Ovvero delle Famiglie Nobili e titolate del Napolitano, ascritte ai Sedili di Napoli, al Libro d'Oro Napolitano, appartenenti alle Piazze delle città del Napolitano dichiarate chiuse, all'Elenco Regionale Napolitano o che abbiano avuto un ruolo nelle vicende del Sud Italia.   


a cura del dr. Giuseppe Villani

Armi:
la più antica: fasciato ondato di argento e di azzurro;
poi: fasciato ondato di argento e di azzurro, a sei tronchi di alberi di verde caricati nelle prime.
Ramo napoletano:
bandato ondato di argento e di azzurro.

© Immagine proprietà www.nobili-napoletani.it
© Arma della Famiglia Castaldo di Napoli - Extra Sedile
 

La famiglia Castaldo è, secondo alcuni autori, originaria della città di Cava de’ Tirreni; secondo altri, era originaria di Ravello, ramificatasi poi in Tramonti, Nocera de’ Pagani, Cava de’ Tirreni e Castellammare. Città dove essa godette di nobiltà.

Il canonico Gennaro Senatore (1831 – 1910) ha avanzato l’ipotesi che fosse discesa da un nobile casato longobardo, supportato sia dal significato del cognome stesso (il gastaldo o castaldo in epoca longobarda rappresentava un funzionario della corte regia delegato ad operare in ambito civile, militare e giudiziario), sia perché la famiglia seguiva il diritto longobardo per la proprietà dei beni fra i secoli XI e XV.

Lo stesso storico nocerino Michele de Santi si sofferma ampiamente sull’origine della famiglia e anch’egli appoggia la tesi dell’origine longobarda del casato e in particolare pone come stipite del casato Dauferio Balbo, I° conte di Nocera, IX sec. d. C. I primi documenti nei quali compare il cognome Castaldo risalgono alla fine del 900 e i primi anni dell’anno mille. Si ricorda Senda che sposa Mansone Castaldo nel 963, Pietro Castaldo vivo intorno all’anno 940 e Guafiero Castaldo che compare in documenti redatti intorno all’anno 1000. Dal 1100 al 1200 i Castaldo con il titolo di domini e militi erano già presenti nel territorio nocerino, cavese e della costa amalfitana. Cosi in Lettere si ha notizia di Giovanni, figlio di Orso Castaldo del D. Grisone Castaldo, e di Giovanni, prete, filius D.ni Stephani Castaldi de Ravello in un atto del 1193; ed in Ravello si ricordano Leone figlio di Fusco Castaldo nel 1168, Riccardo figlio di Stefano nel 1188 ed Orso figlio di Leone verso il 1200.


Stemma del casato Castaldo, tratto dal
Libro d’Oro del Patriziato di Ravello

Per quanto riguarda il territorio nocerino troviamo nel 1053 un Petrus Castaldus, filius quondam Johannis Castaldi, qui dictus est Gagliardu; nel 1052 hanno concessione da Teodora, principessa di Salerno, di un terreno sito in Roccapiemonte; un altro Giovanni Castaldeus, qui dicitur Gaglairdu de ipso loco apud montem, ed un suo figlio chiamato anch’egli Giovanni, e nel 1099 interviene quale testimone in una scrittura il milite Costantino, figlio di Giovanni del q.m Giovanni Castaldeo; un Rocco, stratigoto, figlio del clerico Alferio e Giovanna Castaldo, il signore Giordano del quondam Giuliano Castaldo con beni di pertinenza nel territorio denominato Fioccano. In Cava nel 1050 vive un Giovanni Gastaldo, i cui figli Orso e Giovanni vi dimorano verso il 1100 assieme ad un Alfano Castaldo.
Di Ravello uno dei figli più illustri di questo casato fu Francesco dell’ordine benedettino, consacrato vescovo della sua stessa città dal 1321 al 1362.

A lui si deve l'interessante sarcofago, riportato alla luce nel marzo del 1971, nel quale ebbe cura di tumulare i resti dei suoi predecessori: "ossa praedecessorum suorum in Sacello a se ornato Sanctissimi Crucifixi in marmorea urna reposuit, eundem exornavit ..."  Il sarcofago è molto  importante sia sotto l'aspetto storico, che sotto quello religioso.

L'iscrizione, infatti, che corre in basso, lungo tutti e tre i lati, riporta il nome dei primi otto Vescovi ravellesi, iniziando da Orso Pappice sino a Giovanni Allegri, predecessore di Castaldo. L'anonimo scultore, " locale ", ha voluto nella mirabile composizione rappresentare tutto il Mistero della Storia della Salvezza. Nelle sue fasi principali: annunzio dell'Incarnazione (l'Angelo e Maria), attuazione (Cristo Redentore al centro), diffusione (Apostoli, con S. Antonio e San Nicola di Bari). Morì con fama di ottimo pastore il 4 giugno 1362 e fu seppellito in Cattedrale. Il suo sepolcro un tempo era sul pavimento della nave centrale, a pochi passi dalla porta maggiore. Attualmente la lapide sepolcrale è conservata nel museo della cripta con la seguente iscrizione:


Stemma Castaldo con le insegne ecclesiatiche

"Hic iacet Franciscus Castaldus Episcopus Ravellen sub anno Domini MCCC Quadrage. Quinto die men. aprilis XV ind."

Della stessa stirpe fu
Isolda Castaldo, figlia di Antonio e Ceccarella Capece Zurlo che fu data in moglie da re Ladislao al proprio unico figlio naturale Rinaldo , principe di Capua. Da lei nacquero Francesco ed Ippolita di Durazzo. Questa si maritò con Bartolomeo de Mayo di Tramonti, donde il cognome de Majo Durazzo assunto dai loro discendenti, poi patrizi napoletani del Sedile di Montagna.  


© Ravello (SA) - duomo eretto nel 1087 sulla centrale piazza del Vescovado per volontà di Nicolò Rufolo,
e fu consacrato da Orso Papice, primo vescovo della città.


Del ramo di Castellammare ricordiamo invece il milite Placido Castaldo che è incaricato di provvedere alle spese occorrenti per la costruzione del Monastero di Realvalle. Ancora Violante, Filippo e Corrado Castaldo, che, insieme a Pietro de Brayda, nel 1274 furono scelti per trattare la pace tra Carlo I ed il Comune di Asti.
Nel 1333 Francesco in grazia del suocero Costanzo de Cava (secondi alcuni porterebbe il cognome Gagliardo e fu personaggio illustre del suo tempo. Già Maestro razionale, consigliere e familiare della regina Sancia, venne nel 1327 ricevuto Consigliere e Familiare da Carlo duca di Calabria e successivamente si trova appellato come Ciambellano e Tesoriere Regio). Verso il 1470 il N.H. Francesco contrae nozze con la patrizia di Castellammare Caterina Longobardi, da cui nascono Geronimo e Ambrogio.

Girolamo Castaldo occupò la cattedra vescovile di Massa Lubrense nel 1510 e grazie al suo vescovado fu posta la prima pietra per la nuova cattedrale, intitolata a S. Maria delle Grazie.


© Massa Lubrense (NA) - Piazza Vescovado - Chiesa ex cattedrale di S. Maria delle Grazie – XVI sec.


Nel 1541 alcuni nobili delle famiglie Baccari, Vergara, Certa, di Nocera, Sicardo, d’Afflitto, Trentamolla e Castaldo, tra i quali il citato Girolamo, costituirono un
Seggio in Castellammare e ne dettarono gli statuti. Infine dopo il 1550 Orazio del D. Ambrogio veste l’abito di Cavaliere Gerosolimitano e con lui si estingue il ramo di Castellammare.


Tornando ai Castaldo di Cava, in un documento del 1284 vengono annoverati tra i patrizi di quella città insieme ai Gagliardi,
de Curtis, Sperandeo, Longo ecc.; e nel 1294 un gentiluomo di nome Bartolomeo viene segnalato in un atto di convenzione tra i cittadini cavesi e l’Abbazia della SS. Trinità, e nel 1332, altri due, Giovanni e Matteo, intervenuti in alcuni capitoli fra le stesse parti. Nel 1320 circa nasceva dal loro stesso tronco Andreotto, che è considerato il capostipite della famiglia di Giambattista, di sicuro il più noto e il più importante del casato, del quale si dirà più avanti.

Dal tronco di Andreotto si ramificarono vari personaggi a cui tutti si da il predicato di nobile nei documenti del tempo, tra essi ricordiamo Sansone, Dottore fisico; commissario con pieni poteri per Cava (1476); ebbe incarico di studiare e formulare un progetto per il regolamento delle gabelle civiche cavesi; Paolo fu eletto Sindaco Universale di Cava (1503) e Giudice ai contratti di Cesinola (1502); Antonio, collettore delle imposizioni municipali e regie del quartiere Metelliano (1489); Nicolangelo (o Colangelo) (* Cava 1452 ca., † ca. 1515), uno dei quattro Eletti dell’Università di Cava (1489 e 1503)  contrae matrimonio nel 1476 con Pricia Pandone, nobildonna di San Giorgio; infine Carlo (* 1455 ca., † 1504 ca. forse di peste); nobiluomo cavese, Patrizio di Nocera; fu tra i magistrati civici di Cava de’ Tirreni (1492); prestò molti servigi al servizio dei re Ferdinando II e Federico d’Aragona; visse vari anni lontano da Cava tornando verso la fine del 1400; primo degli Eletti e Deputati dell’Università di Cava (1503); acquistò alcuni beni feudali in Roccapiemonte (SA) con il fratello Colangelo (poi venduti dalla moglie e dai figli nel 1529); possedeva con il fratello beni nel territorio cavese. Carlo sposò la nobile Mariella de Raynaldo (successivamente il cognome si mutò in Rinaldi) dei Patrizi di Nocera e vissero in questa città nel casale di San Pietro dove esisteva il loro palazzo. Qui vennero alla luce Rosa, Ippolita (andata in sposa al barone Ungaro di Nocera), Giambattista, Giovan Francesco, Giovan Andrea, Giovan Antonio ed Isabella (congiunta con il nobile Roberto Pescara de Raynaldo). Un altro figlio, Giovan Matteo, fu frutto di illeciti amori, ragion per cui, non comparve quando i fratelli e Mariella disposero del patrimonio paterno.

Giovan Matteo prese i voti per diventare un frate benedettino in Monteoliveto a Napoli. Si fece ammirare per virtù di intelletto e di esemplarità, e di quel monastero divenne Abate. Nel 1542 fu consacrato vescovo di Pozzuoli, ma essendo nato fuori dal legittimo matrimonio dovette ricevere la dispensa: “super defectu natalium quibus patiebatur” (la dispensa per nascita illegittima). Resse l’episcopato per più di 40 anni  e morto a Napoli nel 1585, fu sepolto nella chiesa di Monteoliveto.

Giovan Battista Castaldo, o Giambattista (Nocera de' Pagani, 1493 ca. – Milano, 6 gennaio 1563), possiamo considerarlo uno dei condottieri italiani più famosi del XVI sec. Capitano degli imperatori Carlo V d'Asburgo-Spagna e Filippo II.
Sul luogo della sua nascita esiste un’antica disputa tra nocerini e cavesi, alcuni autori lo ritengono nativo del borgo di Cesinole di Cava, altri, e sono la maggioranza, lo ritengono nativo della città di Nocera. Non volendo entrare nella disputa, sebbene parteggiamo per la nascita nocerina, sicuramente il valoroso condottiero alla città di Nocera fu sempre legato, tanto da desiderare che alla sua morte il suo corpo venisse accolto proprio da quel terreno così ferace e generoso.

Giambattista nel 1515 si trasferì a Napoli, dove si arruolò nell'esercito spagnolo. A questi inizi di carriera, risale l'amicizia del Castaldo con il marchese di Pescara, Ferdinando Francesco d'Avalos, col quale probabilmente partecipò nel 1516 alla spedizione contro Sora, feudo di Francesco Maria Della Rovere, dichiarato ribelle dagli Spagnoli. Con il marchese d’Avalos il nostro Giambattista restò legato per tutta la vita e con lui prese parte a numerose battaglie.

Dipinto e ritratto a stampa di Giovan Battista Castaldo


Ripresa nel 1521 la guerra tra gli Imperiali e i Francesi, il Castaldo vi prese parte come capitano di cavalleria, esordendo brillantemente contro un contingente di Svizzeri che calavano al soccorso dei Francesi assediati in Parma: insieme con Ferrante Castriota, il Castaldo li affrontò nella località di Carbonera, uccidendone circa duecento. Tolto dagli Imperiali l'assedio a Parma nel mese di novembre, Giambattista prendeva parte a quello vittorioso di Milano e, il 29 aprile del 1522, alla battaglia della Bicocca, dove impegnò con il suo reparto di cavalleria l'avanguardia di cavalleggeri francesi comandati da Francesco de' Medici. Mandato quindi a Pizzighettone, riceveva la resa del castellano francese. Inviato il Pescara a Genova da Prospero Colonna per ristabilirvi la signoria degli Adorno, il Castaldo prese parte all'assedio e al successivo saccheggio della città. Nel 1524, quando Antonio de Leyva, al quale era affidata la difesa di Pavia, dovette temere un ammutinamento delle proprie truppe, da troppo tempo prive delle paghe, il d'Avalos lo inviò nella città assediata con le somme necessarie al pagamento delle milizie e il Castaldo dovette attraversare due volte il blocco dell'esercito francese per riportarsi, assolta felicemente la missione, nelle file del marchese di Pescara. Negli scontri che precedettero la battaglia decisiva, il Castaldo si distinse comandando una parte della cavalleria spagnola nei ripetuti attacchi alle linee degli assedianti e a Binasco ebbe la meglio sui reparti francesi comandati da Galeazzo Sanseverino, da Teodoro Trivulzio e dal Bonald dei quali conquistò le insegne.


Nella battaglia di Pavia, il 24 febbraio 1525, toccò al Castaldo prendere prigioniero il re di Francia, ottenendo poi del ricco bottino di Francesco I la corona d'oro, di cui si fece fare una collana. Al nostro condottiero si era anche arreso il più illustre dei condottieri francesi, il vecchio signore Jacques II de Chabannes de La Palice, che fu però ucciso, nell'atto stesso che consegnava la spada al Castaldo, da uno spagnolo invidioso della ricca preda. Ormai il Castaldo era divenuto uno dei più vicini e fidati collaboratori del marchese di Pescara e probabilmente dovette seguire da presso anche le segrete trattative intercorse tra il generale imperiale e il ministro del duca di Milano, Gerolamo Morone, dopo Pavia: e a Giambattista il d'Avalos affidò il compito di recarsi in Spagna, presso Carlo V, per informarlo del disegno del ministro milanese, di una lega degli Stati italiani, preoccupati dalla preponderanza acquisita dagli Spagnoli a Pavia, contro lo stesso imperatore, una lega alla quale con le più lusinghiere promesse il Morone si ingegnava di guadagnare il d'Avalos. Nel 1527 prese parte al Sacco di Roma e, secondo una tradizione, trasportò a Nocera una mirabile opera di Raffaello: la cosiddetta Madonna del duca d’Alba che fu ospitata nel convento degli olivetani da lui stesso fondato nel 1541 (come ossequio ad un ex voto). Il dipinto di Raffaello rimase fino al 1686 nel convento nocerino, allorquando il viceré Gaspar Méndez de Haro y Guzmán, marchese del Carpio e fine collezionista d'arte , lo acquistò per 1000 ducati. Si racconta anche che il famoso tondo di Raffaello fosse giunto nelle nostre terre per il desiderio del vescovo comasco Paolo Giovio per la sua cattedra nocerina. Tuttavia è molto più verosimile la prima ipotesi, giacché l’opera fu sempre vista nel monastero olivetano di Santa Maria dei Miracoli e non nella Cattedrale della città. 


Raffaello Sanzio: Madonna del duca d’Alba – Washington National Gallery


Fu quindi governatore di Velletri (1527), ambasciatore da parte dell’Università di Cava all’Imperatore in Bologna (1532, Nel 1535 era a Milano, al momento della morte di Francesco II Sforza e il 2 novembre era inviato dal de Leyva in Spagna a darne notizia all'imperatore. Al suo ritorno presso il de Leyva fu nominato provvisoriamente castellano di Cremona, ufficio che resse sino al febbraio 1536. Dopo aver preso parte alla campagna di Piemonte contro i Francesi, durante la quale fu incaricato della guardia di Vercelli, il Castaldo servì per breve tempo nei contingenti imperiali impegnati in Ungheria contro Giovanni Szapolyai, ma già assai prima della conclusione di quella campagna, avvenuta con la pace di Varadino del 1538, aveva fatto ritorno in Italia, poiché Pietro Aretino gli scriveva nel marzo del 1537 accennando a un omaggio di trenta scudi fattogli dal Castaldo stesso "nel tornar dalla guerra d'Ungheria". Riapertosi nelle Fiandre il conflitto franco-imperiale con la ribellione del duca di Kleve, il Castaldo seguì sul teatro di guerra fiammingo l'imperatore, quando questi vi si recò dall'Italia dopo aver incontrato Paolo III a Busseto. Nell'agosto del 1543 prendeva parte all'assedio di Dúren e all'occupazione di Júlich e Roermond. Quindi partecipò all'offensiva che portò l’esercito imperiale, sempre sotto il diretto comando di Carlo V, sulle rive della Sambre, a Landrecies, incontro a una forte armata francese comandata dallo stesso Francesco I.
Il Castaldo faceva parte in questa circostanza del consiglio di guerra dell'imperatore e pare che avesse lucidamente preveduto la possibilità che il re di Francia si sottraesse allo scontro, proponendo opportune misure per tagliargli la ritirata, che invece avvenne senza il minimo disturbo da parte imperiale. I consigli del nostro condottiero non ebbero probabilmente ascolto per le solite difficoltà finanziarie di Carlo V e per lo stato ormai avanzato della stagione invernale che impedivano una prosecuzione ad oltranza della campagna.


Durante la stasi invernale delle operazioni di guerra il Castaldo accompagnò in Inghilterra Ferrante Gonzaga, che si recava presso Enrico VIII a stabilire il piano di guerra della imminente campagna contro la Francia. Ancora con il Gonzaga e con Gioacchino di Fürstenberg, il Castaldo prendeva parte nel 1544 alla campagna per la riconquista del Lussemburgo e poi, nuovamente sotto il comando supremo dell'imperatore, all'offensiva della Marna ed era presente all'assedio di Saint Dizier, dopo il quale partecipò alla successiva marcia di avvicinamento a Parigi, dalla quale Francesco I fu finalmente indotto alle trattative di Crépy che posero fine al conflitto. Partecipò come Maestro di campo generale e membro del consiglio di guerra del duca d'Alba alla guerra smalcaldica, prendendo parte alla lunga campagna del Danubio e poi, nella primavera del 1547, all'offensiva contro la Sassonia elettorale che si concluse con la sconfitta dei luterani a Múhlberg. Nel 1550 il Castaldo fu designato da Carlo V, su richiesta del re dei Romani Ferdinando d'Asburgo, a dirigere le operazioni di guerra in Ungheria contro i Turchi, formalmente come luogotenente di Massimiliano d'Asburgo, ma, sostanzialmente, con piene responsabilità politiche e militari e con una provvisione annua di 8.400 fiorini. Per ordine dell'imperatore Ferdinando I fece assassinare il cardinale ungherese Giorgio Martinuzzi (Fráter György), vescovo di Esztergom (Strigonio), governante di Transilvania (al 17 dicembre) ritenuto colpevole di tradimento. Ferdinando si assunse tutta la responsabilità per l’uccisione, ma il papa Giulio III giustificò tutti i partecipanti dell’accaduto solo nel 1555.
 

Sebbene il Castaldo avesse ricevuto sin dal 1551 un'offerta da Cosimo de' Medici per assumere la carica di tenente generale dell'esercito mediceo e quella di supremo consigliere di guerra, non pare che dopo il ritorno dall'Ungheria si allontanasse da Milano, dove si trovava comunque nel 1559. Nonostante la tarda età ebbe ancora un eminente incarico militare nel 1562, allorché Filippo II gli affidò il comando dei contingenti spagnoli inviati in Francia in aiuto del duca di Guisa. Giambattista partecipò così alla campagna contro gli ugonotti del Coligny e del Condé, terminata con la vittoria cattolica di Dreux il 19 dicembre di quello stesso anno. Dopo poco tempo tornò a Milano dove morì nel gennaio del 1563, fu sepolto nella chiesa di San Vittore (cappella di San Gregorio) e condotto più tardi a Nocera, come da sua disposizione testamentaria, nel Monastero olivetano di Santa Maria dei Miracoli sul Monte Albino, da lui fondato ed all’epoca ancora in via di costruzione.


Nocera Inferiore (Sa): Monastero benedettino di Santa Maria dei Miracoli - sec.XVI


Per le sue imprese il Castaldo divenne primo Marchese di Cassano (investito dall'Imperatore Ferdinando I), primo Conte di Piadena (investito da Carlo V nel 1545), Signore di Binasco, Signore di Rezzana e Caldignaia, Signore di Nagyszeben (1552), Binanuova (e di molti altri beni e rendite).

Giambattista Castaldo sposò la Nobile Mattea (o Maria) Stampa, figlia di Filippo, Patrizio Milanese, e di Cassandra Scotti, dalla quale ebbe Ferdinando (o Ferrante) e Maria Vittoria, destinata al chiostro, ma che preferì sposarsi con il patrizio Luigi Caracciolo.  
 

Ferdinando Castaldo, 2° marchese di Cassano, 2° conte di Piadena, signore di Binasco, etc, sposò nel 1567 la Nobildonna Caterina (Costanza) Borromeo figlia di Filippo Dionigi, conte di Arona e Patrizio Milanese e di Livia, figlia del Conte Filippo Tornielli, Nobile di Novara. Ferdinando seguì le orme paterne diventando anch’egli comandante di militi, ma la morte lo raggiunse prematuramente, probabilmente prima del 1570.

Da Ferdinando e Caterina Borromeo nacquero Giambattista (3° marchese di Cassano, Conte di Piadena, sig. di Binasco) che morì giovanissimo il 23 marzo 1571, poco dopo la morte del padre. Altro figlio di Ferdinando fu Carlo, nato da relazione illegittima ed infine Livia che andò in sposa al nob. Carlo Bersazio e successivamente a Napoli si unì in seconde nozze al marchese Gian Giacomo de’ Medici.


Con la morte dell’unico figlio maschio, erede dei titoli, si estinse la linea diretta ed i beni ricaddero nella proprietà della Camera Ducale di Milano. Senonché il re Filippo II di Spagna, desideroso che anche gli eredi indiretti potessero godere dei benefici attribuiti ai Castaldo da parte del padre Carlo V, con nuovo privilegio concesse gli stessi fondi con gli stessi titoli a Giovanni Alfonso Pescara Castaldo, figlio della sorella di Giambattista, Isabella.
Giovanni Alfonso seguì le orme dello zio nelle guerre in Transilvania, in Polonia, in Francia ed altrove, ed era giunto anch’egli al sommo titolo di Capitano Generale e Maestro di Campo dell’imperatore Filippo II.


Nocera Inferiore (SA): chiesa di San Bartolomeo.           
 Affresco che ritrae il marchese Giovanni Alfonso Pescara Castaldo


Giovanni Alfonso Pescara Castaldo sposò nel 1578, in tarda età, la nobildonna Beatrice Brancaccio a Napoli, dalla quale ebbe Anna Maria, che per incapacità (essendo donna) a succedere - in feudalibus - fece si che le terre di Cassano, Piadena, Binasco ed altre, ritornassero alla corte. Re Filippo, però, per i servizi resigli da suo padre, le assegnò una rendita annua di 2000 ducati. Anna Maria si unì in nozze con Antonio Capece, di Geronimo barone di Siano, e partorì Geronimo che fu Barone di Sofrano (SA).


Nocera Inferiore (SA): chiesa di San Bartolomeo – lapide commemorativa


Altri figli di Isabella e Roberto Pescara de Raynaldo furono Marcantonio e Lucrezia, i quali come il fratello rinunziarono al cognome aggiunto de Raynaldo, prendendo quello di Castaldo, molto più famoso e conosciuto.
Marcantonio
, che di solito abitava a Nocera, con Beatrice del Tufo generò Giambattista e Andrea Pescara Castaldo, padri teatini nella Basilica di San Paolo Maggiore di Napoli. I due religiosi divennero famosi per la loro dottrina e la vita esemplare. Il primo, Giambattista, pubblicò verso il 1600 un libro sulle memorie di 50 celebri padri teatini; il secondo divenne Generale degli stessi e consultore del S. Uffizio, qualità che gli valse di scoprire verso il 1615 le malefatte di suor Giulia di Marco, che era riuscita ad ingannare il Vescovo di Nocera de Vicariis ed il viceré di Napoli i quali avevano creduto all’apparente santità della sua vita.

Con loro si estingue anche la linea dei Castaldo Pescara, lasciando alla memoria dei posteri le gesta e le virtù di una nobile schiatta che ha donato alla storia uno dei suoi figli più valorosi.


Nocera Inferiore (SA) - Chiesa di San Bartolomeo, busto del Castaldo opera di Leone Leoni


Il busto marmoreo che ricorda l'effigie del Castaldo fu realizzato da Leone Leoni, aretino, scultore di corte dell’imperatore Carlo V. Il monumento funerario in origine era collocato nella chiesa di S. Maria dei Miracoli, fondata dal Castaldo nel 1541.


Nocera Inferiore (SA): chiesa e convento di San Bartolomeo  XVIII sec.


Il complesso, anticamente servito dagli olivetani, il cui primo Abate fu proprio un nipote di Giambattista, don Cipriano Castaldo, fu seriamente danneggiato da una frana nel 1745, in seguito alla quale i monaci si spostarono a valle, fondando la chiesa ed il convento di San Bartolomeo. Tutte le opere d’arte, compreso il monumento funebre del celebre condottiero furono colà traslate.


Lastra Commemorativa di Giambattista Castaldo, nella quale sono riportate le imprese e le virtù del celebre comandante. La lapide non è datata. E’ certo però che essa fu dettata dal fratello Giovan Matteo, e quindi possiamo collocarla tra la morte di Giambattista (1563)
e quella del fratello (1585).
 

Alfonso Castaldo (n. Casoria, 1890 † Napoli, 1966) nel 1934 fu nominato vescovo di Pozzuoli, nel 1958 fu nominato arcivescovo di Napoli e il 15 dicembre dello stesso anno cardinale.


Continua sul quinto volume in preparazione di "LA STORIA DIETRO GLI SCUDI"

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