Ovvero delle Famiglie Nobili e titolate del Napolitano, ascritte ai Sedili di Napoli, al Libro d'Oro Napolitano, appartenenti alle Piazze delle città del Napolitano dichiarate chiuse, all'Elenco Regionale Napolitano o che abbiano avuto un ruolo nelle vicende del Sud Italia. 

Stemma Cuccomarino
a cura del Dott. Salvatore Cuccomarino

Arma: d'azzurro alla banda d'argento caricata da una stella azzurra,  accompagnata in punta da un cucco d'argento, in piedi sopra un colle di verde.

Stemma Famiglia Cuccomarino
© Stemma Famiglia Cuccomarino

La famiglia Cuccomarino (o Cucco Marino, o Cuccomarini) è un' antica e nobile Casa della Calabria Ultra, che nel corso dei secoli ha contratto alleanze con alcune delle più importanti famiglie della nobiltà del Regno di Napoli.
Le prime notizie documentali certe della famiglia (atto di fondazione di giuspatronato sotto il titolo del Santissimo Rosario, Serrata, 1 settembre 1724) ci dicono che alla fine del XVII secolo sono presenti in Serrata (Reggio Calabria) quattro fratelli Cuccomarino:

Il reverendo don Bruno, Notaio Apostolico e parroco della Chiesa di San Pantaleone martire, ufficio che terrà dal 1707 al 1731

- L’U.J.D.(1) chierico don Domenico Francesco Antonio Cuccomarino
- Il dottor fisico magnifico don Antonio Zaccaria Cuccomarino
- La magnifica donna Elena Cuccomarino.

Dei primi Cuccomarino molte sono le cose che ignoriamo, a causa del deterioramento o addirittura della scomparsa, per incuria e per opera del tempo, degli archivi delle nascite, dei matrimoni e dei decessi nelle città di Dinami e Serrata. Così, non sappiamo le loro date di nascita, che ci sembra tuttavia logico poter collocare nella seconda metà del ‘600, né i nomi dei genitori, né la provenienza, che tuttavia sembra essere Melicuccà di Soreto, per quanto viene indicato nell’atto di istituzione del giuspatronato predetto. Ciò che sappiamo al momento è che dei quattro fratelli, due erano avviati alla carriera ecclesiale; di questi, don Bruno (o Brunone) era parroco della parrocchia principale di Serrata, nonché notaio apostolico  “per totum orbem” (come riportato nella bolla di istituzione del giuspatronato sotto il titolo del SSmo Rosario), mentre don Domenico Francesco Antonio, Utriusque Juris Doctor, era chierico. Dei due fratelli laici, il magnifico don Antonio Zaccaria (spesso indicato col solo nome di Zaccaria) era dottor fisico, ovvero medico, ed aveva sposato la  magnifica donna Eleonora, figlia del barone Prospero Protopapa. Don Zaccaria, che con donna Eleonora abitava lo splendido palazzo Cuccomarino di Serrata, di epoca rinascimentale e costituito da una cinquantina di stanze, era inoltre Sindaco dei Nobili di Laureana di Borrello nel 1747(2).

© Proprietà Casa Cuccomarino
© Don Carlo Protopapa, nobili dei baroni di Melicuccà e Suprà, marito della Magnifica donna Elena Cuccomarino.

La sorella, donna Elena, era sposata con il fratello di donna Eleonora, don Carlo Protopapa, con il quale viveva in Melicuccà. 
Nella chiesa arcipretale di Serrata, oltre la Cappella del Santissimo Rosario, vi erano altre due cappelle di giuspatronato: quella di S. Nicolò Vescovo, de jure patronatus gentilizia della Casa Lo Giacco, e la Cappella di S. Maria del Carmine, anch’essa de jure patronatus gentilizia, delle case Cuccomarino e Macrì, istituita nel 1748 dal sacerdote don Domenico Cuccomarino e da don Domenico Macrì. 
Sempre don Domenico Cuccomarino risulta, nel 1767, fittuario del Beneficio di libera collazione sotto il titolo di Santa Maria dell’Idria eretto in proprio Altare del medesimo titolo dentro la Chiesa posta nel casale di Serrata.
La Chiesa rurale con il titolo di Santa Maria dell’Idria era sita nelle adiacenze dell’abitato di Serrata, nel feudo detto Talaja (di cui la famiglia Galluccio e per successione la famiglia Galluccio Protopapa risultavano feudatarie 
ab antiquo), ed era stata voluta da don Domenico Gallucci Protopapa di Caridà, che l’aveva dotata con atto notarile dell’1 novembre 1750.

Per il mantenimento di detta chiesa(3) era stato assegnato  un suo fondo dell’annua rendita di cinquanta ducati. La curia vescovile di Mileto aveva emesso due decreti per assenso per l’edificazione, dotazione di chiesa, con trasferimento nella medesima del peso di due messe già gravanti  alla chiesa parrocchiale di Borrello, secondo quel suo atto di fondazione, che soltanto vien citato nel primo dei due decreti. L’oratorio confinava con i beni del rev. sac. Domenico Sarlo e quelli del sac. Bruno Montorro e di Antonino Luca Zullo di Serrata(4).

Abbiamo quindi il ritratto di una famiglia cospicua, con importanti alleanze familiari e titolare di almeno due giuspatronati ed una cappellania.

Don Brunone Cuccomarino si ammalò “di febbre maligna” il  25 dicembre 1735 e morì il 6 gennaio 1736. Venne sepolto il giorno seguente  “cum pompa solemni more maioris in suo sepulcro … lapide posita” (“… con pompa solenne, secondo l’uso dei suoi avi, nel suo sepolcro … dove venne posta una lapide”). Queste informazioni sono riportate nel registro dei defunti della parrocchia di Serrata, anni 1707 – 1777. Curiosa, per un sacerdote, la coincidenza di ammalarsi il giorno di Natale e morire il giorno dell’Epifania. Peccato che i cambiamenti occorsi a Serrata, tanto per opera della natura che degli uomini, abbiano distrutto le antiche chiese, negandoci così la conoscenza diretta della sepoltura di don Bruno e delle varie cappelle di cui si è detto fin’ora.

Il magnifico don Zaccaria e la magnifica donna Eleonora Protopapa ebbero numerosi figli.

Il primogenito, don Carlantonio Mariano Domenico Gaspare Melchiorre Baldassarre Marino, venne battezzato a Serrata il 9 settembre 1727 [Battesimi, Libro del 1707 (1707-1732) - padrini don Carlo Protopapa e la sua consorte donna Elena Cuccomarino, sorella del padre, di Melicuccà di Soreto]. Destinato ad avere una vita splendida, fu invece protagonista di un’esistenza turbolenta e, a volte, infelice(5).
Don Carlantonio risulta essere stato sacerdote secolare in Melicuccà di Soreto nel 1775. Avverso di lui il 27 giugno 1776 venne inoltrata querela da parte di un tal Margiotta Francesco; secondo costui, don Carlantonio avrebbe ingerito illegittimamente nell'elezione del sindaco del tempo. La cittadinanza di Melicuccà era infatti divisa in due fazioni, una facente capo alla famiglia dei baroni Carnì (Charny) e l'altra alle famiglie baronali dei cugini Cuccomarino –  Protopapa; a capo di quest'ultima fazione era don Carlantonio. Don Carlantonio avrebbe, secondo l’accusa, utilizzato ogni mezzo, fino alla distribuzione di regalie, al fine di far eleggere a sindaco un uomo della sua fazione.
Nel processo che ne seguì don Carlantonio venne assolto. Tuttavia, nel febbraio 1788, a seguito di un provvedimento emesso dalla Giunta di Napoli, il Vescovo di Mileto invitava don Carlantonio a ritirarsi in Serrata, sua città natale. Carlantonio, già avanti con gli anni, si ritirò a Serrata e sposò la ricchissima donna Rosalia Bagalà, figlia del magnifico don Antonio Bagalà, banchiere, armatore ed industriale della seta di Palmi, dalla quale ebbe un figlio, Domenico Pietro Francesco Antonio, battezzato in Serrata il 24 ottobre 1789 e ivi deceduto infante, il 4 gennaio 1791

La madre del bimbo, donna Rosalia, moriva di parto lo stesso giorno 24 ottobre. Non sappiamo la data di morte di don Carlantonio, ma crediamo che non sia di molto posteriore.
Il secondo figlio del magnifico don Zaccaria e della magnifica donna Eleonora Protopapa, il magnifico don Domenico Carlo Maria, ebbe una fortuna del tutto diversa. Aveva sposato prima del 1755 un’altra figlia del banchiere magnifico don Antonio Bagalà, ed aveva ottenuto nel 1755 l’appalto fiscale dal marchese Caracciolo d’Arena per Soreto e San Nicola, ufficio che tenne fino al 1777. Trascorse una vita che immaginiamo tranquilla ed agiata, nel palazzo avito, ed ebbe sette figli:
Maria Antonia Eleonora Petronilla, battezzata il 23 mar 1755, madrina D  Petronilla Gioire “uxorata civitatis Palma”, per procura della vedova Maria Cucco;

Francesco Antonio, battezzato il 3luglio 1757, madrina Maria Cucco – f. 12;

Carloantonio Antonino Bruno, battezzato il 13 agosto 1759 – madrina Maria Cucco – f.32

Caterina, battezzata il 24 luglio 1762, madrina Maria Cucco;

Antonio Maria Zaccaria Ferdinando, battezzato il 29 marzo 1765, madrina Maria Cucco;
Giuseppe Maria Ferdinando, battezzato il 26 settembre 1767, madrina donna Anna Cuccomarino;


Palazzo Cuccomarino a Serrata (Reggio Calabria)

Francesco Antonio Zaccaria, battezzato il 7 giugno 1770, madrina Angela Cordiano.
Delle figlie, donna Maria Antonia Eleonora Petronilla sposò il 16  dicembre 1785 don Carlantonio De Gullo e morì a Serrata, per quel che sappiamo senza figli, il 23  ottobre 1802, all’età di 47 anni. Donna Caterina sposò il 3 maggio 1784 il nobile don Gennaro Aloe, da Dipignano in provincia di Cosenza, figlio di don Matteo e donna Felicia de Laurentiis.
Dei figli, don Francesco Antonio decise di intraprendere la carriera ecclesiastica; ma morì giovane, nel marzo 1779, mentre era novizio in Seminario a Napoli. Don Antonio Maria Zaccaria Ferdinando morì celibe il 15 settembre 1793; e Giuseppe Maria  Ferdinando e Francesco Antonio Zaccaria probabilmente morirono in giovane età.
L’unico maschio ad avere discendenza fu il magnifico don Carlantonio Antonino Bruno, che sposava il 24  Dicembre 1794 a Laureana la magnifica donna Francesca Protospataro di Laureana di Borrello, unica figlia del sindaco dei nobili di Laureana, il barone U.J.D magnifico don Domenico Gregorio Carlo Protospataro e della magnifica donna Maria Antonia Melchi 
(6)

L’antica e nobilissima famiglia Protospataro di Laureana si estinse così nella famiglia Cuccomarino.
Qualche mese prima, l’1  luglio 1794, don Carlantonio aveva costituito una società per l'arrendamento delle sete dello stato di Soreto, del contado di Borrello e della baronia di Caridà
(7)
.
Grazie a tale commercio, che probabilmente si appoggiava anche all’aiuto della famiglia materna, don Carlantonio accrebbe alquanto il già cospicuo capitale familiare; ed ulteriormente arricchì la propria Casa acquistando terre dalla Cassa Sacra.
“[...] Dunque, anche l'esperimento della Cassa confortò la trasformazione del territorio della Piana in quell'immenso oliveto che noi conosciamo, grazie al passaggio di circa 1300 ettari dalla Chiesa ai privati; nel dodicennio 1784 - 1796 tutto il comprensorio dovette assistere a una notevole attività di investimenti fondiari, tanto è vero che spesso alti prezzi si realizzarono proprio là dove gli acquirenti mirarono a impadronirsi contemporaneamente di più fondi e dei più estesi [...]. A Laureana su 18 compratori quattro si assicurarono i tre quarti delle terre e del valore: Carlantonio Cuccomarino da Serrata (6382 ducati), Giuseppe de Marco da Laureana (3233 ducati), Giovambattista Merigliano da Caridà (2977 ducati), Geronimo Paparo da Laureana (2977 ducati); nel vicino distretto di Radicena, Francesco Antonio Zerbi acquistò per 823 ducati sui complessivi 2088 ripartiti tra undici compratori; a Polistena il solo Domenico Antonio Lombardo acquistò per 8000 ducati [...]” (Nota 37: Per il Cuccomarino, cfr i vari contratti per notar Ammirà, 7 novembre 1791)(8) .

Elenco delle proprietà acquistate dalla Cassa Sacra da don Carlantonio (dati tratti da: Augusto Placanica, “Alle origini dell'egemonia borghese in Calabria”, Società Editrice Meridionale 1979):

Nome del fondo

Estensione (tomolate)

Località

Prezzo (ducati)

Pirello in alia           

2,75

Melicuccà

120,00

Orto alle case di Runzo

0,50

Melicuccà

50,00

Giotto e Mottola

18

Borrello

1152,35

Chiusa di Frammatteo

36

Borrello

2293,45

Cotronea

18

Borrello

743,00

Olivitello           

1,50

Serrata

116,65

Majuli              

2

Serrata

45,50

Olivarello o Purgatorio           

2,50

Serrata

149,30

Annunciata

4

Serrata

120

Santa  Maria           

5

Serrata

430,28

Oliveto            

10

Serrata

853,40

Macrì              

9

Serrata

178,25

TOTALE           

109,25

 

6252,18

Don Carlantonio e donna Francesca ebbero 6 figli:

Primogenito fu don Domenico Nicola Francesco Antonio Bruno, nato a Serrata il 13 aprile 1797, che fu sindaco di Serrata nel 1828 e nel 1838, e che nel 1832 sposò donna Michelina d’Antona di Acquaro, figlia del nobile don Domenico e donna Anna Bardari. Don Domenico e donna Michelina ebbero cinque figli:

- don Carlantonio, nato a Serrata il 7 aprile 1834 a Serrata, ed ivi morto l’1 maggio;

- don Francesco, nato a Serrata il 21 agosto 1835 ed ivi morto il 29 marzo 1853

- donna Maria Francesca, battezzata a Serrata il 25 gennaio 1837, che il 20 gennaio 1867 sposò il cugino don Carmelo Cuccomarino, figlio dello zio Carmelo e di donna Gaetana Filaci

- don Domenico, battezzato a Serrata il 12 ottobre 1838 (Libro dei Battesimi del 1827 n. 464), che sposò donna Giuseppa de Fazio, dalla quale ebbe come unico figlio, nel 1862, don Pasquale, morto senza discendenza.

© Proprietà Casa Cuccomarino
© Il Magnifico Don Francesco Cuccomarino, dottore in legge (civile e canonico).

La mancanza di discendenza dei figli maschi di don Domenico Nicola Francesco Antonio Bruno trasferì la primogenitura ai discendenti del secondogenito di don Carlantonio e donna Francesca, l’U.J.D. magnifico don Francesco Antonio Maria Carmelo Antonino, nato a Serrata il 6 gennaio 1800. Fu sindaco di Serrata nel 1824 e di Dinami nel 1833 – 34. Sposò il 10 marzo 1832 la baronessa magnifica donna Ippolita Galluccio, patrizia del seggio di Nido in Napoli, figlia del magnifico don Francesco Gallucci, 10° barone d’Abruzzo, e della magnifica donna Maria Giovanna Magisano.
Don Francesco e Donna Ippolita, dopo il matrimonio, si stabilirono a Melicuccà, andando ad abitare nel palazzo Cuccomarino, sito nella piazza principale del paese, davanti la chiesa arcipretale, ed oggi non più esistente,essendo stato sconsideratamente abbattuto in epoca recente per edificare sul suo suolo alcune orribili case. Ebbero tre figli: Maria Francesca e Giuseppe, entrambi morti infanti; e l’U.J.D. magnifico don Carlo Antonio Maria, che sposerà la cugina baronessa magnifica donna Raimonda Protopapa. Don Francesco morì a Dinami qualche giorno prima di compiere i 35 anni, nella notte del 4 febbraio 1835.
Degli altri figli di don Carlantonio e donna Francesca, don Nicola Giuseppe Maria Antonino, nato a Serrata il 29 gennaio 1804 e sindaco dello stesso paese nel 1857, e don Carmelo Giuseppe Pasquale Stefano, nato a Serrata il 7 aprile 1807 ed ivi deceduto, colpito da un fulmine, il 25 settembre 1837, sposarono rispettivamente le due sorelle donna Francesca e donna Gaetana Filaci, figlie di don Carlo e donna Carmela Migliori.

L’ultima figlia di don Carlantonio e donna Francesca fu Costanza, che morì a Serrata il 27 luglio 1824, all’età di 4 anni.
 

La discendenza primogenita

L’U.J.D. magnifico don Carlo Antonio Maria Cuccomarino fu l’unico figlio con discendenza di don Francesco e donna Ippolita. Nacque a Dinami il 10 agosto 1834 e sposò il 16 novembre 1854, ancora minorenne, la cugina donna Raimonda Protopapa, figlia del magnifico don Giuseppe Antonio, barone di Suprà (o Supplà) e Melicuccà, e della magnifica donna Maria Antonia de Felice(9).

© Proprietà Casa Cuccomarino
© Stemma Famiglia Cuccomarino

Il Casato ottenne anche i titoli di barone di Infratarè e Corticosa.

Don Carlo Antonio e donna Raimonda ebbero cinque figli:

- donna Maria Antonia, nata il 4 dicembre 1856 e morta il 25 novembre 1862;

- don Francesco Cuccomarino, nato nel 1858 e morto senza discendenza;

- don Giuseppe Antonio, nato il 2 ottobre 1858;

- donna Maria Teresa Ippolita, nata il 16 maggio 1861, che l’11 luglio 1887 sposò il nobile don Giuseppantonio Morabito di Laureana. Il matrimonio fu senza figli.
Carlantonio morì all’età di 40 anni, il 17 ottobre 1874, a Dinami.

Il figlio don Giuseppe Antonio, l’unico con discendenza, sposò donna Maria Gesuela Prostimo, di Caridà, ed ebbe tre figli:

- don Francesco Saverio Maria, nato il 7 aprile 1896 a Dinami;
- Carlantonio, nato il 7 aprile 1897 e morto nel 1898, a Dinami;
- don Carlo Diego Maria, nato il 24 aprile 1898 a Dinami.

Don Francesco sposò donna Bianca Maria Capodieci di Patti, patrizia di Modica. Ebbero due figli. Il primo, l’avv. don Giuseppe Antonio, nacque a Dinami il 18 febbraio 1830. Donna Bianca Maria moriva due anni dopo, di parto, insieme con la figlioletta che stava dando alla luce. Don Francesco morì il 15 giugno 1977.

Don Carlo sposò la cugina donna Maria Teresa Protopapa, figlia del barone don Francesco Protopapa, a sua volta figlio di don Vincenzo Protopapa, fratello di donna Raimonda, e donna Carolina Mileto. Morì il 27 marzo 1980 a Dinami. La famiglia Protopapa si estingueva così nella famiglia Cuccomarino.

L’attuale linea primogenita della famiglia è costituita dall’avv. don Giuseppe Antonio Maria, che il 22 marzo 1958 sposò la nobile donna Giuseppina Eleonora Clara Matilde Lombardi, dalla quale ha avuto il dr. don Salvatore Francesco Maria, nato il 23 aprile 1966, medico chirurgo, sposato il 5 agosto 2004 con la d.ssa Mersedeh Valentina Djahandideh; e l’ing. donna Bianca Maria, nata il 14 gennaio 1972, sposata con l’ing. Paolo Di Giovanni.  Dal matrimonio tra Salvatore e Mersedeh l’8 marzo 2008 è nata, ultima di Casa Cuccomarino, la piccola donna Maia.

Le famiglie alleate

1. I Galluccio baroni d’Abruzzo, Saele e Fornelli, ramo calabrese dei Patrizi di Napoli.
Padre Giovanni Fiore da Cropani, nel I volume della “Calabria illustrata”, riferisce come a Crotone “vi sono molte Famiglie Nobilissime di sangue”.  Tra queste famiglie enumera i Galluccio(10).

Stemma Famiglia Galluccio
Stemma Famiglia Galluccio

Don Ercole Galluccio, nato nella seconda metà del secolo XV, patrizio di Napoli del seggio di Nido, è il primo Galluccio la cui presenza sia attestata documentalmente in forma incontrovertibile in Calabria.
Non è ancora chiaro come e perché egli vi giunse. L’ipotesi più accreditata è che vi venne al seguito del padre, don Berardino Galluccio, barone di Tora, marito di donna Luigia d’Alagno, la quale era figlia di  don Ugo d’Alagno, gran cancelliere del Regno di Napoli, conte di Borrello e Gioia e signore di Somma e di Rocca Rainola, nonché nipote di donna Lucrezia d’Alagno, amante del re Alfonso d’Aragona.

Verosimilmente Berardino Galluccio si trasferì in Calabria su mandato del suocero Ugo d’Alagno. Ercole sposò donna Caterinella Lucifero, patrizia di Crotone, ed in seguito alla cosiddetta “seconda” congiura dei Baroni, nella quale i d’Alagno, partigiani del re d’Aragona, risultarono sconfitti,  si trasferì a Soreto, dove possedeva le baronie di Abruzzo, Galluccio, Marzano, Sant’Angelo e Fornelli. Ercole Gallucci probabilmente morì esule in Francia, dove aveva seguito il re aragonese(11).

Figlio del barone don Ercole Galluccio fu il barone don Berardino Galluccio, che sposò una nobildonna di Casa Vetrò. Da tale unione nacque don Berardino junior, che sposò donna Olimpia Palombini da Mileto, ed ebbe come figli don Stefano, don Giacomo, deceduto senza discendenza, e fra’ Girolamo, importante Cappuccino autore di una “Divina Predestinatione” recentemente riscoperta nell’Archivio Vaticano e ripubblicata dall’Avv. Giuseppe Cuccomarino Protopapa.

Il barone don Stefano Galluccio sposò donna Fiore Bufalo da Arena; da loro nacque il barone don Carlo Galluccio, che sposò donna Francesca d’Afflitto, patrizia di Tropea. Essi ebbero due figli: il primogenito, barone don Domenico, sposò una nobildonna della casa Saldanieri di Serrata, mentre il secondogenito, il dottor fisico don Lorenzo, sposò donna Elisabetta Catambron, da Dinami (ma probabilmente la famiglia era originaria di Isola Capo Rizzuto, nella cui cattedrale si trovavano le tombe dei Catambron (http://www.laprovinciakr.it/ Viaggiando /Provincia/Isola.htm). È la discendenza di quest’ultimo che principalmente ci interessa.

Don Lorenzo e donna Elisabetta ebbero vari figli; tra tutti, ebbero discendenza solo l’U.J.D. don Francesco, donna Anna e donna Rosaria. La famiglia Cuccomarino discende da tutti e tre i fratelli.

A) L’U.J.D. don Francesco Galluccio, patrizio di Napoli e nobile dei baroni di Abruzzo, Galluccio, Marzano, Sant’Angelo e Fornelli, sposò donna Rosa Maria Melchi, figlia del magnifico don Nicola e della magnifica donna Lucrezia Tutino(12).

Da don Francesco e donna Rosa Melchi nacque l’U.J.D. don Carlo Francesco Rosario Pietro Pasquale Galluccio, che fu battezzato a Laureana di Borrello il 14 febbraio 1719. Questi sposò la nobile donna Ippolita Mauro da Palmi, ed ebbe come figlio, in data 19 febbraio 1758, il magnifico don Francesco Galluccio. Don Francesco riacquistò il feudo di Abruzzo, divenendone così il 10° barone della famiglia Galluccio; fu sindaco di Dinami; sposò la magnifica donna Maria Giovanna Magisano, e da loro nacque, primogenita, donna Maria Ippolita Galluccio. Donna Ippolita sposò l’U.J.D. magnifico don Francesco Antonio Maria Carmelo Antonino Cuccomarino, nostro avo.

B) Donna Anna Gallucci sposò il magnifico don Prospero Protopapa, barone di Melicuccà e Suprà.

C) Donna Rosaria Gallucci, terza ed ultima figlia con discendenza di don Lorenzo e donna Elisabetta Catambron, sposò il barone U.J.D. magnifico don Francesco Filippo Protospataro, nato l’1 gennaio 1692 a Laureana di Borrello, e sindaco dei nobili dello stesso paese nel 1742.
 

2. I Protopapa, Signori di Pacuzzo o Rivello, baroni di Melicuccà e Suprà.
La famiglia Protopapa, di origine bizantina, è antichissima, e da tempi remoti stanziata nel vibonese. Si ha notizia di un Leone Protopapa nel 1283 a Monteleone: “A 28 marzo del 1283 Carlo II, primogenito di Carlo I d'Angiò dal campo della Piana di S. Martino ove allora si trovava ordinò a' Secreti di Calabria che pagassero 40 tarì d'oro al presbitero Leone Protopapa di Montelione, importo di un cavallo, che nel passaggio del re suo genitore per detta terra, i Baiuli gli avevano preso, e donato ad uno del seguito del Re medesimo, e non essendo stato ubbidito per la penuria d'introiti, ripetè con più fervore gli ordini medesimi a 2 novembre 1283 da Nicotera”(13).

Stemma Famiglia Protopapa
Stemma Famiglia Protopapa

Leone Protopapa nel 1313 ebbe il comando del castello di Sant'Aniceto, durante la guerra tra Roberto d'Angiò e gli Aragonesi, ma dovette cedere la rocca a Federico II.
Cfr.http://denatalesifola.altervista.org/index2.php#_ftnref62
.
“La nobile famiglia Protopapa fiorì in Melicuccà e nell'Arenese. Nel 1707 don Isidoro Protopapa era signore di Pacuzzo seu Rivello”
. (Von Lobstein “Settecento Calabres”  vol III pag. 112 n. 8). Lo stesso Von Lobstein, nel I volume del “Settecento Calabrese”, riporta la baronia di Suprà dei Protopapa. “Arma: troncato di azzurro e di oro. Nel 1° ad una colonna d'oro, sormontata da una palla dello stesso, e sinistrata da una palma di verde. Nel 2° tre palle nella punta: in quella di mezzo è fermo un uccello di rosso, tenente nel becco un ramo di ulivo verde; nel canton destro del capo una stella a sei raggi di oro”. (Carlo Padiglione, “Trenta centurie di Armi Gentilizie”, Napoli, casa editrice Bideri, 1914).
La stessa arma si può osservare nello sfondo del ritratto di don Carlo Protopapa.
A noi interessa principalmente la discendenza del barone Prospero Protopapa e di donna Anna Galluccio.
Figli di donna Anna e don Prosperò furono donna Eleonora, don Francesco e don Carlo. Donna Eleonora Protopapa sposò, probabilmente verso la fine del secondo decennio del secolo XVIII (dato che il loro primo figlio venne battezzato nel 1727), il nostro avo dottor fisico magnifico don Zaccaria Cuccomarino, sindaco dei nobili di Laureana e trisavolo del già citato don Francesco.

Don Carlo Protopapa sposò la sorella di Zaccaria, la magnifica donna Elena Cuccomarino. Di essi non ci è nota discendenza.

Don Francesco Protopapa sposò donna Raimonda Sciomà. Da essi nacque nel 1771 il magnifico don Vincenzo Protopapa, barone di Melicuccà e Suprà, che si unì in matrimonio con la magnifica donna Illuminata Berlingieri, patrizia del seggio di San Dionigio in Crotone e figlia del magnifico don Domenico e della magnifica donna Raffaella De Sena, nobile di Cassano. Don Vincenzo e donna Illuminata ebbero come figlio il barone magnifico don Giuseppe Antonio Protopapa, che sposò la magnifica donna Maria Antonia De Felice da Galatro. Ebbero vari figli, tra cui la magnifica donna Raimonda Protopapa, che andò in sposa al cugino nostro avo U.J.D. magnifico don Carlo Antonio Maria Cuccomarino, figlio dei già citati don Francesco e donna Ippolita Gallucci.
 

3. I Protospataro patrizi di Crotone, Castelvetere, Gerace e Rossano, baroni di Rocca di Neto e di Croniti o La Sala, Signori di Tor di Faro fino a Piedigrotta in Messina.

“La famiglia de Protospatarii, antichissima tra' Greci, la passò in Italia, per quanto ne scrive Ferrante la Marra, Zaccaria protospatario, cioè principe della milizia, o ver capitano generale, il quale Zaccaria fu dall'imperador Giustiniano  II mandato a condurgli prigione papa san Sergio circa il 698. Con tale occasione stabilitasi in Italia nella Calabria, vi fiorì sempre con molto splendore, per detto di d. Carlo Calà.”

Stemma Famiglia Protospataro

È di nuovo padre Fiore da Cropani, nel III volume della sua “Calabria Illustrata” (Rubettino 2001, pag. 406), citato anche da Von Lobstein (“Nobiltà e città calabresi infeudate”, ed. Frama Sud, pag. 151 n. 12) a darci la prima notizia della famiglia Protospataro.

L’episodio citato fa riferimento ad un fatto storico che ha protagonista Zaccaria, protospatario imperiale, potente nobile di Bisanzio. Ma chi erano i protospatari? Una prima definizione la ritroviamo in “Forastiero”, opera in dialoghi di Giulio Cesare Capaccio, che ci dice che quello di protospataro era “...officio preeminente nella corte degli imperadori greci, che con altro titolo era detto primicerio della corte, overo gran principe. [...]”.
In effetti, ancora nell’epoca di Zaccaria (VII secolo) il protospataro era un membro dell’alta nobiltà militare di Bisanzio; vicinissimo all’imperatore, era a capo dell’esercito, e nelle processioni imperiali era il principe che aveva l’alto onore di portare la spada dell’imperatore.

Di Zaccaria(14) parla anche Paolo Diacono nella sua “Historia Longobardorum” (VI, 11: “Hic (sc. Giustiniano II) Sergium ponteficem, quia in erroris illius synodo, quam Constantinopolim fecerat, favere et subscribere noluit, misso Zacharia protospathario suo, iussit Constantinopolim deportari. Sed militia Ravennae vicinarumque partium iussa principis nefanda contemnens, eundem Zachariam cum contumeliis ab urbe Roma et iniuriis pepulit”.

Nonostante la testimonianza di padre Fiore da Cropani, avallata dall’autorevolissimo fra’ Franz Von Lobstein, oltre che dalle tradizioni accettate di popolo e nobiltà di Crotone e delle altre città dove fiorì la famiglia Protospataro (o Prothospatario, o Prothospatarii) non abbiamo, come avviene pressoché sempre per i personaggi storici altomedievali, nessun documento che ci consenta di collegare inequivocabilmente il protospatario Zaccaria con la famiglia Protospataro.

Per trovare testimonianze storiche, documentate, della casa Protospataro, dobbiamo arrivare a tempi più recenti. Di nuovo Giovanni Fiore da Cropani riferisce come a Crotone “vi sono molte Famiglie Nobilissime di sangue”.  Tra queste famiglie enumera i Protospataro(15).

Lo stesso a pag. 182 cita i Protospataro “descendenti da Gerace” tra le famiglie nobili di Castelvetere e (pag. 238) di Rossano, e nell'elenco, nel III volume dell'opera, delle famiglie con feudi, annovera anche i Protospataro, con riferimento alla baronia di Rocca di Neto (P. Fiore da Cropani, “Della Calabria illustrata”, vol III pagg. 269 e 406). Un Giuseppe Protospataro da Castelvetere fu Vescovo di Bovino circa il 1660(16).
La famiglia abitava a Crotone già nel sec. XV (Jo. Antonio de Prothospatariis de Cotrone partecipa ai lavori di fortificazione della città
(17)
). All'inizio del Seicento Perruccio Alfonso e Scipione Prothospatari possedevano ancora una casa palaziata in parrocchia di S. Maria Prothospatariis(18). Nel 1631 Mutio Prothospatario comprò da Francesco Campitello la baronia di Rocca di Neto(19). Al tempo del Nola Molisi risultavano tra le famiglie assenti dalla città.  I Protospataro edificarono in Crotone la badia regia di Santa Maria de Prothospatariis nella Pescheria (20).

I Protospataro, come detto, furono baroni di Rocca di Neto(21) e di Croniti o La Sala(22)

La famiglia da Crotone si diramerà in altre città calabresi, in particolare Gerace, Castelvetere e Borrello, nelle cui nobiltà verrà onorevolmente accolta(23). In Borrello le prime notizie riguardano un Giulio Camillo Protospataro, abate della chiesa parrocchiale di Laureana dal 1568 al 1602, ed uno Scipione Protospataro, forse suo fratello, che partecipa, coprendosi d’onore, alla battaglia di Lepanto.

“Altra famiglia antica, ricca e potente, che possedette suffeudi a Borrello, fu quella dei Protospataro, di cui un certo Scipione combatté, come capitano, nella guerra contro i Turchi durante la battaglia di Lepanto (1571); ed in premio a tale servizio, espletato con fedeltà e coraggio, ottenne dal re Tor di faro sino a Piedigrotta in Messina”.  (Fedele Fonte, “Laureana di Borrello”, Frama Sud 1983, pag. 144).

Il barone Scipione, fratello di una Girolama Protospataro (che sposerà don Donato de Cardinis, da cui avrà donna Vittoria de Cardinis, battezzata il 12 marzo 1606), sposerà donna Isabella Insardà ed avrà tre figli: il barone dr. don Giovanni Antonio, donna Vittoria e donna Isabella. Giovanni Antonio sposerà Anna della nobile ed antica famiglia Saldanieri di Serrata, che gli darà Scipione ed Antonella. Non ci è noto il nome della sposa di Scipione; suo figlio sarà il barone don Francesco Protospataro, il quale sposerà donna Francesca, figlia del barone Gerolamo Santacroce di Barletta (famiglia della quale si dirà più oltre) e di donna Diana Schipani(24).

Donna Francesca Santacroce di Barletta e don Francesco Protospataro avranno un figlio, il barone don Carlo, che il 18 gennaio 1664 sposerà la magnifica donna Clara Argirò – Lacquaniti, figlia del dottor fisico don Filippo Argirò(25) e di donna Giulia Maddalena Lacquaniti, dalla quale avrà il barone magnifico don Francesco Filippo Protospataro.

Donna Giulia Maddalena Lacquaniti, battezzata il 10 febbraio 1670, era figlia dell’U.J.D. don Antonino Lacquaniti e di donna Vittoria Teotino (cfr nota 13).

Don Francesco Filippo Protospataro, battezzato l’1 gennaio 1692 a Laureana di Borrello, sarà sindaco dei nobili della stessa città nel 1742, e sposerà la magnifica donna Rosaria Galluccio, figlia del dottor fisico magnifico don Lorenzo e della magnifica donna Elisabetta Catambron (v. Galluccio). Da don Francesco Filippo e donna Rosaria nasceranno otto figli; il primogenito, il barone don Nicola Giuseppe, battezzato a Laureana il 20 marzo 1708, sarà sindaco dei nobili di Laureana nel 1763 e sposerà donna Rosaria Godano, patrizia di Tropea. Da loro nasceranno vari figli: Maria Teresa, Marianna, Domenico Gregorio Carlo, Carlo Bruno Agapito e Concetta. Il barone U.J.D. magnifico don Domenico Gregorio Carlo, primo dei due figli maschi, battezzato a Laureana il 6 novembre 1736, sposerà, il 13 aprile 1775, a Laureana di Borrello, la magnifica donna Maria Antonia Melchi, figlia dell’U.J.D. magnifico don Giuseppe Antonio e della magnifica donna Francesca Contestabile(26).

Don Domenico Protospataro sarà sindaco dei nobili di Laureana nel 1786 – 87; dalla moglie avrà, per quanto ne sappiamo, un’unica figlia, la baronessa magnifica donna Francesca, che andrà in sposa al nostro avo magnifico don Carlantonio Antonino Bruno Cuccomarino. Morirà il nella sua città natale il 18 maggio 1800, estinguendo così il ramo primogenito dei Protospataro nella nostra famiglia.

 

4. I Santacroce di Barletta

Consideriamo un alto onore appartenere alla discendenza del ramo primogenito dell’antica e nobilissima famiglia dei Santacroce di Barletta, e riteniamo di doverle tributare un sia pur piccolo omaggio riportandone in queste pagine la genealogia.

Stemma Famiglia Santacroce di Barletta
Stemma Famiglia Santacroce di Barletta

Il primo di cui abbiamo notizia è il barone don Nicola Santacroce di Barletta, cavaliere dell’Ordine della Stella, deceduto il 17 giugno 1385.
«In Calabria, essa [la famiglia Barletta] è antichissima e trae origine da un certo Raone Santacroce di Barletta; i suoi membri si diffusero ed ebbero fortuna sotto gli Angioini; Filippo fu Cavaliere di Carlo I d'Angiò, Guglielmo fu vicerè in Abruzzo, Giovanni Filippo nel 1338 fu creato capitano generale da Roberto d'Angiò»(27)
«Per lungo tempo durò anche la potenza di Nicolò Santacroce di Barletta, fautore e simpatizzante degli Angioini, che sposò D. Caterina Fazzari, e che morì a Borrello nel 1385. Egli era Cavaliere dell'Ordine della Stella, istituito in Sicilia nel secolo XIII.
I suoi discendenti vengono così elencati: a Nicolò successe il figlio Masetto, a questi suo figlio Lottario Tommaso, a questi Gaspare, a questi Agazio, a questi Bernardo ed a questi un altro Bernardo. Costoro ebbero altri suffeudi fuori del territorio di Borrello, come a Castelmonardo, Rocca di Montoro, Panaja, ecc., che tennero sino al 1535
(28)»
.
«Il corpo del Santacroce [Nicolò] venne sepolto in una cappella della chiesa parrocchiale, su cui i familiari deposero una pregevole lapide di marmo bianco, che raffigura un guerriero armato di corazza e lancia.   

Questa lapide, dopo il terremoto del 1783, venne trasferita a Laureana. [...]  [Domenico] Martire era riuscito a rovistare tra i documenti della famiglia Santacroce, e questi documenti li riporta nel libro “Calabria sacra e profana” [...] da tale manoscritto, restituito all'Archivio di Stato di Cosenza, noi possiamo rilevare che: “in Borrello... recane meraviglia certa statua [lapide]... d'un tale Nicolò Barletta con tale iscrizione: Hic jacet corpus nobilis viri Nicolai de Castello Barulo, vir D. Catherinae Fazzari, Anno D.ni 1385 die 17 mensis Junii - Cuius anima requiescat in pace. Amen” (D. Martire, Calabria Sacra e Profana, II-I-f. 274»(29)
«A proposito del nome della famiglia, G.B. Marzano in “Intorno a un monumento sepolcrale” ovvero “Notizie sulla famiglia Santacroce di Barletta” (Giornale Araldico Genealogico, Pisa 1888) così si esprimeva: “...non dobbiamo passare sotto silenzio che i signori di questa famiglia sono nominati nelle storie e nelle antiche scritture, or col solo cognome di Santacroce, ora con quello di Barletta, ora in fine con quello di Santacroce di Barletta...”. In realtà per il ramo di Borrello... il 18 novembre 1757 Nicola Barletta ottenne decreto della Gran Corte vicaria per la riassunzione del cognome originario, da tempo dismesso dalla famiglia. Stipite antico della famiglia si vuole sia stato un Raone, signore di un castello detto Santa Croce e di Casalbarico in Terra di Lavoro: da lui trarrebbero origine i Santacroce di Napoli, di Roma e di Sicilia. Non si sa esattamente quando costoro si stanziarono in  Calabria e chi di loro per primo si stabilì in San Marco Argentario, ma furon certamente presenti in Borrello già nei primi anni del secolo XIV dove ebbero ab antiquo cospicuo palazzo e fin dal tempo di Roberto d'Angiò furono signori del feudo Ammirato sito in territorio di Roccangitola cui dal maggio del 1512 si aggiunse il feudo di Strofolia o Donna Cecilia, e da Borrello si diffusero in Monteleone, in Tropea in Gerace, e da qui in Gioiosa - dove possedettero in territorio di Grotteria e Siderno il feudo Pirgo e Melonghi - in Candidoni, in Laureana e in Pizzo, città e cittadine tutte ove godettero gli onori della nobiltà. [...] La indiscussa antica nobiltà dei Santacroce trovò formale conferma nell'iscrizione della famiglia al Registro detto dei Feudatari disposta il 23 agosto del 1802 dal Supremo Tribunale Conservatore della Nobiltà del Regno, su richiesta di Gerolamo Santacroce di Barletta...

Arma: partito, inchiavato d'oro e d'azzurro(30)»

Per la genealogia collegarsi al sito:"La Casa Cucco Marino"
 

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Note:
1) U.j.d. significa utrioque jure doctor, dottore nell'uno e nell'altro diritto (civile e canonico).
2) nel 1747; Cart. U 481 fasc. XVII; Von Lobstein, “Settecento Calabrese”, vol II pag. 111; e Deputazione di Storia Patria per la Calabria, “La Calabria dalle riforme alla restaurazione; atti del VI Congresso storico calabrese, Catanzaro 29 ottobre - 1 novembre 1977”, vol. II pag. 250
3) La Chiesa viene descritta come “bellissima e di elegantissima forma e struttura, alta  di palmi 22, larga e ampia palmi 17 e lunga 33 con un solo altare. Nelle vicinanze non vi erano altre chiese, ed era distante 2 miglia dal luogo abitato più vicino” (ASDM, Borrello Cartella chiese e conventi, B.II.II.78).
4) Mancano i volumi pertinenti a detto Beneficio; solo fra le carte volanti di materia beneficiale, si è rinvenuto un foglio che porta in calce la seguente firma: Arciprete Domenico Cognetti Vicario Foraneo, dato dal Paese di Candidoni il 9 giugno 1767, nel quale foglio si trovano descritti i beni, e le rendite del beneficio medesimo: “[…]tiene detto beneficio una coltura di terre costerose, ed aratorie, limite i beni della Mensa Vescovile di Mileto ecc. della rendita in ogni anno tumuli quattro di grano bianco, il quale computato alla ragione di carlini dieci il tumulo importa ducati quattro, fittata a Pasquale La Manna di Tommaso di Bellantoni, nel qual territorio si ritrova sita la coltura suddetta.    La terra detta Tomarchio nelle pertinenze di Borello limite i beni di Domenico Galluccio ecc. (omissis). Altra terra detta Mallauni di salmate quattro limite i beni di don Orazio Merigliano, dell’annua rendita di tumoli sei di grano bianco; quali continenze di terre danno rendita annuale, e scomputato il grano alla ragione sopraccennata, di carlini dieci il tumulo, ducati venti, coltivate tutte, come si asserisce in detto anno 1767, a conto e carico di Don Domenico  Cuccomarino del Casale di Serrata fittuario di detto beneficio”.
5) Questo è l’elenco dei beni a lui intestati nel 1767, come si evince dal Libro dei Censi del Marchese di Arena e Duca di Soreto - Anno 1697 - 1761 Archivio Scalamogna - Arena. Vol. unico  “Reverendo Sac. don Carlo Antonio Cucco Marino - da Serrata Beni: - Terra ered. in Cappello che fu di Zaccaria Cucco e di Don Bruno Cucco lim. con la Capp. di S. Francesco di Paola e Capp. di S. Giuseppe - Castagneto ered. (c.s.) in Scarì lim. con don Francesco Charny e mastro Domenico Joghà - Terra ered. in Moschetto - Castagneto ered. in Moschetto - Casa che fu di D.co Cavallaro di Giacomo lim. con F.sco Brogna di G. Battista - Chiusa ered. per dote materna che fu del M.co Prospero Protopapa posta in Bavarozzo - Terra ered. (c.s.) in Bavarozzo lim. con la Cappella del Venerabile - Chiusa ered. (c.s.) in Bavarozzo limite c.s. e don Orazio Merigliano - Castagneto agli Alzanelli comprato da Rocco Cucco lim. con D. Leone Charny e F,sco Mazza (Patricello) - Terra in Faveri comprata dal sudd. Cucco lim. con mastro D.co Accisano, F.sco Mazzà (Patricello) e don Leone Charny - Chiusa ered. in Cappello che fu di Rocco Mazzà lim. con mastro Giacomo Cavallaro di Nicola e Capp. del Purgatorio - Casaleno lim. coi Brogna - Casa pervenuta da Domenico Marino e che fu di Stefano Martino - Castagneto in Martino comprato da Stefano e Ant. Macrì (Pallone) lim. con don F.sco Charny, D.co Sansone e Mastro D.co Joghà - Casaleno dei Martino - Olivi ered. in Sideri che furono di Elena Cucco lim. con Capp. del Rosario - Chiusa in Sideri che fu di Maria Cucco lim. con Cappella di S. Rocco di Dinami - Vigna ered. in Sideri che fu di Rocco Mazzà lim. con Rocco Cucco - Vigna con fichi in Ciandareba lim. con F.sco Cugnetta”.
6) Laureana di Borrello, matrimoni 1753 - 1796 - 24 dic 1794: matrimonio tra il Magnifico Dominus Carlo Antonio Cuccomarino " loci Serratae"  e la Magnifica Domina Francesca Protospataro " huius predictae civitatis" . F. 140.
7) «Nell'ambiente della seta erano diffuse le società per la gestione degli arrendamenti o degli appalti. Ne costituirono una l'1 luglio 1794 i Signori Carlantonio Cuccomarino e Angelo Aronne di Serrata, Luigi Cotronei di Caridà (ora San Pietro di Caridà), Francescantonio Faccioli ed il Notaio Giuseppe Giusto di Monteleone per l'appalto delle sete dello stato di Soreto (libre 1.114), del contado di Borrello (libre 1.763) e della baronia di Caridà (libre 1.280) per il quadriennio 1794-97 , con l'obbligo “di stare ogn'un di essi sì alla perdita se mai vi fosse su detti appalti, e pagare ogn'uno di essi la giusta rata, ed altresì lucrare la sua porzione in caso di lucro”. I componenti aggregarono altri cinque soci: i sig.ri Gennaro Aloe, Giuseppantonio Faccioli, Antonio Gallucci, Carlantonio Gullo e Giambattista Merigliano».  (Antonio Tripodi, “Scritti e documenti per la storia del monteleonese”, Edizioni Mapograf).
8) Augusto Placanica: “Alle origini dell'egemonia borghese in Calabria”, Società Editrice Meridionale 1979, pag. 112-113.
9) Nel contratto di matrimonio tra Carlantonio e Raimonda, stilato il 16 nov 1854, Carlantonio, minore d'età, è rappresentato dallo zio don Nicola, delegato all'ufficio dal consiglio di famiglia in data 12 settembre 1854. Il consiglio di famiglia era stato costituito:dal lato paterno:1) don Nicola Cuccomarino fu don Carlo Antonio di anni 50 proprietario domiciliato in Serrata, zio dei minore;2) don Enrico Giuliani fu don Scipione di anni 28 proprietario domiciliato in Serrata, cugino in sesto grado del predetto minore;3) don Francesco Cutelli fu Antonino di anni sessantadue farmacista domiciliato in Stillitantone, amico del ripetuto minore:dal lato materno:1) don Giuseppe Felici fu don Carlo Antonio di anni 52 proprietario domiciliato in Laureana, cugino in ottavo grado del minore;2) don Giovambattista Gullà fu don Filippo di anni quaranta proprietario domiciliato in Laureana, cugino affine in sesto grado del detto minore;3) don Domenico Franzà fu don Antonio di anni 26, proprietario domiciliato in Laureana, cugino affine in sesto grado del ripetuto minore.
Il consiglio di famiglia sottolinea che a don carlo Antonio "non conviene per suoi peculiari interessi stare nello stato celibe giacchè ha di bisogno un soccorso nella sua casa per le cure domestiche = che con molto vantaggio e con molto intendimento ha prescelto di sposare donna Raimonda Protopapa, figliuola dei coniugi don Giuseppe Antonio e donna Mariantonia De Felice di Melicoccà di Soreto, tanto per le ottime qualità morali della giovine istessa, che per le buone qualità della sua famiglia e stato finanziario, avendo promesso una convenientissima dote".La famiglia Protopapa - de Felice dota donna Raimonda di una serie di fondi valutati in 2000 ducati.
10) Padre Giovanni Fiore da Cropani, nel I volume della “Calabria illustrata”, riferisce come a Crotone “vi sono molte Famiglie Nobilissime di sangue”. Tra queste famiglie enumera i Galluccio.
11) Tale vicenda è in parte testimoniata da Giovan Battista Marzano nel suo lavoro sulla famiglia Galluccio – Protopapa, pubblicato nel 1878 sul “Giornale araldico – genealogico – diplomatico”
12)  “Sull'antichissima e nobilissima famiglia cfr. l'esauriente articolo di Mario Pellicano Castagna sulla Riv. Araldica, 1946, pagg. 83-87, 'Le prove nobiliari per l'ammissione al S.M.O. di Malta di un gentiluomo calabrese del '700', corredato di ricche note. Il mag.co Paride Tutino 'nobile di Gerace' fonda nel nov. del 1565 un giuspatronato nella cappella di S. Giov. Battista inf. nella Cattedrale di Gerace. F.sco Theotino (sic), da Gerace, fonda nel sett. 1609 un giuspatronato nella Cappella del Sangue SS.mo di Nostro Signore Gesù nelle catacombe della cattedrale di Gerace. Nell'aprile 1760 son menzionati il canonico Penitenziario D. Dom. Tutino, morto nel 1706, la sorella D. Rosa totino Monaca nel M.ro della SS.ma Annunziata, deceduta nel 1724, nonchè la cugina D. Nunzia Maria Totino, Monaca del Monastero di S. Anna e deceduta nel 1727. Nel giugno 1786 in una Bolla Vescovile è menzionato 'lo vico dell'orto de' Teotini' in Gioiosa. La famiglia aveva sepolcro gentilizio nella chiesa dei PP Reformati in Roccella, come fan fede particole del Liber Mortuorum della Matrice di Roccella relative agli anni 1786, 1792 e 1793. Inoltre, nella città di Terranova, sempre in Calabria Ultra, nel 1754 è Sindaco dei Nobili D. Antonino Theotino. [...] Arma: d'azzurro alla banda scanalata, trinciata di rosso e d'argento, caricata da una rosa dello stesso, stelata e fogliata di verde, con in capo un lambello di tre gocce di rosso (Cfr. 'Cavalieri Gerosolimitani' del Nob. P. Catanoso Genoese, cit.)".  (Von Lobstein, "Settecento calabrese" vol. I pagg. 183-184 n. 68) . I Tutino possedettero, in territorio di Castelvetere, il feudo di Caccamo o Serrolina. Cfr. Von Lobstein, vol. I, pag. 208 n. 123.
13) Vito Capialbi, “Memorie del clero di Montelione”, Napoli 1843, pag. 17. Il Capialbi cita Reg. anni 1283 lit. C pag. 230.
14) Da “LONGOBARDI IN ITALIA - STORIA DELLE CIVILTA'" (http://cronologia.leonardo.it/umanita/ cap057.htm) «Purtroppo la politica di Costantino non fu poi seguita dai suoi successori: si ristabilì quella prerogativa imperiale di sancire la nomina dei pontefici; gli esarchi ricominciarono a intromettersi nelle elezioni papali e GIUSTINIANO II,successo al padre Costantino, con lo scopo in apparenza di riordinare la disciplina ecclesiastica ma in sostanza per riaffermare “l'imperium” del sovrano sulla Chiesa, convocò nel 692, un concilio. Questo fu tenuto a Costantinopoli, in una sala del palazzo imperiale, in una sala con una cupola (“trullus”): che da questa ebbe appunto il nome di “concilio trullano”; da altri fu invece chiamato “quinisesto” perché si affermava che doveva servire a colmare le lacune del quinto e del sesto concilio. Al concilio trullano parteciparono duecentoundici vescovi, tutti orientali, che naturalmente vollero far trionfare le consuetudini della Chiesa d'Oriente in contrasto con quelle della Chiesa di Roma. Gli Atti del concilio, che dai Cattolici fu chiamato “erratico”, furono sottoscritti dall'imperatore, dai vescovi orientali e dai nunzi papali, ma il Pontefice SERGIO I, quando gli furono inviati perché li sottoscrivesse, indignato si rifiutò, provocando l'ira di Giustiniano, il quale mandò a Roma il protospatario ZACCARIA perché s'impadronisse del papa e lo conducesse a Costantinopoli, come quarant'anni prima era stato fatto all'infelice Papa Martino. Ma i tempi erano cambiati: sotto i colpi degli Arabi era scemata la potenza bizantina e quello sparuto gruppetto di truppe bizantine sparse qui e là in Italia non impressionavano, abbandonati com'erano, lasciati ad arrangiarsi da soli, come del resto a Costantinopoli avevano sempre fatto; e ci voleva poco per tirarseli dalla propria parte, bastava qualche soldo e un buon piatto di ministra calda assicurato ogni giorno. Inoltre cresciuta invece era l'autorità papale e nelle cittadinanze italiane organizzate militarmente si era sviluppato lo spirito dell'indipendenza, era penetrata la coscienza della propria forza e delle proprie risorse anche economiche. Appena si venne a sapere che il protospatario era in viaggio verso Roma per catturare il Pontefice, le milizie cittadine di Ravenna e della Pentapoli, in pieno assetto di guerra e al comando dei loro tribuni, mossero indignate verso la metropoli per impedire di fare violenza al “capo” del Cattolicesimo, che da Gregorio Magno, era anche qualcos'altro. Zaccaria giunto da poco a Roma quando fu informato dell'avvicinarsi delle milizie, ordinò prima -come se fosse lui il capo, ignorando che la realtà da un po' di tempo era ben diversa- che si chiudessero le porte, poi, accortosi che l'esercito della città assumeva verso di lui un atteggiamento ostile, invaso dalla paura, corse a rifugiarsi in Laterano e si diede a supplicare lo stesso Pontefice che non lo lasciasse in balia delle milizie. Finalmente aveva capito la realtà diversa! Le milizie intanto entravano a Roma a suon di trombe dalla porta di San Pietro e si recavano al palazzo lateranense, gridando che volevano vedere il Papa perché si era già sparsa la notizia che la notte precedente fosse stato “catturato” e condotto sopra una nave che doveva portarlo a Costantinopoli. Era una voce, ma le milizie la presero per vera, e tumultuando e minacciando di abbattere le porte, papa SERGIO I le fece aprire e si mostrò alla folla dalla basilica di S. Teodoro, sforzandosi di calmare gli animi eccitati; ma le milizie non vollero allontanarsi, sebbene assicurate, fino a quando il protospatario con una grande fifa addosso di finire linciato, non uscì da Roma sano e salvo anche se fra le ingiurie della popolazione. Questi fatti avvenivano tra il 692 e il 694. Quella giornata - scrive il Bertolini - fu una delle più memorabili nella storia dei papi. Ben si può dire, che da quella data fu l'inizio dell'indipendenza di Roma da Costantinopoli. Mentre l'impero nella fuga da Roma di uno dei suoi più alti dignitari tradiva la sua impotenza, il Papato vedeva ingigantire la sua opera spirituale e con la sua ormai potente oltre che capillare organizzazione, perfezionare e portare a termine anche quell'accentramento temporale compiuto sull'intera penisola italiana con la cooperazione dei suoi vescovi e monaci, ormai presenti in ogni remoto angolo del paese. Questo lavoro aveva fatto tacere per sempre l'antagonismo fra Ravenna e Roma e sorgere al posto di quello uno spirito di solidarietà, che dalle cose spirituali si estenderà spontaneamente in parallelo alle temporali. L'offesa recata al protospatario Zaccaria non sarebbe rimasta impunita se una rivolta militare, provocata dal malgoverno dell'imperatore e capeggiata dallo stratega LEONZIO, non avesse abbattuto GIUSTINIANO II che nel 695 ebbe mozzi il naso e le orecchie e fu esiliato in Crimea.”
15) Giovanni Fiore da Cropani, “Della Calabria illustrata”, ristampa fotomeccanica dell'edizione “In Napoli per li Socii Dom. Ant. Parrino, e Michele Luigi Mutii, M.DC.XCI”, vol I pag. 228; Arnado Forni Editore
16) P. Fiore da Cropani, "Della Calabria illustrata”, vol III pag. 69
17) Dip. Som. fasc. 196, f.li 1, 2 (1485 - 1486) ASN
18) ANC. 117, 1626, 128
19) ANC. 108, 1631, 147
20) "La badia regia di Santa Maria de Prothospatariis nella Pescheria" (http://www.laprovinciakr.it/ Viaggiando/Crotone/chieseconventi/prothospatariis.htm) "Situata in vicinanza del quartiere "Piscaria" la chiesa fu originariamente un semplice beneficio e fu così detta dal nome del fondatore della famiglia dei Prothospatari che la costruì o la ricostruì e la dotò[...]"
21) P. Fiore da Cropani, "Della Calabria illustrata, vol III pagg. 269 e 406). Cfr. anche Von Lobstein, "Settecento Calabrese" vol II pagg. 173-174
22) cfr. "Rocca di Neto tra il Cinque ed il Seicento": www.laprovinciakr.it/Viaggiando/ Provincia/roccadineto .htm
23) cfr. Von Lobstein, “Settecento Calabrese” voll. I e III, ad vocem Protospataro
24) Della famiglia Schipani è noto che “... il primo della famiglia che si pose a stare nella città di Monteleone fu Giovan Tomaso, subito ascritto al sedile dei Nobili... La famiglia si tramutò in Napoli e in Taverna, ove pure fu ammessa agli onori del patriziato, e ricorda tra gli uomini che le dettero lustro Orazio Schipani, vescovo di Belcastro, Mario Schipani, insigne filosofo e medico, e Domenico Schipani, 'turmae peditum Major statum et Neapoli Locumtenens Tribuni Militum Generalis', che morì nel 1692. Il Lumanga... annovera gli Scipani tra le nobili famiglie di Monteleone e Nicastro. ...La famiglia godette di nobiltà anche in Catanzaro, in Roccella, in Squillace e in Stilo... Arma: d'azzurro, al destrocherio di carnagione tenente una spiga di frumento d'oro" . (Von Lobstein, “Settecento Calabrese” vol III pag. 411-412).La famiglia ebbe la Regia Familiarità nel 1495 (oltre altro privilegio di Papa Facchinetti) (Von Lobstein, “Settecento Calabrese” vol II pag. 488)
25) La famiglia Argirò apparteneva alla più antica ed illustre nobiltà bizantina. Fedele Fonte, nel suo libro su Laureana di Borrello (Frama Sud editrice, 1983), spiega come «[…] nel tardo 900… vennero creati, anzi divulgati, i “temi”, il cui capo era lo “stratega”, che veniva nominato direttamente dall'imperatore; esso era un militare che riuniva anche i poteri civili, nel sec. X lo stratega di Calabria era l'eunuco Eustachio. Esso, per la sua particolare importanza, era fornito di truppe speciali, i cui ufficiali in premio del servizio militare ricevevano estensioni di terre nelle quali, poi, si installavano con le proprie famiglie approfondendo così le radici del bizantinismo oltre l'impero. Così venne a stanziarsi da noi l'illustre famiglia Argirò, di origine greca». (“Laureana di Borrello”, pagg 64-65). «Questa famiglia “hlhusa” traeva origine dal Charsianon ad oriente della Cappadocia, dove il suo più antico rappresentante, Leone, aveva combattuto per l'impero contro “les Pauliciens” e contro gli Arabi a metà del secolo IX. Due suoi figli sono stati guardie dell'imperatore, un terzo, Romano, combatté nell'agosto 917 contro Leone Phocas nella battaglia di Achéloos. Romano Argirò sposò tre anni più tardi la sorella dell'imperatore. Nel Charsianon la famiglia Argirò teneva grandi possedimenti. Un figlio di Leone, Mariano, dopo un'esistenza movimentata, viene nominato da Costantino VII (a. 944), per qualche anno, stratega di Calabria.  Alcuni documenti provano che i discendenti della famiglia Argirò tenevano nell'Italia meridionale dei vasti possedimenti fino alla fine del secolo XI.» (“Laureana di Borrello”, pag. 82 n. 37).
26) I Contestabile furono aggregati alla nobiltà di Cosenza (cfr. Giovanni Fiore da Cropani, “Della Calabria illustrata”, ristampa fotomeccanica dell'edizione “In Napoli per li Socii Dom. Ant. Parrino, e Michele Luigi Mutii, M.DC.XCI”, Arnado Forni Editore; vol I pag. 112). Un Marc'Antonio Contestabile fu Vescovo di Bova; Pietro Contestabile da Cosenza fu consigliere togato sotto l'imperatore Carlo V; e Ruggiero Contestabile da Stilo ebbe l’alto onore della familiarità reale con re Roberto (cfr. P. Fiore da Cropani, “Della Calabria Illustrata”, Rubettino 2001; vol III pagg. 73 - 103 - 105). La famiglia viene indicata sempre da P. Fiore da Cropani nell'elenco delle famiglie feudatarie con vassallaggio (ibid. pag. 269) ed in quello delle famiglie con abiti di Malta (ibid. pag. 267). I Contestabile furono inoltre patrizi di Stilo e di Gerace (Von Lobstein, “Settecento Calabrese” vol. I pagg. 136 - 137); in quest'ultima piazza tennero il suffeudo di Modi (ibid. pag. 208 n. 123)  «Capostipite ne sarebbe stato uno Joele, creato “Contestabile” del Regno da Ruggiero il Normanno. A Stilo, dove la famiglia è stabilita ab antiquo, pervenne da Barletta. Re Roberto d'Angiò concesse al nobile milite Marco Contestabile, barone di Settingiano, la castellania di Stilo. Ruggero Contestabile, barone di Settingiano, Cotronei e Flomaria, fu familiare del medesimo Re Roberto fin dal maggio 1336. Re Roberto concesse a Pietro Contestabile la Prefettura dell'Annona di Stilo mentre da Re Ferrante d'Aragona con diploma 1° maggio 1490 (in Archivio di stato a Catanzaro) alla famiglia Comestabulo (sic) veniva confermato il feudo di Pixuni nelle pertinenze di Crotone. Nel settembre 1616 “l'Ill.mo Signor Don Scipione Contestabile della città di Gerace” istituisce una chiesa fuori le mura di quella città, da intitolare a S. Domenico. Marco Antonio Contestabile da Stilo, dal 1669 vescovo di Bova, morì nel 1699. Arma: inquartato nel primo d'azzurro ai 12 monti (?) d'oro disposti 4,4,3; nel secondo d'argento alle tre teste di moro ordinate due, uno, bendate d'argento; nel 3° alle tre sbarre di rosso sormontate nel cantone destro dalla croce patente di rosso; nel 4° troncato al 1° d'oro all'aquila bicipite nera armata e lampassata di rosso coronata d'oro; al 2° fusato in banda di oro e di nero» (Von Lobstein, ibid. pag 155 n. 16). Sempre Von Lobstein (“Settecento Calabrese”, vol. II pag. 320), aggiunge le seguenti notizie: «Antica, cospicua e illustre per nobiltà, la famiglia Contestabile stanziò, oltre che in Monteleone, in Gerace, in Stilo e in Terranova... Il Pachicelli nell'o.c. menziona, tra le nobili di Monteleone, la famiglia “Contestabile di Alfonso”. G. Bisogni de Gatti, nell'opera anch'essa citata, così ne piange la scomparsa nel sonetto Sopra alcune Nobili Casate di Monteleone di già estinte: “Romani e Contestabili... / Co i Pizzimenti dissero: Ecco io muoro...” Di loro aveva affermato che eran detti anche Conestabuli e che erano originari di Cosenza ove nomavansi Ciacci ma che a Monteleone erano venuti da Gerace o da Stilo in persona appunto di un Alfonso.  Il Lumaga concorda nel dir la famiglia estinta in Monteleone. Dobbiamo far credito a G.B. Marzano che in “Una Pagina...” cit. asserisce che i Contestabile furon tra le famiglie emigrate dopo i tragici fatti che portarono allo stabilirsi della signoria dei Pignatelli?»
27) F. Fonte, "Laureana di Borrello", Frama Sud pag 120 n. 24
28) F. Fonte, “Laureana di Borrello”, Frama Sud pag 144
29) F. Fonte, "Laureana di Borrello", Frama Sud 158 n. 4
30) Von Lobstein, “Settecento Calabrese” vol III pagg. 407-408


Casato inserito nel 2° Volume di "LA STORIA DIETRO GLI SCUDI"

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