Ovvero delle Famiglie Nobili e titolate del Napolitano, ascritte ai Sedili di Napoli, al Libro d'Oro Napolitano, appartenenti alle Piazze delle città del Napolitano dichiarate chiuse, all'Elenco Regionale Napolitano o che abbiano avuto un ruolo nelle vicende del Sud Italia. 

Famiglia de Monaco

A cura di Raffaele Palmieri e Paolo Modica de Mohac

Arma: d'oro, al grifone di rosso, col capo d'oro a quattro pali di rosso.


Stemma famiglia de Monaco

La nobiltà generosa dei “de Monaco” viene accertata nel 1856 in occasione dell’ammissione di Palmerindo nella Compagnia delle Reali guardie del corpo a cavallo di Sua Maestà Francesco II, Re delle due Sicilie. Le prove presentate dall’aspirante ed i relativi verbali della specifica Commissione erano riportati a pag. 280 del vol. X ed alle pag. 87 e 246 del vol. XI del Libro degli atti della Commissione, libri che, come l’intera documentazione di quel periodo storico, trasferita a San Paolo Belsito, dalla Sovrintendenza archivistica di Napoli con l’intento di preservarla da eventuali eventi bellici, sono stati dati alle fiamme dai tedeschi in ritirata nel settembre 1943. Purtroppo anche la documentazione di famiglia, custodita nel palazzo avito di Cassino, raso al suolo dalle fortezze volanti alleate, ha subito la stessa sorte. Queste nefaste circostanze hanno impedito di ricostruire la completa storia araldico-nobiliare della famiglia. Il nostro compito è stato quello di cercare di risalire indirettamente alla conoscenza di quelle prove che attestano lo status nobiliare riconosciuto a Palmerindo.
Le prime notizie sulla famiglia de Monaco, se pur molto vaghe, risalgono alla seconda metà del ‘700 e si riferiscono a Palmerino, figlio di Giovanni, vissuto in quegli anni a San Germano (1745
1823), l’attuale Cassino.
Della sua vita veniva ricordato molto poco; si tramandava che vivesse agiatamente
“more nobilium” e che avesse avuto numerosa prole, della moglie non si conosce, tutt’ora, il nome, tanto meno il casato così come si ignora il luogo dove sarebbero state riposte le sue spoglie. Non si è mai saputo, infatti, se la famiglia avesse avuto o meno un patronato gentilizio su qualche Cappella con eventuale diritto di sepoltura.
L’unico antico documento in possesso della famiglia è una planimetria del
territorio (comprensivo di mulini e valcheria) posseduto da Gennaro de Monaco. Il suo stato di latifondista è indiscutibile. Certamente ben maggiori dovevano essere i possedimenti di Palmerino; si tramandava che confinavano con quelli amministrati dall’Abbazia e si estendevano su un territorio che spaziava dal fiume Liri al Gari verso Sant’Angelo in Theodice; da Villa Santa Lucia alla frazione del Pisciariello.


Antica planimetria dei “mulini e valcherie” di Don Gennaro di Monaco
(Archivio casa Palmieri)

Il fatto che in famiglia poco o nulla si sapesse del lontano passato non deve meravigliare. In presenza di un esclusivo potere esercitato dall’Abate di Montecassino sul territorio, la struttura delle grandi proprietà rurali era fondata sulle masserie e non sul feudo la cui stessa esistenza avrebbe probabilmente potuto offrire una precipua storia. L’unica cosa che si può dire è che la famiglia de Monaco non ha origini francesi o monegasche bensì locali risalenti ai primi anni del Medioevo quando si appellavano in questo modo coloro che abitavano nelle vicinanze di un monastero.
Nel 1806, quando i francesi occupano il Regno di Napoli e sopprimono gli ordini religiosi confiscandone i beni, anche quelli dell’Abbazia di Montecassino vengono messi all’asta; ad acquistarli sarà Palmerino Monaco per la cifra di 70.000 ducati che, a restaurazione avvenuta, li restituirà al Monastero senza pretendere alcun rimborso
(1).
Non si conosceva lo specifico fatto ma ben noti
erano i rapporti intercorsi nei secoli tra i de Monaco e l’Abbazia, rapporti che, se pur formali ed esclusivamente di devoto rispetto verso l’Abate pro tempore, sono stati mantenuti fino agli anni 50 del XX secolo.
A sottoscrivere l’atto d’acquisto, il 2 febbraio del 1809, nella sede dell’Intendenza di finanza di Napoli, dinanzi al notaio Emmanuele Caputo, sarà il secondogenito di Palmerino, Giuseppe Monaco, il primo di cui si avevano notizie certe, residente a Napoli e
“qualificatosi dottore”, che sottoscrive, in nome e per conto del padre, l'atto di acquisto.
Alla morte di Palmerino (1823), sarà questi,
utrusque juris doctor, a cercare un accordo tra i membri della famiglia per la divisione dell’asse ereditario. La cosa non dovette essere stata di facile attuazione e dovette causare non pochi malcontenti se si tramanda che lo stesso, da anni trasferitosi a Napoli, una volta portato a termine il compito, giurò di non tornare più nei luoghi natii.
Del primogenito Benedetto e dei suoi eredi poco o nulla si sa. Egli, nato nel 1773, fu sindaco nel biennio 1814/1815 e nel quinquennio 1826 /1831. Il figlio di Benedetto, Domenico, nato nel 1807, fu sindaco di Pignataro dal 1847 al 21 gennaio 1852, giorno della sua morte. Giuseppe di Monaco, probabilmente figlio di Benedetto, fu tra i consiglieri provinciali eletti a Cassino nel periodo 1861 – 1925
(2).  Di più non si sa.
Se non si ebbero più rapporti con i consanguinei, furono certamente mantenuti, invece, stretti rapporti con il territorio e non solo per motivi di interesse. Ciò si può dedurre dal fatto che dopo due generazioni una de Monaco (Filomena) sposa Pietro Cacchione di Sant’Elia Fiumerapido, proprietario ed imprenditore tessile; Consigliere Comunale del comune di Sant’Elia, parteciperà alla seduta del 1° agosto 1862, nella quale, in adesione alla disposizione governativa, si deliberò di modificare il nome in
“Sant’Elia fiumerapido”.
Una generazione successiva, un’altra de Monaco, Angelina, sposerà l’avvocato Aurelio Jucci, appartenente ad una antica famiglia di Cassino.

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Giuseppe Monaco (de) sposa Anna Rossi (de), e va ad abitare nel Palazzo del Principe d’Avellino in Largo proprio Avellino nella zona del Decumano (tra via dei Gerolomini e via Duomo) eleggendolo a dimora della propria famiglia. Qui nasceranno poi tutti i suoi discendenti (gli ultimi saranno i figli di Palmerindo jr.).
Il Palazzo, una volta tra i più lussuosi della città, dopo anni di totale degrado, è stato attualmente sottoposto a complessi interventi di restauro da parte della Fondazione
“Morra Greco” per essere destinato ad attività espositiva museale.
Benedetto Croce in
“Napoli nobilissima” (così come il Celano ed altri) riferisce che era stato edificato alla fine del XIV secolo da Giacomo De Santis per volontà di Jacopo Gambacorta per le sue figlie Lucrezia, andata in sposa a Giovanni de Rossi (che ebbe numerosa prole tra cui Porzia madre di Torquato Tasso) e Beatrice andata in sposa a Giambattista Caracciolo, capostipite della famiglia Caracciolo d’Avellino.

© Foto proprietà www.nobili-napoletani.it
Lapide presente nell’androne del palazzo Caracciolo-Rossi

Anna Rossi discende dai Rossi di Parma, potentissima famiglia di antica nobiltà longobarda che scrisse la storia del settentrione d’Italia (Girolamo Baldinotti di San Secondo (Parma), arditi condottieri e capitani d’arme, combatterono tutte le guerre della loro epoca. Ebbero importanti parentele con le primarie famiglie nobili e, nella Chiesa, alti prelati. Uno di essi, Giacomo o Iacopo, fu Podestà di Pistoia nel 1284.
A causa di avvenimenti politici avversi, come si apprende dall’opera
“Biografia Pistoiese” di Vittorio Capponi (1878) e da altri scritti, i Rossi furono costretti a lasciare Pistoia: un ramo emigrò a Firenze nel 1431, un altro a Napoli ed un terzo a Cosenza. Il ramo napoletano, non secondario a quello di Parma, rimase potente e nobilissimo.
Dai Rossi di Firenze, discende il Cardinale Luigi de Rossi, figlio di Lionetto e Maria di Piero dei Medici, sorella di Lorenzo il Magnifico. Luigi de Rossi era, quindi, cugino di Papa Leone X (nato Giovanni de' Medici) figlio di Lorenzo e di Clarice Orsini, e del Cardinale Giulio de' Medici (Papa Clemente VII), figlio di Giuliano dei Medici, ucciso nella congiura dei Pazzi, fratello di Lorenzo il Magnifico.
Dal ramo napoletano discende Porzia de Rossi, madre di Torquato Tasso.
“Quasi nel tempo medesimo, fuggendo le discordie della patria, un altro ramo prendeva domicilio in Napoli, dove possedè ricche baronie. Di questo ramo un Giovanni De Rossi fu onorato della Vicaria di Napoli, che tenne con onore per molti anni; e dìsposatosi a Lucrezia della nobile famiglia pisana dei Gambacorti, n'ebbe da lei quella Porzia, che unitasi poi a Bernardo Tasso, fu madre del gran Torquato” (3).
Il fratello di Porzia, Fabio, acquistò la baronia di S. Vincenzo in provincia di Cosenza dando origine al ramo calabrese
(4).

© autorizzazione del 18/11/2009 del Direttore Giulio Orazi Bravi
Porzia de Rossi, madre di Torquato Tasso

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Nel 1804 da Giuseppe de Monaco ed Anna Rossi (de) nasce Gennaro che inizia gli studi di diritto molto tardi e si laurea il 27 novembre 1848 a 44 anni quando già erano nati i figli Palmerindo (1837) e Giuseppe (1841).
Gennaro sposa Angelica Buccino Grimaldi di nobile ed antica famiglia.
Se si hanno poche notizie sulla famiglia de Monaco, moltissime sono quelle sulla famiglia di Angelica Buccino.
Per non andare troppo indietro nei tempi, possiamo partire da Alessandro Buccino che, non avendo figli, istituisce un maggiorasco a favore dei discendenti del fratello Pietro Antonio.
“…Questi, nato il 27 settembre 1680, fu famoso avvocato e dal suo matrimonio con Isabella Preziosi ebbe sei figli maschi dei quali Biagio fu sacerdote e dottore in utroque, Giuseppe, parimenti dottore, fu abate di San Michele, Marco fu sacerdote e Michele gesuita; Flaviano sposò una figlia del famoso avvocato Luca Sergente e Prospero, primogenito nato nel 1713, che ereditò la casa e successe pure nel vistoso maggioritario fondato dallo zio. Datosi all’avvocatura nella quale eccelse, accumulò anche egli grandi ricchezze (possedeva vari palazzi in Napoli fra cui uno sontuosissimo tutto contornato da giardini alla montagna sopra Foria e case di villeggiatura a Mercogliano e Pollena)”.
Prospero Buccino sposa Orsola di Palma, figlia di Domenico Antonio e Camilla Tiberi, nobile di Arezzo, che porta nella famiglia Buccino anche il patronato gentilizio (ereditato dalla famiglia Caracciolo Gaetani) della Cappella di S. Giovanni Battista in S. Gregorio Armeno.


Napoli, Chiesa di San Gregorio Armeno

Dei figli di Prospero Buccino e di Orsola di Palma sopravvissero due maschi e tre femmine. Di queste ultime, sappiamo che una sposa il marchese Confalone ed un’altra il marchese di Spezzano di casa Muscettola. Biagio, il secondogenito, nato il 24 febbraio 1767 e morto il 26 novembre 1846, sposa nel 1793 Diana Angelica Grimaldi ed il primogenito Pietro Antonio, nato nel 1747, sposa Porzia Grimaldi, sorella della precedente, figlia primogenita del marchese Francesco Antonio Grimaldi di Seminara dei Principi di Monaco e di Aurora Barnaba.
Della famiglia Grimaldi, ricorderemo che
“…Francesco Antonio Grimaldi di Seminara dei principi di Monaco (nato nel 1741 e morto nel 1784), patrizio genovese, direttore del Ministero di Guerra e Marina, creato marchese da Re Ferdinando IV fu uno degli uomini più illustri dell’epoca. Pittore, musicista, avvocato, storico, filosofo, inventore; ad una grande bontà di cuore accoppiava tutte le qualità dell’enciclopedico come stanno a provare le opere di vario argomento da lui pubblicate a cominciare da quel trattato “de successionibus” agli “Annali del Regno di Napoli” di cui videro la luce solo 10 volumi a causa della prematura scomparsa che lo colse a soli 42 anni, morte forse causata dal dolore per la perdita della madre e di altre cinque persone di famiglia (decedute per il terremoto che interessò gran parte della Calabria) e subito dopo della moglie Aurora Barnaba figlia del conte Pietro Barnaba...”(Araldica – maggio 1950 pag. 138 “I titoli nobiliari calabresi” di Carmelo Arnone) “…I Barnaba erano antichissimi del Regno di Napoli ed avevano la loro Cappella nel Duomo di Napoli dove sono sepolti Covello, che fu Presidente della Regia Camera, ed il fratello Lucio, comandante di cavalleria, e Sebastiano che fu regio consigliere e Giovanni Camillo che anch’egli esercitò altissimi uffici. Da questi discesero Sebastiano che fu Vescovo di Potenza, Vespasiano, dottore in legge, e Fabrizio che fu ascritto alla nobiltà di Pisa e fu Cavaliere equestre di S. Stefano. Questi tre fratelli nel 1580 si rivolsero al re per aver riconosciuto la loro nobiltà. Con sentenza del Sovrano Regio Consiglio del 14 luglio 1581 furono dichiarati nobili col diritto di godere di tutti gli onori, dignità e privilegio di cui godevano tutti gli altri nobili fuori seggio...”.
In assenza di figli maschi, dopo la morte di Pietro Barnaba, il titolo di marchese passa alla figlia primogenita di Francesco Antonio Grimaldi e di Aurora Barnaba, Porzia, e, quindi, alla famiglia Buccino nella quale, poco dopo, per l’estinzione della famiglia Barnaba, passano anche gli altri titoli della famiglia.
Pietro Antonio Buccino e Porzia Grimaldi avranno 14 figli molti dei quali muoiono in tenera età. Dei figli maschi solo il primogenito Giuseppe Maria, nato nel 1794, avrà figli. Delle femmine, Maria Luisa sposa in prime nozze Domenico Capecelatro dei duchi di Morcone ed in seconde nozze il marchese Achille Paternò, Aurora sposa Nicola Bevere,
Angelica sposa il nobile Gennaro de Monaco e Carolina, già vedova di Luigi Pinto, sposa il marchese degli Uberti.

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Gennaro de Monaco ed Angelica Buccino Grimaldi avranno quattro figli. Delle femmine, Filomena, sposa Pietro Cacchione di Sant’Elia Fiumerapido; rimasta presto vedova e senza figli, raggiungerà il fratello Giuseppe a Napoli; Giulia, sposa de Peruta ed avrà due figlie, Bianca e Maria che sposano rispettivamente Giuseppe Gigli e Ragucci.


Don Gennaro de Monaco
(Figlio di don Giuseppe de Monaco e di donna Anna Rossi di San Secondo)
(Quadreria Quadreria di casa Modica de Mohac)

Dei figli maschi, il secondogenito Giuseppe, nato nel 1841, sposa Letizia Cavalcanti (1842 † 1871) dei Marchesi di Verbicaro figlia di Alessandro ed Elisa Berger (una cui nipote Antonia, figlia di Federico Persico e di Barbara Cavalcanti sposerà lo statista Francesco Saverio Nitti), avrà due figli che moriranno in tenerissima età contagiati dalla madre deceduta per una infezione, forse puerperale. Fu insigne avvocato del Foro napoletano. Da agricoltore lungimirante, modernizzò le aziende agricole possedute nel cassinate (Cassino e Pignataro Interamna) e nel napoletano (Marano, Madonna dell’Arco, Sant’Anastasia) ricevendo riconoscimenti e premi. Uomo integerrimo e molto religioso, dopo la morte della moglie e dei figli, si prese cura dei nipoti che ricambieranno l’affetto ricordandolo ed esaltandone la personalità. Giuseppe de Monaco morirà a Napoli il 21 aprile 1921.


Donna Letizia Cavalcanti dei marchesi di Verbicaro moglie di don Giuseppe de Monaco
(Quadreria di casa Modica de Mohac)

Il primogenito Palmerindo, nato il 23 giugno 1837, è ammesso nel 1857 nella Compagnia delle Reali Guardie del Corpo; sposa Natalia dei marchesi Anselmi da cui avrà numerosa prole e morirà ad Alessandria d’Egitto il 7 settembre 1897.


Don Palmerindo de Monaco
(Figlio di don Gennaro e di donna Angelica Buccino Grimaldi)
(Quadreria casa Palmieri)

La sua, sarà una vita intensa ma sfortunata. Nominato Alfiere l’11 luglio 1859 della Reale Guardia del Corpo, sarà fra i 17 alfieri che seguiranno il Re a Gaeta durante il lungo assedio (12 settembre 1860 – 15 febbraio 1861) (5). Raggiungerà, quindi, Roma dove continuerà a prestare servizio presso il Sovrano ancora per alcuni anni. A Roma, si unirà a quel folto gruppo gravitante intorno alla Corte formato da gran parte della nobiltà legittimista partenopea, da ecclesiastici, da avventurieri e da militari “sbraitanti e spavaldi”, come li identifica sprezzantemente lo storico De Cesare, tutti impegnati in piani strategici più o meno fantasiosi nell’illusione di riconquistare il Regno.
Rientrato a Napoli, cerca di reinserirsi in un contesto sociale non certo benevolo verso chi aveva dimostrato fedeltà alla deposta Dinastia. Da banchiere opera all’ombra dei Rothschild nei territori dei suoi avi, scelta questa quanto mai avventata che condizionerà tutta la sua vita; a seguito di operazioni non andate a buon fine a cui si aggiunse la fiducia mal riposta in alcuni collaboratori, si troverà coinvolto in un crac finanziario da cui non si risolleverà più. Per tenere fede agli impegni assunti e per salvare l’onore della casata, cercò di ripianare le perdite con interventi drastici i cui effetti si ripercuoteranno sull’intera famiglia: del notevole patrimonio non solo immobiliare, infatti, nulla resterà nella disponibilità dei figli. Fortunatamente gran parte dello stesso patrimonio sarà riacquistato dal fratello Giuseppe.
Nel 1877 viene nominato Console Generale del Cile. La concessione formale dell’Exequatur da parte del Sovrano viene pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale del Regno di Italia n. 283 del 4 dicembre 1877). Rappresentare la Repubblica cilena non era, certamente, di poco conto; Palmerindo doveva essere in quegli anni all’apice dell’attività professionale e dobbiamo ritenere che intrattenesse anche rapporti di notevole rilevanza con personaggi dei paesi dell’area dell’America centromeridionale e non solo. A quei tempi Napoli era, infatti, una delle città europee più attive in campo culturale, commerciale e finanziario; il porto movimentava un notevole flusso di uomini e merci verso il nuovo mondo. (Il Prof. Luigi De Rosa nello studio
“Emigranti, capitali e banche” fa risalire proprio a quegli anni l’inizio dell’emigrazione italiana verso quei paesi).
I figli maschi non lasceranno eredi ed orgogliosamente le sorelle aggiunsero sempre il loro cognome a quello dei mariti.
Dei maschi, Gennaro, Avvocato dello Stato e Primo dirigente del Ministero della Giustizia, fu colto conferenziere ed autore di racconti e poesie. Morirà scapolo a Napoli il 28 aprile 1924.
Domenico, ingegnere, lavorerà in Italia ed all’estero. Sposa Irene Siradinò, cittadina turca nata a Smirne. Agli inizi del XX secolo è in Sud America dove collaborerà anche alla progettazione della prima metropolitana dell’America centromeridionale, quella di Buenos Aires che, sarà inaugurata nel 1913, ed alla esecuzione di opere connesse alla apertura del Canale di Panama. Al rientro in Italia, eleggerà domicilio a Roma dove lavorerà molto anche nella progettazione di una linea metropolitana che non vedrà realizzata e rientrerà a Napoli nel 1927 (quando gli fu diagnosticato un tumore) dove morirà il 13 gennaio 1929. Sulla presenza in America centromeridionale e sull’attività professionale svolta potremmo ritenere che abbia potuto influire direttamente o indirettamente i rapporti a suo tempo intrattenuti dal padre.
Delle figlie, Maria Sofia (così battezzata in omaggio a quella Regina di Napoli che il padre aveva servito con devozione e lealtà) nata il 26 aprile 1870 e morta il 30 gennaio 1945, sposa il Cavaliere avvocato Luigi Giannattasio, nobile famiglia solofrana, (5-10-1862
17/01/1930) dirigente dell’Ufficio legale e Segretario Generale del Comune di Napoli. Dal matrimonio nasce il 17 dicembre 1913 la figlia Anna che sposa il 3 gennaio 1934 l’ingegnere Giuseppe Alberto Palmieri (ramo dei Palmieri di Monopoli) figlio del dott. Raffaele, Direttore di sanità del 7° Corpo d’Armata e di Pasqualina Massara Suriani.
Angelina sposa l’avvocato Aurelio Jucci di Cassino ma non avrà figli. Muore in Napoli il 22 novembre 1956.
Emilia, nata il 7/11/1874, sposa il dott. Michele Landolfi di nobile famiglia solofrana magistrato. Muore a Palermo il 12 maggio 1958. Dei figli, Teresa sposa Francesco De Blasi, Funzionario del Banco di Sicilia; Maria sposa Marco Modica de Mohac, Professore universitario; Filomena, rimarrà nubile; Livia sposa il dott. Francesco Coppola, Dirigente del Banco di Sicilia.
Natalia, nata nel 1878, sposa l’ing. Carlo Forte e muore in Napoli il 30 dicembre 1962. Dei due figli maschi, Oreste muore in giovane età in un incidente automobilistico avvenuto sulla provinciale Cassino – Formia nei pressi dalla
“Marchesella”, antica azienda agricola dei de Monaco in tenimento di Pignataro Interamna; Nicola, ingegnere, sposa Maria Rosaria Stile. Delle tre figlie, Anna sposa il dott. Giuseppe Santucci, Ufficiale medico che raggiungerà poi il grado di generale, Assunta sposa il dott. Francesco Iervolino, Dirigente del Credito Agrario del Banco di Napoli, e Maria Antonietta sposa Giuseppe Massarotti, ufficiale dell’esercito che raggiungerà anch’egli il grado di generale.

Con la loro morte si estingue questo ramo della famiglia de Monaco. Il loro sangue continuerà a scorrere nelle vene dei numerosi discendenti.

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Note:
(1) -
Luigi Serra “La vendita all’asta dei mulini di Cassino confiscati all’abbazia di Montecassino” anno 2012 n. 2 della rivista “Studi Cassinati, bollettino trimestrale di studi storici del Lazio Meridionale”.
(2) - Cfr.
“I luoghi del potere provinciale nell’alta terra di lavoro tra Repubblica napoletana, regime borbonico e Unità d’Italia” del prof. Gaetano De Angelis.
(3) -
“Biografia Pistoiese” di Vittorio Capponi (1878).
(4) - Cfr.
“Notizie storiche di Montalto di Calabria” di Carlo Nardi; “Collana di studi araldici - Famiglie Nobili e titolate del Napolitano, ascritte ai Sedili di Napoli, al Libro d'Oro Napolitano, appartenenti alle Piazze delle città del Napolitano dichiarate chiuse, all'Elenco Regionale Napolitano o che abbiano avuto un ruolo nelle vicende del Sud Italia”.
(5) - Cfr. pag. 15 del
“Ruolo dei Generali ed Uffizziali Attivi e Sedentari del Reale Esercito e dell’Armata di mare di Sua Maestà il Re” - Reale Tipografia Militare 1860. In questo volume i nomi degli ufficiali che seguirono il Sovrano sono indicati in verde.


Continua sul sesto volume in preparazione di "LA STORIA DIETRO GLI SCUDI"

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