Ovvero delle Famiglie Nobili e titolate del Napolitano, ascritte ai Sedili di Napoli, al Libro d'Oro Napolitano, appartenenti alle Piazze delle città del Napolitano dichiarate chiuse, all'Elenco Regionale Napolitano o che abbiano avuto un ruolo nelle vicende del Sud Italia. 


a cura del Dott. Mario D'Angelo

Arma: inquarto; al 1° e 4° d'oro, con tre sbarre cucite d'argento caricate da ermellini di nero, nel 2° e 3° d'argento, con cinque cuori di nero posti in croce di S. Andrea.


Arma Velez di Sicilia


Antica ed illustre famiglia di origine spagnola che rappresenta il ramo siciliano di un importante casato spagnolo “Velez de Guevara conti di Ognate e di Villamediana”, che si è fregiata di diversi vicerè e molteplici alte cariche alla corte spagnola.


Inigo Velez de Guevara e Tassis,VIII conte
di Ognate, vicere' di Napoli (1648-1653)

Originaria della Spagna del nord, Navarra, il ramo principale fiorì in Spagna (Stirpis Guevarensis Hispanica; un ramo collaterale, (Stirpis Guevarensis Neapolitana), pervenne nell' Italia Meridionale, nel XV secolo, a seguito della conquista del regno di Napoli ad opera di Alfonso V d'Aragona, 1° di Napoli, il Magnanimo, con Inigo Velez de Guevara ed i suoi fratelli, don Ferrante e don Alfonso (1435-1442), figli di Pedro Velez de Guevara, signore di Ognate e di Costanza de Tovar, per poi diramarsi nell'Italia, ed altri a Malta, e poi in Sicilia (Guevarensis Stirps Hispanica pariter et Neapolitana  Historia Italie ed Hispaniae Genealogica – J.W.Imhof).Nel mentre il ramo maltese si estingue sul finire del XVI secolo (Abela – descrittione di Malta), in Sicilia, a Siracusa, pervengono dei collaterali cadetti con Antonio nel 1513, e Giovanni nel 1560, che ottiene il titolo di regio cavaliere, e Antonio Velez, maestro notaro tra il 1576 e il 1584, del caricatore dell’Agnone e della torre di Bruca e del porto di Augusta.

Si espandono poi in altri luoghi dell’isola e ne vengono fuori una serie di giurati e capitani di giustizia.


La famiglia si restringe ad Alcamo, ove fissa la sua dimora, tra il 600 e il 700, edifica un secondo palazzo magnatizio alle spalle della Cattedrale.

Alcamo - Palazzo Velez


Col Mango, il Villabianca, il Palazzolo Gravina e il Di Blasi ed altri araldisti, si possono menzionare:
- Francesco Velez, capitano di giustizia a Patti (1645-1646). .
- Angelo  ufficiale della Real Conservatoria (1670).

- Didaco Velez de Guevara fu cavaliere del S.M.O. di Malta (vedi lapidario).
- Un Marcello provveditore dell’esercito, e poi nominato maestro razionale e conservatore del Real Patrimonio con Real cedola datata 9 ottobre ed esecutorio a 20/12/1679) con giuramento del 15/08/1683.
La nomina non deve stupire perché l’ufficio dei funzionari addetti ai pagamenti militari , “ufficio di contador”, era ancora a carico del conservatore del real patrimonio.
- Un Ignazio capitano di giustizia a Cefalù (1695 – 1696).
- Un Antonio, giurato ad Alcamo (1740-1741), secreto (1749), giudice delle appellazioni (1750 – 1751), governatore di Alcamo  (1784 - 1785), indicato dal Villabianca come Velez de Guevara y de la Pegna, barone di Pedagaggi, membro dell’Accademia dei Geniali fondata a Palermo nel 1717 da Gaetano Giardina. Il Velez è autore di diversi discorsi e sonetti che si possono ancora consultare tra i manoscritti della biblioteca comunale di Palermo. Sposa Eleonora Gerbino di Cannitello figlia del barone Giovanni Gerbino di Cannitello.


Villabianca, opuscoli palermitani, tomo XVII, nobiliario genealogico della città di Palermo
Biblioteca palazzo Marchesesi - Palermo


- Giovanni di Antonio, sindaco 1777 - 1778 e giurato 1784, 1785,
- barone Giovanni, giurato ad Alcamo 1812, 1813 (
† 1871) II^ indizione del 1812.
- Un Gaetano, barone e sindaco di Alcamo (1826 – 1827), membro onorario dell’Accademia Pontificia Romana di Belle Arti , detta di San Luca. Sant'Apollinare (1817).
Sul finire dell’Ottocento i Velez si trasferiscono a Palermo acquistando nella persona del barone Giovanni Battista, all’Albergheria, il Palazzo che fu di Gaspare Miano, (1788), razionale del real patrimonio del XVIII secolo, rendendo il palazzo ancora più confacente ai canoni dell’edilizia nobiliare settecentesca.
Fr. San Martino de Spucches, nella sua storia dei feudi di Sicilia (1925) dà ulteriori notizie di questa famiglia, sia pure indirettamente parlando della successione del feudo di Bertolino a Sciacca, rilevando un barone Alfonso, di Giovanni e Antonina Coppola, che sposa a Palermo Maria Carolina Arone di Bertolino nel 1853, e il barone Giovanni Battista, figlio di Alfonso e di Maria Carolina Arone, che sposa a Palermo Concetta Arone Tagliavia di Valentino nel 1878. Dona nel 1872 alla chiesa madre di Alcamo del terreno di sua pertinenza per la cappella della SS. Madonna della Misericordia.
- Giovanni Battista , barone, notaro in Palermo (1950).


Palermo - Palazzo Velez
 

Il caricatore della torre della Bruca, dell’Agnone e del porto di Augusta


La torre di Bruca (odierna Brucoli) fu costruita dalla camera reginale di Siracusa nel 1467 per la difesa dei territori di Bruca, dell’Agnone e del porto di Augusta e, soprattutto, per la difesa del caricatore della torre di Bruca.
Il governatore aragonese, Giovanni Cebastide, per ordine della regina Giovanna, incamera Bruca e il porto canale nel regio demanio aragonese, facendo costruire il castello a guardia dell’emporio e dei regi magazzini, ove si ammassavano e poi si caricavano le merci da esportare nel Mediterraneo e soprattutto verso la Spagna.
In età aragonese la torre di Bruca fu molto importante, perché in quel tempo per la quantità di merci esportate, il caricatore del Bruca superava nei traffici lo stesso porto di Augusta, ottenendo così notevoli privilegi. Nel 500 la torre si ingrandisce con una nuova cinta muraria, che da vita a una vera e propria fortificazione, ulteriormente potenziata nel 600, con una torre poligonale e una seconda cinta muraria più bassa. Tale impianto militare aveva resistito ad un primo assalto saraceno nel 1585 e poi nel 1594, facendo registrare così il fallimento degli attacchi saraceni sulle coste meridionali dell’isola e dell’Italia. Il caricatore del Bruca e dell’Agnone, dunque, nel XV e XVI secolo,  garantiva l’esportazione del grano, dei formaggi, e del vino di tutta la valle di Noto e ciò dipendeva anche dal fatto che ancora Catania e Siracusa non erano abbastanza popolate. Dal 600 in poi, però, la valle di Noto non sarà più in condizione di esportare grano ed altre derrate alimentari, così i caricatori, da luoghi di esportazione, diventarono luoghi di importazione della costa centro meridionale.
Nell’archivio di stato di Palermo si trova l’archivio dei Visitatori Generali della Sicilia, ove è possibile rilevare i carichi notificati ad Antonio Velez, maestro notaro del caricatore dal 1576 al 1584, formulati dai Visitatori Generali del tempo, Marcello Pignone, marchese di Oriolo e di Gregorio Bravo di Santomajor, ed i relativi discarichi presentati dallo stesso Velez dal 1579 al 1584.
I Visitatori Generali erano alti funzionari della corte, inviati periodicamente in tutto il regno, per controllare lo stato della pubblica amministrazione. La loro autorità era notevole, in teoria superiore allo stesso vicerè, ma andò sempre più sminuendo nel tempo per la tenace opposizione della nobiltà locale coinvolta spesso nelle inchieste e nelle indagini dei Visitatori.
Questi, accertando dopo accurate indagini, le colpe dei funzionari della pubblica amministrazione, anche dei funzionari minori, formulavano i carichi, cioè i capitoli di accusa, che costituivano in fondo il vero scopo della visita.


Brucoli - la Torre


Il Visitatore aveva, di fatto, in caso soprattutto di atti di estrema gravità e di nocumento alla corona, la facoltà di sospendere subito il funzionario dal suo ufficio, ma non poteva emettere una sentenza definitiva. La causa per così dire, che Bravo de Satomajor chiama processo, veniva inviata e discussa nel Supremo Consiglio d’Italia a Madrid, che emetteva un provvedimento definitivo dopo aver ricevuto e valutati i relativi discarichi degli indiziati (defenziones).
I contrasti insorti tra i Visitatori ed il Vicerè, soprattutto nella seconda metà del seicento, non furono pochi, per il fatto che su quest’ultimo si concentravano le proteste della nobiltà inquisita, che cercava in tutti i modi di limitare l’opera dei Visitatori.
Per la completezza della nota, comunque, i discarichi presentati da Antonio Velez dal 1579 al 1584 e da Salvo Bellomo, magazziniere del caricatore, furono ritenuti pertinenti dal Supremo Consiglio d’Italia, ed i due non condannati.
 

L'Ufficio del Razionale e del Conservatore del Real Patrimonio nel XVI e XVII secolo. Vecchi vizi e vecchie virtù.


Il Conservatore del Real Patrimonio era un funzionario di origine spagnola facente parte degli organi di controllo della complessa macchina amministrativa spagnola del XVI e VVII secolo. Svolgeva il ruolo di verifica sugli atti del governo, che, per così dire, dovevano essere vistati e registrati da questo ufficio per avere validità nella periferia del Regno; prendevano in carico tutto ciò che concerneva il patrimonio regio e coordinava la complessa gestione delle attività fiscali.
La necessità di tenere continuamente aggiornata la contabilità in uscita, ponendola a confronto e in contrapposizione alle entrate fiscali, era fondamentale per conoscere la disponibilità di spesa, atta  a garantire lo svolgimento di feste religiose, cerimonie regali, momenti di rappresentanza, provvedimenti sulle carestie e sulle epidemie e quant'altro fosse necessario. Bisognava, poi, essere pronti alle repentine richieste di donativi che provenivano dalla Corte spagnola sempre in guerra.
Tali solleciti avevano effetti devastanti per la necessità di raccogliere in pochi mesi le cifre comandate.
Non infrequentemente la Corte proponeva anticipi di donativi gettando letteralmente nel panico il vicerè e il senato palermitano. Come atto conclusivo si permetteva di imporre nuove gabelle, con disappunto e mugugni da parte del vicerè, assillato così dalle reiterate richieste della corona, e dagli agitati malumori di un popolino affamato e pronto alla sommossa.
Il Tribunale del Real Patrimonio era costituito da un presidente e da sei maestri razionali, di cui la metà erano giureconsulti, e l'altra metà di "cappa e spada", cioè scelti tra la nobiltà cittadina o membri selezionati della cosiddetta "aristocrazia degli uffici".
Il maestro razionale non controllava personalmente i libri contabili ma di fatto, coordinava i razionali e la molteplicità dei funzionari del suo ufficio. La durata dell'incarico era annuale e non rinnovabile nei 5 anni successivi.
Le funzioni, i compiti e le responsabilità dei vari uffici e delle varie figure, tra cui anche quelle dei razionali, furono però stigmatizzate dai capitoli del vicerè Colonna nel 1582, del vicerè Olivarez 1593 e del vicerè Castro nel 1622.
Il razionale era detentore dei libri contabili, "
con l'obbligo di tenere bilanciati e riscontrati li conti in tutto l'introito ed esito del patrimonio dell'università"  e veniva integrato nella sua mansione dopo una lettera di conferma del tribunale del Real Patrimonio.
La carica col tempo esprime un chiaro peso politico, poichè si poteva contrattare col Protonotaro, nel cui ufficio a volte veniva letteralmente messa in vendita, o era sottoposta a scrutinio dai giurati in carica tra un ristretto numero di selezionati. Nei decenni a venire la sua funzione si amplia e, allo stesso tempo, si deteriora.
Perde il senso primitivo di puro efficace meccanismo di controllo sulla contabilità e gestione del bilancio, per assumere anche una connotazione politica di impiego consapevole e attivo del patrimonio cittadino.
La nomina diventò molto ambita e ricercata tra la classe nobiliare e il ceto emergente borghese, contiguo alla gestione del potere vicereale; e non solo, nell'evolversi degli accadimenti, avvenne ben altra e grave cosa, che molti maestri razionali con la complicità dei razionali a loro sottoposti, falsando ad arte la gestione dei complessi libri contabili, finivano per impadronirsi di ingenti somme di denaro, investite poi all'acquisizione di futuri titoli nobiliari da parte delle famiglie di quei funzionari che provenivano da una borghesdia concreta e sgambettante o da un ceto togato ambizioso e lungimirante.
In un clima di palese disagio, la gravità di tali comportamenti fu avvertita dalla Corte spagnola, che cercò di affrontare con risoluzione il problema del controllo degli organi amministrativi e giudiziari periferici, perfezionando le funzioni del "Visitas" e rendendo più autorevole la figura del visitatore che, almeno nei primi tempi, era scelto personalmente dal Re.
Evidentemente alla Corte Spagnola si ripresentavano vecchi vizi che si cercava di eliminare riproponendo vecchie virtù.
Difatti l'istituto della "Visitas" era stato introdotto dai Re Cattolici negli ordinamenti di Toledo (1480) a seguito dei quali la Corte iniziò ad investigare sui funzionari castigliani.
Nell'archivio di stato di Palermo è possibile rilevare la nota archivistica "Protocollo del regno, ind. 1682, registro 1020, foglio indice M, foglio 8 verso", in cui è riportata la Real Cedola della nomina di Don Marcello Velez a maestro razionale del Real Patrimonio.  Il faldone di presenta in ottimo stato di consultazione.
 

L’Accademia dei Geniali  Palermo


Nel febbraio del 1719 a Palermo nel Palazzo del Sant'Uffizio, altrimenti noto come il palazzo della Santa Inquisizione, sorgeva l'Accademia dei Geniali, fondata da Gaetano Giardina, storico (1683
† 1731).
L'Accademia prendeva il nome da un'opera di Antonio Mongitore "Divertimenti geniali ed osservazioni giunti alla Sicilia Inventrice di Vincenzo Auria". Essa era retta da un preside e da sei consultori, aveva per protettrice Santa Rosalia, ed in onore della stessa, ogni anno si celebrava a settembre una seduta particolare; le altre riunioni avvenivano ogni domenica nel mese di settembre, ed una volta nel restante anno, in un giorno scelto dal preside.
Le signore accademiche non intervenivano nelle adunanze ma potevano inviare i loro componimenti.
Il Giardina, per i suoi meriti culturali, appartenne anche ad altri sodalizi e buon oratore, venne chiamato spesso all'Accademia del Buon Gusto.
Fu abate di San Nicolò e Protonotaro Apostolico, raccolse le lodi del giornale dei letterati in Italia.

Nello stesso periodo, primi decenni del secolo decimo ottavo, non solo a Palermo, ma in molte altre città siciliane, soprattutto demaniali, si svilupparono circoli ed accademie, come l’accademia degli Occulti a Trapani, degli Ardenti di Modica, dei Vaticinanti a Marsala, dei Curiosi di Castelbuono e a Palermo, degli Agricoltori Oretei, e poi l’accademia del Buon Gusto, che fu la più famosa ed ebbe vita più lunga e che nasce sotto la spinta di contestazione al seicento da parte di Ludovico Muratori.

Tutte queste accademie rappresentano uno spaccato della storia letteraria siciliana e riflettono, in certo senso, le tendenze dei primi decenni del XVIII secolo ad una maggiore diffusione di istanze culturali che raggiungono l’isola dal resto dell’Italia e anche dell’Europa, giacché alcuni  di questi circoli sono la localizzazione di schemi nazionali es. l’Arcadia romana che a Palermo si chiamerà colonia Oretea.


Manoscritto - Sonetto di Antonio Velez


I Geniali pubblicarono, sonetti, canzoni, epigrammi volti  a celebrare l’acclamazione di Carlo VI tutti ridondanti nello stile e nel contenuto.

Aderirono all’Accademia dei Geniali illustri personaggi: es. la poetessa Giuliana Lorefice, autrice nel 1723 della “ La dama in Parnasso”  e “Poesie Italiane” e Tommaso Campailla ed altri.

Molti discorsi recitati dal Giardina all’accademia dei Geniali, insieme alle opere di Antonino Velez, un sonetto e un discorso sull’origine delle fonti, ( 22 giugno 1721 ) ed una lettera al canonico Domenico Schiavo, reggitore della cattedrale di Palermo, sono consultabili tra  i manoscritti della Biblioteca Comunale di Palermo.

L’accademia dei Geniali ebbe una breve esistenza; legata troppo alla presenza del suo fondatore, cessò la sua attività, con la prematura morte del Giardina, avvenuta nel 1731.
 

La Cappella della S.S. Madonna dei Miracoli ad Alcamo

 

Il barone Giovanni B. Velez nel 1873 favorì  la costruzione, all’interno della Chiesa Madre, di una Cappella per la S.S, Madonna dei Miracoli, acconsentendo alla donazione del terreno necessario alla nuova costruzione.

L’Arciprete della chiesa Don Giuseppe Virgilio aveva deciso di creare per il simulacro della patrona di Alcamo, una degna e sontuosa cappella da porre all’interno della Matrice.

L’immagine primitiva della Madonna, il cui culto risaliva al 1547, era stata trovata, dipinta da un pittore sconosciuto, su di un muro di un antico casale alle falde del Monte Bonifato “stava questa miracolosa immagine dipinta nel medesimo muro della volta, o cuba”.
Subito oggetto di devozione da parte di donne fedeli, “c
on licenza del vescovo fu detto luogo intorno spianato e fabbricata una bella chiesa sotto titolo della Madonna dei Miracoli e fonte di Misericordia a 21 giugno si fa solenne festa con corale devotione e concorso”.
Ferdinando De Vega et Da Silva, "
capitano di giustizia e castellano di questo castello", fece costruire sul luogo una Cappella (1542).
Secondo il Lauria era in nipote di Giovanni De Vega (vicerè di Sicilia, 1547- 1556), secondo il De Blasi ne era il figliolo.
Allorquando il vicerè fu impegnato con Carlo V in Africa nelle guerre contro i Turchi (1550), Ferdinando De Vega assunse la Presidenza del Regno. Il fatto è che , avendo fissato la sua perenne dimora ad Alcamo, e vivendo nel periodo del ritrovamento dell'immagine della Madonna S.S. dei Miracoli, partecipò attivamente alla consacrazione  del suo culto. "
Fu principalmente di lei ossequioso veneratore", tantochè, " volle prima che la morte il pervenisse spiegare la sua volontà per testamento, la quale fu di nominare erede quasi di tutto il suo, la gran Madre di Dio dei Miracoli, destinando alla Chiesa di lei, moltissimi donativi"
, e non solo, ma aggiunse "comandando che il suo cadavere fosse traslato in questa Chiesa, dove erano i suoi più teneri amori, per riposare ai piedi della sua dilettissima Madre".
Nel 1720-1721 fu quindi necessario scolpire una statua, che venne fatta abilmente in cipresso, per portarla in processione. Dapprima il simulacro venne portato su di un carro trionfale, mentre oggi è portato a spalla da sedici devoti, poi la statua veniva richiusa nel monastero della Badia Grande e nel monastero della Badia Nuova ove restava per il resto dell’anno; in tal modo il simulacro veniva sottratto al culto dei devoti, anche perché, in tale luogo si poteva osservare solo attraverso uno spioncino.


Statua in legno -cipresso, realizzata nel 1720 della Madonna S.S. dei Miracoli e poi posta all'interno
della cappelletta costruita nel 1845
 

L’Arciprete Virgilio, che governò la Matrice per 25 anni, intuì la necessità di una collocazione definitiva della statua in un posto più accessibile per i fedeli, che identificò in una preesistente cappella, di S. Lucia, in fondo, a sinistra, della navata centrale.

Per la costruzione della stessa, l'Arciprete commissionò l'opera a Giuseppe Damiani Almeyda, il famoso architetto progettista del Teatro Politeama di Palermo, remunerandolo con un premio di mille lire.
Ma per garantire la completezza del progetto monumentale, ben più grande della cappella preesistente, l’Almeyda ebbe bisogno di un nuovo ed altro spazio che poté trovare solo nel limitrofo giardino del Palazzo Velez. La famiglia del barone Velez acconsentì felice alla donazione.
 


L'icona di Maria S.S.dei Miracoli,dipinta sul muro, e rinvenuta nel 1544 


Alcamo - Esterno della Cappella della Madonna dei Miracoli
 


La morte improvvisa del can. Virgilio avvenuta nel 1876 ed altre vicende storiche, fermarono il progetto che poté riprendere solo nel 1920 ad opera dell’arciprete Ignazio Manno, per giungere a completamento solo nel 1922, quando il simulacro venne collocato ove si trova tutt’ora.

Una lapide posta sul muro esterno della cappella, nell’atrio del palazzo, testimonia la donazione e recita:

Lo stemma che si scorge in alto al centro, con bandiere e trofei, rappresenta quattro quarti di alleanze matrimoniali: Gerbino di Cannitello, Rossotti di Pietralonga, Arone di Valentino, Bellarotto marchesi Mendoza.

Nulla fu posto all’interno della chiesa.


Alcamo - interno Chiesa Madre


Poi negli anni successivi, furono completati i marmi bianchi dell’altare, gli abbellimenti della cappella, la delicata novità pittorica all’interno della cupola “ degli Angeli Oranti”, i decori della colonna, il pavimento e l’organo fino alla visione attuale.

Sul frontone della nicchia, a caratteri d’oro, si legge il versetto biblico:  

Tu honorifecentia populi nostri”.
 

Famiglie imparentate con Casa Velez



Arma dei Baroni Velez di Pedagaggi

ARONE
Famiglia che ha origine milanese e che si trasferisce primariamente a Palermo e poi a Sciacca dove occupano le molteplici cariche di capitano di giustizia e senatore.


Arma famiglia Arone

Possedette i feudi di Mezzo Catuso o Bertolini e di Bonfiglio (1679), posti nel territorio di Sciacca e Val di Mazzara.
Dopo lunga successione dei signori investiti del feudo di Bertolino dal 1679 al 1837 si pervenne a:

1)   Maria Carlina Arone,
Figlia di Francesco Arone barone di Bertolino e di Giovanna Ingrassia, ( seconde nozze 30.1.1838) e che sposa a Palermo (30 luglio 1853) Don Alfonso Velez, barone di Pedagaggi, di Giovanni e Antonina Coppola.
Maria Carolina muore a Palermo, ad anni 76, il 15.2.1905, con discendenza.
2)  Concetta Arone Tagliavia.
(nata 1° maggio 1855 e morta il 26 luglio 1945), figlia di Pietro Arone Tagliavia di Bertolino e di Maria Ognibene da Menfi, che sposa il 4 maggio 1878 a Palermo, Don Giovanni Battista Velez barone di Pedagaggi, figlio di Alfonso e di Maria Carolina Arone con 5 figli maschi e 3 femmine cui segue numerosa discendenza.


GERBINO
Famiglia che godette di nobiltà a Castelvetrano, Mazzara e Palermo.


Arma famiglia Gerbino

Nel 1623 Nicolò Antonio Gerbino da Castelvetrano, acquistò i feudi di Cannitello e Gulfotta a seguito dello smembramento della baronia del "Milisindino". Tale baronia, gravata da debiti ed ipoteche, era pervenuta all'ultima erede dei Corbera, Margherita. Per la sua prematura morte e per disposizione dei giudici delegati della Gran Corte, il "Milisindino" o "Miserendino", venne suddiviso in 10 feudi e posto all'asta. Due feudi furono aggiudicati a Nicolò Antonio Gerbino, senza investitura, e così giunse da Castelvetrano a Santa Margherita Belice.
La famiglia di divise in due rami:

1)  Giovanni, s'investì del Cannitello il 4 giugno 1646, come primogenito alla morte del padre, e si perviene dopo alcune successioni ad Isidora, figlia di Giovanni Gerbino e Franca Cirafaci, (secondo matrimonio) che sposa il dottore in legge, barone Antonio Velez de la Pegna di Pedagaggi di Alcamo: ne seguono:
a) Ignazio, nato il 1737, barone di Pedagaggi, che muore a Palrmo il 26.3.1794, senza prole, sepolto al monastero dei Cappuccini a Palermo.
b) Giovanni, che sposa due volte. Ne seguono Antonino ed Isidora.

2) Fabiano che fu barone di Gulfotta, con mero e misto imperio, dal 4 giugno 1646. Tale ramo si estingue nel XIX secolo con Alessandro Gerbino e Carnevale, che investito nell'ottobre 1795, morì in Palermo ad anni 66 (12 novembre 1823) senza discendenza.


ROSSOTTI
Gaspare Maria Rossotti da Alcamo, con privilegio del 20 settembre 1755, ottenne la concessione del titolo del barone di Pietralonga; il figlio Matteo sposa Rosalia Velez, da cui discende un Giuseppa Rossotti, morta il 2 ottobre 1866, che sposa Stefano Chiarelli, protomedico di Alcamo., da cui discende Stefano Chiarelli La Lomia, morto il 17.12.1956, figlio unico e senza successione, con cui si estingue il casato Chiarelli Rossotti.
Per volontà testamentaria il patrimonio venne suddiviso tra enti pubblici ed opere religiose.


BALLAROTO
Famiglia per cui il 20.3.1763 un Benedetto Bellaroto e Marino, dottore in legge, comprò, presso gli atti del notaio Lomeo e Salamone di Palermo, dal signore Ignazio Mendoza e Sandoval, il titolo di marchese di Mendoza, mentre dalla moglie, Caterina Scamacca, conseguì le baronie di Campoallegro e Castelluzzo, indi fu padre di Pietro, nato a Palermo il 1753, che si maritò in Partinico il 21.1.1793 con Isidora Rossotti e Velez di Alcamo, dalla quale ebbe Benedetto senza prole, e Ferdinando.
Quest'ultimo fu padre di Pietro, riconosciuto nei titolo di Marchese di Bellaroto e barone di Campoallegro.


Arma famiglia Ballaroto o Bellaroto
 

Dall'album di Famiglia



Palermo, Palazzo Miano-Velez - Anni Trenta

Sullo sfondo si scorge il Palazzo Miano- Velez con accanto l'oratorio di Sant'Alberto (1653). Lo spazio vuoto è ciò che risulta dalla demolizione del contiguo palazzo del principe di Militello. La foto mostra la piazza integra, chiamata anche Piano del Carmine, e non ancora invasa dal mercato di Ballarò.
 


Barone Alfonso Velez fu Giovanni (†1871)
 


Il Barone Giovanni Battista Velez


La Baronessa Concetta Velez nata Arone Tagliavia



Biglietto da visita del Barone Giovanni Velez
 


Donna Maria Concetta Velez di Pietro

 

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ALDIMARI B., Memorie storiche di diverse famiglie nobili così napoletane come forestieri, Napoli, 1691.
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MACRI' G., Efficienza amministrativa ed innovazioni contabili.  Ricerche storiche mediterranee, Palermo, 2007.
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VILLABIANCA, Opuscoli palermitani e in Sicilia nobile, vol. III e vol. V.
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GIANNONE P., Dell'Istoria civile del Regno di Napoli, Tomo III, Napoli, 1723.
IMHOFF J.W., Historie Italie ed Hispanie genealogica.

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Casato inserito nel 2° Volume di "LA STORIA DIETRO GLI SCUDI"

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