolgeva la propria attività. Essere a capo di una spezieria nel Quattrocento, secolo in cui presero avvio i grandi commerci oceanici, significava inoltre esercitare una delle professioni più redditizie e ambite dell’epoca (già nel XIII secolo Dante Alighieri fu socio dell’Arte dei Medici e degli Speziali, una delle Sette Arti Maggiori di età comunale). Per ottemperare al meglio ai propri compiti, occorreva che lo speziale fosse timorato di Dio (poiché dalla Sua mano “ogni bene dipende”), possedesse ingenti ricchezze (per sostenere le “larghe spese, che porta con sè questa arte”) e che fosse dotto e istruito (esperto nel latino, nei Canoni di Mesuè e nella sua arte, ma anche “nell’operare, consistendo questa arte più nell’operare, che in altra cosa”; Antidotario…, pp. 5-6). Il prestigio dell’aromatario è infine così testimoniato dal d’Eremita: “Ma l’ignorante volgo, sapendo, che l’arte della Spetieria è nobilissima, per essere stata essercitata da illustrissimi Prencipi […] perciò tiene ciascuno per certo, che non si possa fare indegnità, ne falsità alcuna da persona nobile, & honorata: onde sicuramente, e senza sospetto mette ciascuno la vita sua nelle mani di un solo Spetiale. E qual cosa più nobile, più desiderata, e più cara habbiamo in questo mondo della vita, e della sanità? […] Quindi concluderemo, che l’arte della Spetieria è molto nobile, e di grandissima degnità, per essere ella colei, che gouerna, custodisce,e fa ricuperare la sanità non solo alle genti ordinarie, ma a’i Prencipi, a’i Rè, à gl’Imperadori, & a’i Sommi Pontefici” (Antidotario…, p. 4).

[12] Si consulti ad esempio la Platea…, partita n°97. Anche in questo caso il cognome di Carmosina è Turnona, laddove nei libri dei conti cinquecenteschi è invece trascritto come Tornona. La forma Turnona (poi Turnone) prevarrà nel corso del XVII secolo.

[13] E. Martellozzo Forin (a cura di), Acta Graduum Academicorum Gymnasii Patavini, Vol. III.4, Index nominum, Padova 1981, p. 181. Nel primo dei due passi a lui riferiti, al posto di “Martina”, è riportato erroneamente “Mutina”. D. Filippo è qualificato come monopolitano ed è quindi probabile che abbia avuto possedimenti nella città adriatica o abbia vissuto in loco per un certo periodo di tempo.

[14] M. Pizzigallo, op. cit. p. 128. L’uso di rendere omaggio al signore in tali occasioni costituiva un tipico costume vassallatico e feudale. I due dignitari, inviati dall’Università, approfittarono della circostanza per chiedere al Duca di designare al governo di Martina persone moralmente rette, dotte e savie nel politico (alias Dottori di legge), nonché di intervenire presso l’erario statale in modo da sollecitare il rimborso dei contributi straordinari estorti dal Marchese di Vasto, Alfonso III d’Avalos, per sostenere l’assedio di Monopoli. Non meravigli che Petracone IV risiedesse nella città campana, giacché la famiglia Caracciolo acquisì prima la contea di Buccino e poi il ducato di Martina. Solo dopo la metà del Seicento, con Petracone V, i Duchi si trasferirono definitivamente a Martina Franca (facendo erigere il maestoso Palazzo Ducale).

[15] Platea…, partite n°183 (Hebdomada Petri Angeli Turnona) e n°184 (Hebdomada Mariae Scialpae uxoris quondam Petri Angeli Turnona, Hebdomada Giliberti Turnona).

[16] Che il Nobile Donato Antonio fosse strettamente imparentato con Pietro Angelo e Gilberto è desumibile non solo dal fatto che nelle ebdomade dei due Magnifici venga riportato il suo nome, ma anche dalla constatazione di come i suoi figli Giovanni Giacomo, Livia e Vittoria fossero obbligati, sicuramente in qualità di eredi, al pagamento dei censi accordati dai due fondatori del giuspatronato al Capitolo di San Martino (il 3 giugno 1580 Laura Blasi, madre e tutrice dei tre rampolli, li sollevò da ogni obbligo donando alla Collegiata due palazzi con forno posti nelle vicinanze della Porta di Santa Maria, presumibilmente le stesse abitazioni legate al Capitolo da Pietro Angelo e Gilberto). Ciò che comunque in ultima istanza lascia propendere che Donato Antonio fosse il figlio di Pietro Angelo è il fatto che nella partita n°65 della Platea capitolare il figlio Giovanni Giacomo sia qualificato “nepos dicti Petri Angeli”; dal momento che il Consigliere della Comunità (ovviamente già adulto nel 1530) morì presumibilmente non molto dopo il testamento dettato il 6 ottobre 1557, mentre Giovanni Giacomo e le sue sorelle erano ancora minorenni nel 1580, è estremamente improbabile che si trattasse di un nipote ex fratre.  

[17] Utriusque Iuris Doctor”, alias Dottore nell’uno e nell’altro diritto (civile e canonico).

[18] I. Chirulli, op. cit. pp. 209-210.

[19] “Artis Medicinae Doctor”, ovvero Dottore in Filosofia e Medicina.

[20] I. Chirulli, op. cit. p. 263.

[21] È attestato come tale nelle Conclusioni capitolari della chiesa di San Martino, a partire dal 5 gennaio 1578.

[22] Almeno a partire dal 16 agosto 1578.

[23] Così attestato a partire dal 4 settembre 1580.

[24] “952. – 1603 iul. 19. Coram etc. comparuit – d. Petrus Miatius de Cittadella f. d. Ioseph ut if. cath. profiteretur – Testis – d. Dionisius Corona Tarvisinus f. q. – d. Ioannis Antonii, testis nob. Franciscus Tornonus Martinensis f. – i. u. doct. d. Filippi, qui fid. fecerunt – Exinde –”; F. Zen Benetti (a cura di), Acta Graduum Academicorum Gymnasii Patavini, Vol. V.1, Ab anno 1601 ad annum 1605, Padova 1987, p. 348.

[25] F. Zen Benetti (a cura di), op. cit. p. 499.

[26] L. I. Grotto dell’Ero, Della Università di Padova, cenni ed iscrizioni, Padova 1841, p. XI. Vale la pena di riportare per intero la porzione di testo dedicata all’ufficio del rettorato: “Si escludevano, di regola, da tale incarico i Padovani ed i Veneziani, e si avea in mira di scegliere soggetti cospicui per nobiltà, scienza e fortune tali e da esigere riverenza, e da poter, senza scapito, magnificamente trattarsi come conveniva alla dignità dell’ufficio, troppo meschino sussidio essendo il fiorino o ducato che ciascun laureando avea debito di contribuire, rispetto le gravissime spese che occorreano al Rettore, specialmente nel giorno in cui decoravasi delle insegne della carica; solennità che festeggiavasi con grande apparato, e con banchetti e giostre. Ciò accadeva nel mese di agosto, e nelle festività di San Lorenzo e dell’Assunzione. Il giorno innanzi faceansi dal nuovo Rettore provvedere aste e guanti per il torneamento ad uso degli scolari. Dodici fra questi, preceduti dal bidello generale, recavansi cavalcando ad invitare i Professori, mentre i Rettori della città ed il Vescovo riceveano l’invito dallo stesso nuovo Rettore degli scolari, che ad essi portavasi con gran formalità in cocchio a quattro cavalli. Si faceva la cerimonia nella Chiesa Cattedrale magnificamente arredata. All’ora stabilita precedevano quattro suonatori di flauto, altrettanti timpanisti, staffieri, paggi d’onore, e scolari portanti dodici fasci dorati. Degli scolari pure, chi custodiva il sigillo, chi gli statuti dell’Università, chi il cappuccio del Rettore, ed un bidello portava sulla spalla la mazza o scettro d’argento. Precedeva il nuovo Rettore accompagnato dal Sindico, dal Vicario, e dai Consiglieri e Professori co’ rimanenti scolari. Era il primo vestito d’abito tessuto d’oro e di rosso; indossavano gli altri le scolastiche toghe. Giunti al Duomo ov’erano attesi dal Vescovo, dai Rettori della città, dai Questori, Decurioni ed Assessori, ordinato dal Pretore il silenzio, in apposita arringa commendavansi l’Università, i Magistrati ed i pregi del nuovo Rettore. Alla fine del panegirico uno dei principali fra i Professori imponeva al Rettore il cappuccio confortandolo con onorevoli espressioni, e consegnandogli il sigillo e gli statuti. Rese le dovute grazie, il Rettore restituivasi alla propria abitazione percorrendo le piazze e vie maggiori della città, sfarzosamente adornate; succedeano il banchetto e le corse, i cui premii venivano distribuiti dallo stesso nuovo Rettore. Egli compariva sempre accompagnato da numeroso seguito, interveniva a ciascuna solennità occupando il posto più distinto, dopo il Vescovo ed i Rettori della città, ed avea pure apposito tribunale nel palazzo pubblico, ove giudicava nelle cause di cui avesse partecipato alcuno degli scolari. Sorvegliava agli affari dello Studio, provvedendo ai vantaggi di esso, nelle sedute che a tale oggetto ogni settimana teneano con un apposito magistrato denominato de’ Trattatori o Sollecitatori, e composto di quattro cospicui cittadini eletti dal governo, onde avessero ad occuparsi del modo di promovere il bene dell’Università: questi però non decideano alcuna provvidenza senza l’intervento dei Rettori degli scolari, i quali, inoltre, aveano posto principale fra i professori, e poteano salire in cattedra. Allorchè un laureando stava per ricevere il grado di dottore, era tenuto di recarsi all’abitazione del Rettore della propria Università in pomposa cavalcata, conducendo pure, per esso, un destriero riccamente bardato, invitandolo ad onorare di sua presenza la ceremonia del conferimento della laurea […] Traevasi il Rettore dal ceto degli scolari, ma non di rado succedea di non poter rinvenire fra di loro persona atta a sostenere quella dignità pei riguardi accennati […] Erano oggetti delle cure del Rettore degli scolari la tranquillità e lo splendore della propria Università, la sorveglianza onde si tenessero le lezioni dai professori né giorni stabiliti, le pubbliche dispute e gli esami cui doveva intervenire, la conservazione degli statuti, il loro miglioramento, la difesa delle immunità. Doveano inoltre, unitamente ai Consiglieri, deliberare su quanto avesse avuto relazione colla dignità, e preminenze sì della Università, che delle cariche a quella annesse, e fare le congratulazioni di metodo nella elezione dei Veneti Dogi. Compiuto l’anno del Rettorato, oltre gli Stemmi e monumenti in loro onore eretti, otteneano la laurea col costume dei nobili senza alcuna spesa, e venivano, nei primi tempi, descritti nel novero dei cittadini, ed in epoche posteriori fatti Cavalieri di San Marco”. Era inoltre costume che il Rettore vestisse “nella state […] di seta di color chermisino, e nel verno, di seta color di porpora, coprendo la spalla sinistra di un cappuccio contesto d’oro e di gemme” (Grotto dell’Ero, op. cit. p. XVI). Il fatto che all’ufficio del rettorato competessero tali onori e magnificenze è ribadito anche nell’Introduzione all’op. cit. curata dalla Rossetti: “In ossequio all’alta carica molti erano gli onori e i privilegi accordati al rettore, che verso la fine del sec. XV ebbe il titolo di Magnificus. Compariva in pubblico accompagnato da numeroso seguito, indossando una veste rossa e con le insegne del rettorato. Nelle solennità occupava il primo posto dopo il vescovo e i deputati di Padova, girava armato di giorno e di notte, aveva diritto di addottorarsi more nobilium, senza esame e senza alcuna spesa, poteva tenere lezione fuori dell’orario normale, di solito nei giorni festivi, si recava con grande pompa a Venezia a rendere omaggio al doge neoeletto e a Padova visitava il vescovo, il podestà, il capitano di nuova nomina, raccomandando l’Università alla loro benevolenza; al termine del rettorato era insignito della dignità equestre. I rettori duravano in carica un anno e venivano eletti nelle adunanze dei primi giorni di agosto. La loro investitura, cui si accompagnavano fastose cerimonie, aveva luogo nella chiesa cattedrale, dove al nuovo rettore veniva imposto il cappuccio trapunto d’oro e di gemme, distinzione della carica” (p. XIV).

[27] J. Facciclatus, Fasti gymnasii Patavini, Padova 1757, p. 223.

[28] “1367. – 1604 sept. 13, hora decima tertia. In episcopatu Paduae in aula solita sacri coll. – d. philosophorum et medicorum, - assistente – i. u. doct. D. Camillo Peltrari – vic. generali – d. d. Marci Cornelio – ep. Paduae. – Examen in utraque – d. Francisci Tornonii Martinensis Apuli – rect. artistarum sine solutione. – D. Franciscus Tornonius Martinensis Apulus – rect. – univ. d. artistarum – Gymnasii Patavini doctissime in utraque facultate recitavit puncta sua et – optime se gessit, - ob id – nem. pen. atque pen. diss. – remansit approbatus et – fuit per dictum – d. vic. generalem pronuntiatus – art. et med. doct., praesentibus – d. promotoribus suis – d. Caesare Cremonino, a quo – fuit insignitus, d. Hercule Saxonia equite, d. Aemilio Campilongio, d. Annibale Bimbiolo, d. Antonio Nigro, d. Alexandro Vingontia, d. Ioannepetro de Peregrinis, d. Tarquinio Carpineto, d. Benedicto Sylvatico et d. Aloysio de Pace. […]”; F. Zen Benetti (a cura di), op. cit. p. 499.

[29] Nel suo atto di morte (conservato nei libri canonici dell’Archivio capitolare della Basilica di San Martina) si afferma erroneamente che il dottor fisico avesse circa 83 anni. Ciò non deve stupire, poiché a quei tempi era prassi calcolare approssimativamente l’età del defunto.

[30] F. Zen Benetti (a cura di), op. cit. pp. 740-741.

[31] Con questo trattamento d’onore è indicato come padrino nell’atto di battesimo di Giuseppa Antonia Casavola (17 dicembre 1610), anch’esso conservato presso l’Archivio capitolare della Basilica di San Martino.

[32] G. Chiarelli, Notabilità martinesi, Martina Franca 1925, p. 208.

[33] Così è appellato nell’atto di battesimo di Laura Magli (13 febbraio 1628).

[34] Questo trattamento gli è riferito nell’atto di battesimo di Antonia Caramia (14 dicembre 1642).

[35] Tutte queste cariche gli sono attribuite in atti notarili seicenteschi oggi conservati presso l’Archivio di Stato di Taranto. Nell’atto di battesimo di Girolamo Angelini (25 ottobre 1632), conservato invece presso l’Archivio capitolare di San Martino, si afferma che il Dottor Francesco “del quondam Giovanni Iacomo”, padrino del neonato, è “al presente Sindico”.

[36] G. Caramia, Pagine di storia Martinese: Il Seicento, Galatina 1974, p. 367.

[37] Innico Caracciolo (1642 – 1730), figlio del Duca di Martina Francesco I, fu inquisitore a Malta (30 aprile 1683), referendario dei tribunali della Segnatura Apostolica di Giustizia e Grazia, Primicerio della chiesa di Santo Spirito in Sassia a Roma (a partire dal 1689), segretario della Sacra Congregazione per la disciplina dei Regolari e della Visita Apostolica (10 febbraio 1690), Vescovo di Aversa (dal 25 febbraio 1697 al 6 settembre 1730), chierico della Camera Apostolica (sotto Papa Clemente XI) e nunzio straordinario in Svizzera (1712). Creato Cardinale di Santa Romana Chiesa (29 maggio 1715), ricevette il titolo di San Tommaso in Parione (30 marzo 1716) e partecipò ai conclavi che elessero Innocenzo XIII (1721), Benedetto XIII (1724) e Clemente XII (1730). Alla sua morte (avvenuta a Roma il 6 settembre 1730) devolvette il suo immenso patrimonio e i proventi delle rendite ecclesiastiche al fine di assistere i poveri della sua diocesi.

Nel 1664, come si legge nell’atto notarile rogato il 25 aprile di quell’anno da Luca Antonio Gemma, D. Innico non poté intestarsi il feudo di Sant’Angelo poiché chierico, e allora dispose che esso “si descriva in testa del dottor Tomaso Maglio della Terra di Martina, al presente habitante in Napoli”. Il Magli avrebbe dovuto anche amministrarne la giurisdizione, come nell’atto ben si specifica. 

[38] G. Grassi, La chiesa di S. Martino in Martina Franca, Taranto 1929, p. 154.

[39] Marangi A., Chiese e conventi femminili (URL=http://www.comunemartinafranca.gov.it/martina/turismo/conventi_femminili.html)

[40] G. Grassi, op. cit. p. 99.

[41] P. Minervini, La lingua letteraria del Mezzogiorno d’Italia nel Settecento, Napoli 1972, p. 60.

[42] I. Chirulli, Istoria cronologica della Franca Martina, cogli avvenimenti più notabili del Regno di Napoli, vol. III, Martina Franca 1983, p. 103.

[43] Si veda la partita n°2 della Platea capitolare della Collegiata di San Martino.
[44] M. Pizzigallo, op. cit. p. 179 (citazione in V. D. Nardelli, Brevi notizie di Martina, ms., 1728, in Carte V. Nardelli, Martina Franca).

[45] (URL=http://www.emerotecadigitalesalentina.it/sites/default/files/emeroteca_all/ZG1971_stampa_periodica_Martina_Franca-parte-1.pdf).

[46] A. d’Orimini, Delle arti e scienze tutte divisate nella giurisprudenza, Napoli 1747 in 4, p. 182.

[47] Il testamento di Donna Giustina è conservato nel primo libro dei contratti e delle cautele della Collegiata di San Martino, nell’Archivio capitolare della Basilica.

FONTI ARCHIVISTICHE

- Archivio privato dell’autore, Taranto.

- Archivio dell’Insigne Basilica Collegiata di San Martino di Martina Franca (Conclusioni capitolari; Visite pastorali; Atti civili; Platee ed inventari; Libri dei contratti e delle cautele; Libri dei conti; Libri canonici).

- Archivio di Stato di Taranto, Atti notarili (notai di Martina: Donato Antonio Caramia, Nicola Antonio de Angelinis, Luca Antonio Gemma, Cataldo Antonio Rattico), secc. XVII-XVIII.

- Archivio di Stato di Napoli, Catasto Onciario di Martina (1753), Atti dello Stato Civile (Napoli Montecalvario).

- Archivio di Stato di Bari, Atti dello Stato Civile (Bari).

- Archivio di Stato di Lecce, Ruoli matricolari.

- Archivio del Comune di Martina Franca, Atti dello Stato Civile.

- Archivio Caracciolo-de Sangro (Biblioteca comunale “Isidoro Chirulli” di Martina Franca), Inventario notarile.

 FONTI BIBLIOGRAFICHE

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Casato inserito nel 4° Volume di "LA STORIA DIETRO GLI SCUDI"

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